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Economia nello spazio: 8,0 miliardi di produzione per 2 miliardi di valore aggiunto

Nel 2021 le imprese dell’economia dello spazio hanno generato una produzione pari a 8,0 miliardi di euro, impiegando poco più di 23mila addetti. Il valore aggiunto complessivo ammonta a 2,0 miliardi di euro, lo 0,1% del Pil.
Il settore ha espresso flussi commerciali con l’estero per 2,1 miliardi di esportazioni e 1,6 miliardi di importazioni. Gli investimenti fissi lordi in beni materiali sono circa 0,7 miliardi, mentre quelli in R&S ammontano a 0,6 miliardi.

Le unità incluse nel settore non-market che operano nell’economia dello spazio hanno generato un valore aggiunto di 0,4 miliardi di euro, impiegando 2,2mila addetti, con investimenti in R&S poco inferiori a 0,2 miliardi.
Sono alcuni risultati presentati dall’Istat emersi dal Conto tematico sull’economia dello spazio riferiti all’anno 2021.

Dalle multinazionali il 90% del valore aggiunto

La componente upstream, che include le attività core del settore, impiega poco più di 14mila addetti, con un valore della produzione pari a 4,1 miliardi (1,3 miliardi valore aggiunto). Queste imprese attivano esportazioni per 1,8 miliardi e generano importazioni per 1,2 miliardi.

Nel complesso, le imprese operanti nella manifattura generano un valore aggiunto di circa 1 miliardo, lo 0,4% dell’ammontare complessivo del comparto, impiegando poco meno di 10,5 mila addetti (0,3% del totale).
Il valore aggiunto “space” generato nei servizi è di 955 milioni, con circa 12,6mila addetti, mentre le imprese appartenenti a gruppi multinazionali generano il 90% del valore aggiunto (1,8 miliardi, 20,5mila addetti).

Imprese upstream più internazionalizzate

Le imprese operanti nelle attività della componente upstream ricorrono in misura maggiore ai mercati esteri. Il loro grado di apertura internazionale, misurato come rapporto fra la somma di importazioni ed esportazioni e la produzione, è del 77% superiore a quello del resto dell’economia.

Questa maggiore internazionalizzazione è principalmente spiegata dalle esportazioni. Infatti mentre il grado di dipendenza dalle importazioni riscontrato per le imprese upstream (27%) è simile a quanto registrato per il resto dell’economia (29%), la propensione alle esportazioni (33%) è più che doppia (15%).
Le imprese upstream mostrano anche una maggiore diversificazione geografica dei mercati di destinazione (11,6 Paesi contro 7,5) e una più articolata differenziazione merceologica (13,1 prodotti esportati contro 9).

Maggiore tendenza a produrre e investire in R&S

Le imprese upstream sono caratterizzate da una propensione agli investimenti fissi lordi in beni materiali leggermente inferiore alle altre unità produttive, con un tasso di investimento pari a 16,4% contro 16,9%. Un differenziale analogo (11,8% contro 12,1%), si osserva anche per il tasso di investimento depurato dalla componente fabbricati e macchinari, dove l’indicatore per le imprese upstream è pari a 8,1% contro l’8,4%.

Diversamente, la componente upstream mostra una maggiore tendenza alla produzione di R&S rispetto al resto del sistema (6,1% rispetto al 2,6%).
Una situazione simile si registra anche per la propensione all’investimento in R&S rispetto al resto del sistema produttivo, dove il rapporto fra investimenti in R&S e valore aggiunto è 11,9% contro 7,2%.

Giochi in famiglia a Natale: le carte, la tombola e le risate fanno restare… giovani

Arrivano le feste ed è come se il tempo si prendesse una pausa. Le case si riempiono di voci, pentole sul fuoco, bambini che corrono e adulti che cercano di finire una frase senza essere interrotti. E poi, immancabili, arrivano loro: i giochi da tavolo che da generazioni segnano il ritmo dei nostri Natali.

C’è la tombola che inizia sempre più tardi del previsto, le carte che passano di mano in mano, il Mercante in Fiera che scatena trattative tra zii e cugini. Sono abitudini così radicate che a volte ci dimentichiamo di quanto siano preziose.

Giocare fa bene, e non solo allo spirito

A dirlo non sono solo i ricordi d’infanzia, ma anche i dati dell’Osservatorio Nestlé: più del 60% degli over 65 allena la mente ogni giorno, tra cruciverba, letture e piccoli giochi. Un altro 40% si affida ad app o passatempi digitali. È una generazione che, invece di “rallentare”, sceglie di restare attiva e curiosa.
La campagna Meritene “Vivi l’Età” racconta proprio questo: invecchiare non significa tirare i remi in barca, ma trovare nuovi modi per stare bene con se stessi e con gli altri.

E durante le feste, giocare diventa il modo più naturale per farlo. La tombola mantiene vigile l’attenzione, le carte stimolano logica e memoria, il burraco richiede quella punta di strategia che tiene la mente sveglia come un buon caffè dopo pranzo.

Un alleato per mantenere la mente attiva

Secondo l’Osservatorio Nestlé, più di quattro italiani su dieci trovano nel gioco un alleato per mantenere la mente attiva e migliorare l’umore. E la scienza è dalla loro parte: le attività ludiche condivise possono ridurre in modo significativo il rischio di declino cognitivo.

Ma il beneficio più grande, forse, è un altro: la socialità. Lo ricorda anche il sociologo Saro Trovato, che vede nel gioco uno dei pochi momenti in cui diverse generazioni riescono davvero a incontrarsi. Attorno a un tavolo, con le mani che si muovono veloci sulle carte o in attesa di un numero alla tombola, si crea un filo invisibile che unisce nonni, genitori e nipoti.

Una piccola lezione per tutto l’anno

Anche una semplice partita a carte può diventare un tassello della ricerca del benessere e della longevità in salute. Perché vivere a lungo è un bell’obiettivo, ma vivere bene – insieme – lo è ancora di più. E Natale, con i suoi giochi e le sue risate, ce lo ricorda ogni anno.

Scuola del futuro: come cambierà il lavoro degli insegnanti con l’IA

A guardare lo studio realizzato da EY e Sanoma Italia – presentato all’EY Wavespace di Roma – ci si rende conto che la scuola sta già entrando in un’epoca nuova. Entro il 2035, più del 60% delle competenze richieste agli insegnanti italiani sarà ridisegnato dall’avanzata dell’intelligenza artificiale e della didattica digitale.

Un cambiamento profondo, quasi una mutazione genetica della professione. Eppure, tra i numeri affiora una verità sorprendente: la centralità del docente non solo non si indebolirà, ma diventerà ancora più evidente.

L’IA non ruba lavoro: libera tempo e nuove energie

A sentire gli esperti, l’intelligenza artificiale non è il “sostituto” che qualcuno teme. Piuttosto, è uno strumento che può togliere di mezzo burocrazia, correzioni ripetitive, attività standardizzate che drenano energie e spegnono la passione.

In questo nuovo scenario, l’insegnante torna a fare ciò che nessun algoritmo può imitare davvero: ascoltare, accogliere, capire chi ha di fronte. Le competenze relazionali – empatia, capacità di creare un clima di fiducia, attenzione ai segnali deboli – diventano addirittura centrali. Gli studenti di oggi, cresciuti a pane e tecnologia, continuano ad avere fame di autenticità.

Le tre direzioni verso cui si muoverà la scuola

La ricerca tratteggia un percorso chiaro.
La prima direttrice riguarda l’uso quotidiano di strumenti digitali avanzati: piattaforme interattive, sistemi che leggono i dati dei progressi degli studenti, ambienti di lavoro virtuali.
La seconda mette al centro le competenze emotive, sempre più decisive in classi multimediali e complesse.
La terza spinge verso una didattica davvero personalizzata, che grazie ai dati riesce ad adattarsi ai ritmi e alle necessità di ciascuno.

Un’evoluzione necessaria, se pensiamo che il divario tra ciò che imparano i ragazzi e ciò che chiede il mondo del lavoro ha ormai superato il 47% in Italia.

Una trasformazione diversa per ogni ordine di scuola

Il cambiamento non sarà identico ovunque. Alle elementari, oltre il 40% delle competenze sarà rivisto per sostenere percorsi più personalizzati e inclusivi. All’infanzia resterà forte l’asse emotivo, con molte competenze che rimarranno stabili.

Alle medie e alle superiori, poi, la trasformazione corre in modo differenziato tra area scientifica e umanistica: nelle materie STEM crescono gli strumenti digitali, nelle discipline umanistiche arriva un supporto tecnologico che può potenziare analisi, scrittura e capacità espressive.

Come cambierà il ruolo degli insegnanti di sostegno

Particolarmente interessante il ruolo dei docenti di sostegno, che entro il 2035 faranno sempre più da “cerniera” tra studenti, famiglie e sistemi digitali.
Circa il 40% delle loro competenze cambierà: entreranno strumenti per l’inclusione digitale, chatbot educativi, protocolli di sicurezza negli ambienti virtuali.

“Burnout season”: perché gli ultimi 36 giorni dell’anno sono così difficili?

La fine dell’anno? Dovrebbe essere magica, con l’avvicinarsi del Natale. Invece è incredibilmente faticosa. In questo periodo, ci raccontiamo la stessa favola: dicembre è il mese delle luci, dei sorrisi, dei brindisi e dei buoni propositi. In realtà, gli ultimi giorni dell’anno sono un periodo che prosciuga energie.

Lo conferma una ricerca di OnePlus, secondo cui il tratto compreso tra il 25 novembre e il 31 dicembre è il più stressante dell’anno per milioni di italiani. Ben 17 milioni di persone, in queste cinque settimane, vivono con la sensazione di avere la testa piena come un armadio che non si chiude più.

Dicembre ci travolge: troppi impegni, troppe aspettative

Lo studio racconta una cosa che molti, in fondo, sanno già: non è solo il lavoro a far salire la pressione. È l’insieme di tutto. Le cene da organizzare, gli inviti a cui rispondere, i regali da scegliere, i progetti da chiudere e quella strana idea – tutta culturale – che a dicembre bisogna essere ovunque, fare tutto, sentirsi felici per forza.

Una persona su tre avverte un aumento dello stress proprio in questo periodo. E le giornate più corte non aiutano: arrivi a sera con la sensazione che il tempo ti sia scivolato dalle mani.

Quando la mente dice “basta”: i piccoli segnali da non sottovalutare

La ricerca evidenzia un dettaglio curioso, e un po’ inquietante: più della metà degli intervistati si sente schiacciata dagli appuntamenti, mentre il 44% teme di affrontare dicembre senza energie. E così fioccano i piccoli “blackout”: c’è chi esce senza telefono o senza portafoglio, chi perde oggetti, chi gira per parcheggi alla ricerca dell’auto come in un gioco a premi.

Non è distrazione, è il classico sovraccarico mentale: troppe schede aperte nella testa e… il cervello va in tilt.

Anche le relazioni subiscono “l’effetto fatica”

Questa corsa a ostacoli travolge inevitabilmente anche le relazioni. Molti dicono di sentirsi meno presenti, più nervosi o semplicemente stanchi.
Le cosiddette buone abitudini vanno a farsi benedire: si cena al volo, ci si muove poco, si perde ritmo. Il “burnout delle feste” esiste, ed è tutt’altro che un fenomeno sporadico.

Alleggerire il carico: quando la tecnologia viene in aiuto

OnePlus ha coinvolto la dottoressa Claire Ashley, specialista del burnout, che mette il dito nella piaga: non è tanto la quantità delle cose da fare a mandarci in tilt, quanto la necessità di ricordarle tutte.

Delegare, dice, è la chiave. Anche alla tecnologia. Ad esempio la società che ha condotto l’indagine sottolinea che il nuovo OnePlus 15 presenta Plus Mind, un “cassetto digitale” dove finiscono al volo appunti, foto, documenti e screenshot, poi ordinati automaticamente dall’AI.

Nel 2025 gli italiani fanno più fatica a risparmiare

Nell’ultimo anno gli si è erosa la capacità di risparmio degli italiani. Lo rivela l’ultima indagine Acri-Ipsos, presentata in occasione della 101ª Giornata Mondiale del Risparmio.

Il quadro non è certo roseo: nel 2025 si è abbassata sensibilmente la propensione a risparmiare.. Aumenta, invece, l’ansia  di non riuscire più ad accantonare nulla e una certa sfiducia nel futuro.

Calano i risparmi, aumentano le preoccupazioni (e le spese) 

Nel 2025 meno della metà delle famiglie italiane riesce a mettere qualcosa da parte. Sono infatti il 41% le famiglie che risparmiano, cinque punti in meno rispetto al 2024. È il dato peggiore dal 2018. Molti nuclei, infatti, consumano ormai tutto il reddito mensile o, quando non basta, attingono ai risparmi accumulati negli anni.

E la tendenza non si invertirà a breve: secondo gli analisti, per i prossimi 12 mesi dovremo aspettarci un’ulteriore riduzione della capacità di risparmio, segno di una situazione economica sempre più complessa.  

Metà degli italiani afferma che il tenere di vita è peggiorato 

La gran parte degli italiani non è contenta. Addirittura il 57% delle famiglie dichiara che la propria situazione economica è peggiorata o che sta vivendo un periodo difficile. Solo il 43% parla invece di stabilità o di un lieve miglioramento.
Anche le prospettive per il futuro non sono così positive: il 38% degli italiani si dice fiducioso, il 39% non si aspetta grandi cambiamenti mentre il 16% afferma di essere molto preoccupato.

Anche il clima di fiducia nel Paese resta basso: più della metà (53%) è pessimista sull’Italia, mentre soltanto il 19% crede in un miglioramento. A livello locale, però, la percezione migliora un po’: il 28% continua a essere pessimista a fronte di un 26% di ottimisti.

L’euro non piace più tanto

Anche il rapporto con la moneta europea sembra avere qualche crepa. A oltre vent’anni dalla sua introduzione, l’euro non risulta tanto apprezzato:  il 65% degli italiani si dice insoddisfatto,  a fronte di un 60% di delusi nel 2024. I giudizi più critici arrivano dal Sud e dalle fasce d’età più mature.

Solo il 45% dei nostri connazionali continua a ritenere che l’euro porterà benefici al Paese nei prossimi vent’anni. A “vedere rosa” sono soprattutto i giovani e i residenti nel Nord-Est.

Mattarella: “Il risparmio è un bene da proteggere”

In occasione della giornata Mondiale del Risparmio, anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto far sentire la propria voce.  Ha infatti ricordato che il risparmio è un valore civico da tutelare e che ““Difenderlo significa favorire impieghi che ne accrescano il valore e sostengano la crescita del Paese”.

Italia digitale: l’intelligenza artificiale come alleata del futuro

L’intelligenza artificiale non è più una promessa, ma una realtà che sta cambiando il modo in cui viviamo, lavoriamo e ci curiamo.

A Torino, durante l’ultima edizione dell’AI & VR Festival – Multiverse World, esperti, ricercatori e rappresentanti del mondo istituzionale si sono confrontati su come costruire un futuro digitale che resti umano e inclusivo.
Il dibattito ha messo in evidenza una convinzione condivisa: l’AI deve essere considerata uno strumento per migliorare la qualità della vita e non un fattore di rischio o sostituzione del lavoro umano.

Innovazione al servizio della cittadinanza, delle imprese e dei territori

L’Associazione Nazionale Giovani Innovatori (ANGI), tra i protagonisti del festival, ha ribadito la necessità di un approccio etico e responsabile.

Il presidente Gabriele Ferrieri, intervenuto anche alla trasmissione “Agorà” su Rai Tre, ha ricordato come l’innovazione digitale debba essere messa “al servizio della cittadinanza, delle imprese e dei territori”.
Secondo ANGI, l’Italia può diventare un punto di riferimento in Europa se saprà investire in ricerca, formazione e collaborazione tra pubblico e privato. Le esperienze maturate in città come Torino e in regioni dinamiche come il Piemonte lo dimostrano: quando istituzioni e imprese dialogano, il progresso diventa reale.

Intelligenza artificiale e salute: un binomio che funziona

Uno dei campi in cui l’AI promette risultati più tangibili è la sanità. L’analisi dei dati clinici, resa possibile da algoritmi sempre più precisi, può anticipare diagnosi e rendere le terapie più efficaci.

Dalla medicina personalizzata alla prevenzione, fino al monitoraggio delle prestazioni sportive, l’intelligenza artificiale apre la strada a un approccio predittivo e mirato, capace di migliorare la salute e il benessere delle persone.

La paura? Per superarla, servono conoscenza e formazione 

Se da un lato cresce l’entusiasmo, dall’altro resistono diffidenze e paure. Spesso, queste nascono da una visione distorta dell’AI, alimentata da film o narrazioni catastrofiste.

Come mostrano i dati dell’Osservatorio ANGI, la tecnologia non sostituisce l’uomo ma lo affianca, generando nuove professioni e competenze richieste dal mercato del lavoro.
Il passo decisivo, spiegano gli esperti, sarà puntare su educazione digitale e cultura dell’innovazione, perché solo la conoscenza può trasformare la paura in opportunità.

Un futuro tech, ma a misura d’uomo

L’Italia ha le risorse, i talenti e la creatività per guidare la transizione digitale. Ma questa evoluzione dovrà restare centrata sull’uomo, sulle sue esigenze e sul suo benessere.

L’intelligenza artificiale può essere una straordinaria alleata, a patto che venga governata con responsabilità e visione.
La sfida, oggi, non è solo tecnologica, ma culturale: costruire un futuro digitale che sappia unire progresso, etica e fiducia.

Travel trend 2026: viaggi attenti, intelligenti, orientati al valore

Nonostante le tante incertezze, la voglia di viaggiare rimane forte. Con l’aumento del costo della vita, viaggiare tanto è diventato più impegnativo, ma non impossibile.
Secondo il report annuale NowNext ’25 di Omio, condotto in collaborazione con YouGov in 8 Paesi, il 38% degli intervistati darà priorità a viaggiare rispetto ad altre spese non essenziali. Ma per il turismo si apre una nuova era di viaggi attenti, intelligenti e orientati al valore.

Fra i travel trend per i prossimi mesi emerge la passione per l’Europa. Il 56% dei britannici intende prenotare vacanze in Europa, e lo stesso vale per tedeschi (45%), italiani (42%) e spagnoli (42%). La storia d’amore del mondo con il Vecchio Continente continuerà.

World of Mouth

I viaggiatori stanno voltando le spalle a Internet per cercare ispirazione in modi più ‘umani’. Sebbene social media (29%) e AI (9%) abbiano un ruolo, la maggior parte preferisce scegliere la prossima meta basandosi su viaggi passati (42%) o raccomandazioni per passaparola (39%).

Interessante notare che il 23% è influenzato da film o serie Tv. Il turismo guidato dallo schermo è in piena espansione e sta rimodellando il settore.
Nel 2026 però le vacanze al mare saranno ancora più protagoniste, con la ricerca di relax in spiaggia (46%) e il desiderio di tornare a casa rigenerati (51%).
Le capitali e i grandi viaggi avventurosi sono state le mete preferite degli ultimi anni, ma il prossimo porterà un mood più calmo e consapevole.

Fuori dai sentieri battuti

Il turismo sostenibile è qui per restare, ma in modi diversi dal previsto. Il 20% dei viaggiatori cercherà tempo per sé e riflessione, mentre il 18% esperienze legate al benessere e alla cura di sé.

Italiani (41%) e spagnoli (39%) sono i più interessati a esplorare mete meno affollate e fuori dai circuiti più noti, probabilmente come reazione diretta all’overtourism nei loro Paesi.
Nel 2026, il 21% dei viaggiatori vuole spostarsi verso capitali meno battute. I motivi per visitare metropoli più piccole sono prezzi più bassi (51%), meno folla (44%) e attrazioni uniche (40%).
Omio conferma questa tendenza: le prenotazioni verso le città secondarie sono aumentate del 34% rispetto all’anno scorso.

The Gender (Off)Balance

Nei prossimi mesi il 19% degli uomini sarà più propenso a viaggiare da solo alla ricerca di disconnessione dalla vita frenetica. Le donne, invece, saranno più inclini a viaggiare per connettersi (30%), con il 34% che prevede di partire per trascorrere tempo in famiglia o per riunioni, e il 22% più propense ad andare via con le amiche.

La GenZ poi sta reinventando il panorama dei viaggi come lo conosciamo. Nei prossimi 12 mesi il 31% dei giovani viaggiatori pianificherà in anticipo, e con maggiore attenzione, per gestire la spesa destinata alle vacanze.
Una scelta sensata, considerando che il 34% vuole viaggiare di più, il 26% restare via più a lungo e il 23% scegliere mezzi di trasporto più sostenibili.

Perché il manuale HACCP va rinnovato periodicamente?

La sicurezza alimentare è una priorità in qualsiasi attività che operi nel settore. In questo contesto, il Manuale di Autocontrollo HACCP (Hazard Analysis and Critical Control Points) si pone come lo strumento chiave per garantire che i prodotti siano sicuri per i consumatori.

Sebbene si possa pensare che un manuale redatto una volta sia sufficiente, la sua validità e utilità dipendono da una revisione regolare. La necessità di un aggiornamento periodico deriva dal fatto che le realtà aziendali sono dinamiche e in continua evoluzione.

Il manuale deve dunque riflettere la situazione attuale di un’attività, descrivendo in modo preciso le procedure, gli ambienti e le attrezzature in uso.

Modifiche al tipo di attività

Uno dei motivi più comuni che rendono necessario l’aggiornamento del Manuale HACCP è il cambiamento nella natura stessa dell’attività. Un’azienda può evolversi per rispondere alle nuove esigenze del mercato o per espandere la propria offerta.

Ad esempio, un esercizio commerciale che in origine si occupava solo della vendita di alimenti potrebbe decidere di aggiungere un servizio di somministrazione, come l’apertura di un angolo bar o una piccola caffetteria.

Allo stesso modo, un ristorante potrebbe iniziare ad offrire anche cibi da asporto o servizio a domicilio. Queste variazioni impongono una revisione completa del manuale esistente, poiché le procedure di igiene e i rischi associati cambiano radicalmente.

Cambiamenti negli ambienti e nelle attrezzature

L’evoluzione di un’attività può comportare anche l’introduzione di nuovi ambienti di lavoro o l’acquisto di nuove attrezzature. L’efficacia del Manuale HACCP è dunque strettamente legata alla sua capacità di descrivere in modo accurato l’infrastruttura in cui si opera.

Se una pasticceria decide di installare un abbattitore per congelare i semilavorati o un ristorante acquista un roner per la cottura a bassa temperatura, questi strumenti devono essere inclusi nel manuale.

Infatti, l’inserimento di nuove tecnologie o la ristrutturazione di locali richiedono che il documento sia aggiornato per descrivere correttamente il layout e le procedure di utilizzo delle nuove apparecchiature.

Modifiche nella ditta o nella società

Un altro aspetto che rende obbligatoria la revisione del Manuale HACCP riguarda i cambiamenti nella gestione dell’attività. Quando una ditta viene venduta o vi è un subentro da parte di un nuovo operatore, è indispensabile che il manuale venga riscritto.

Questo passaggio fa in modo che il nuovo gestore sia pienamente consapevole delle procedure in atto e che il documento rifletta la sua organizzazione e le sue responsabilità. In questo modo, si mantiene la continuità nelle pratiche di sicurezza alimentare e si garantisce che tutti i soggetti coinvolti operino secondo le normative.

Nuove procedure di lavoro

Le procedure operative possono subire modifiche per migliorare l’efficienza o per introdurre nuovi servizi. L’adozione di tecniche innovative, come il confezionamento sottovuoto, o l’integrazione di processi di cottura specializzati, richiedono un’attenta analisi e una descrizione dettagliata nel manuale.

Le procedure devono essere descritte accuratamente, comprese le istruzioni per l’uso di attrezzature specifiche. L’obiettivo è garantire che il personale sia formato e agisca in conformità con le nuove metodologie, riducendo al minimo i rischi di contaminazione.

Variazioni nella merceologia degli alimenti

L’offerta di prodotti alimentari può variare nel tempo e questo può comportare la necessità di un aggiornamento del manuale per HACCP. Un minimarket che inizia a vendere carni fresche o pesce ha l’obbligo di rivedere le proprie procedure.

Ciò in quanto l’introduzione di nuovi tipi di alimenti comporta l’analisi di rischi specifici e l’adozione di misure di controllo adeguate. I microrganismi e i pericoli associati a carne e pesce sono diversi da quelli dei prodotti secchi o confezionati, rendendo necessaria una revisione del piano di autocontrollo.

Aggiornamenti del quadro normativo

Le normative che regolano la sicurezza alimentare non sono statiche. L’evoluzione della legislazione è un fattore determinante per la revisione del Manuale HACCP.

La pubblicazione di nuove norme può imporre obblighi aggiuntivi o differenti rispetto a quelli del passato. Esempi recenti possono essere le disposizioni sugli allergeni, il controllo dell’acrilamide, la formazione del personale e le regole sui materiali a contatto con gli alimenti (MOCA).

Istat: sale la fiducia dei consumatori, non quella delle imprese

Se è vero che settembre è un mese di bilanci, non possono mancare quelli riferiti al clima di fiducia diffuse periodicamente dall’Istat. Alla luce delle stime diffuse dall’Istituto di Statistica, si scopre che settembre porta con sé segnali incoraggianti per i consumatori italiani, mentre le imprese restano di fatto “al palo”.

Venendo alla percentuali,  l’indice del clima di fiducia dei consumatori sale da 96,2 a 96,8 punti, recuperando parzialmente il calo di agosto. Parallelamente, l’indicatore composito che misura la fiducia delle imprese segna un incremento minimo, passando da 93,6 a 93,7.

Consumatori più ottimisti sul futuro

L’indagine mostra un miglioramento delle opinioni delle famiglie. Aumenta in positivo la percezione della situazione economica generale, sia attuale che futura. Il clima economico sale da 97 a 98,8 punti, mentre quello corrente raggiunge quota 99,9 contro i 99,2 di agosto. Anche il sentiment per quanto concerne il futuro fa registrare un leggero progresso, da 92,2 a 92,6. Resta invece stabile il clima personale, che passa solo marginalmente da 95,9 a 96.

La crescita dell’ottimismo è sostenuta soprattutto dalla maggiore fiducia nelle prospettive dell’economia nazionale e da un atteggiamento più favorevole rispetto all’acquisto di beni durevoli.

Imprese decisamente più caute

Per quanto concerne il mondo delle imprese, la situazione appare meno rosea, anche se in alcuni settore l’ottimismo è maggiore. La fiducia migliora nelle costruzioni (da 101,3 a 101,5) e nei servizi di mercato (da 95,1 a 95,6), ma resta invariata nella manifattura, ferma a 87,3 punti, e peggiora nel commercio al dettaglio, dove l’indice cala da 102,7 a 101,6.

Analizzando nel dettaglio le componenti, la manifattura evidenzia giudizi migliori sugli ordini, ma peggiorano le attese sulla produzione. Le scorte restano stabili. Nelle costruzioni, cresce la valutazione degli ordini ma diminuiscono le prospettive occupazionali.

Nei servizi di mercato emergono forti aspettative sugli ordini futuri, mentre calano i giudizi sull’andamento complessivo. Nel commercio al dettaglio, invece, si osserva un peggioramento nelle valutazioni delle vendite e un aumento delle giacenze di magazzino, seppur accompagnato da attese più positive sulle vendite future.

Un quadro di sostanziale stabilità

Complessivamente, il mese di settembre restituisce un quadro di relativa stabilità. L’incremento marginale dell’indice delle imprese conferma l’andamento piatto osservato già a luglio. Tuttavia, alcuni segnali incoraggianti arrivano dai giudizi sugli ordini nell’industria e dalle aspettative di crescita nei servizi.

Per i consumatori, invece, l’aumento della fiducia rappresenta un parziale recupero dopo la flessione estiva. La percezione di un miglioramento delle condizioni economiche generali e una maggiore propensione all’acquisto sembrano indicare un atteggiamento più positivo verso il futuro.

Qual è il luogo più iconico della casa per gli italiani? La cucina

Per gli italiani la casa è il centro della socialità, perché tra le mura domestiche si condividono momenti di relax e di incontro. Tanto che l’84% degli italiani considera la casa il luogo privilegiato per la socialità. Ma è la cucina il luogo privilegiato per condividere momenti speciali con parenti e amici. La cucina infatti non è solo un luogo funzionale, ma un vero e proprio spazio identitario, dove si intrecciano convivialità, creatività e tradizione.
E per oltre la metà degli italiani cucinare non è soltanto un’attività quotidiana, ma diventa occasione di benessere e condivisione.

È quanto emerge dalla nuova ricerca condotta per IKEA Italia da Doxa nell’ambito dell’Osservatorio CasaDoxa, che ha indagato i valori, le abitudini e le sfide legate alla vita domestica, con un focus proprio sul rapporto tra le persone, il cibo e la cucina.

Spazi ridotti, problemi di organizzazione e difficoltà nella pulizia

Accanto ai tanti aspetti positivi, emergono anche alcune difficoltà pratiche. In particolare, la cucina viene spesso percepita come una delle aree più critiche della casa. Ma qual è il motivo?

Secondo i dati raccolti dalla ricerca, gli italiani dichiarano di scontrarsi con spazi ridotti, problemi di organizzazione e difficoltà nella pulizia. Inoltre, si registra un divario tra il desiderio di adottare stili di vita sostenibili e la possibilità concreta di farlo, soprattutto a causa di vincoli economici.

Il legame con il cibo

Il rapporto con il cibo resta, comunque, molto forte. Il 66% degli italiani lo percepisce come più radicato rispetto ad altri Paesi. L’82% associa infatti la convivialità al tempo trascorso con familiari e amici, e il 40% a cucinare insieme.

Ma le percezioni variano sul territorio: se a Napoli il 62% del campione considera la preparazione dei pasti un atto creativo a Milano una persona su dieci vive questo momento più come un impegno o un’incombenza da sbrigare.

La tavola come spazio di espressione

Non solo cucina in senso stretto: è la tavola a occupare un ruolo simbolico fondamentale. Il 70% degli intervistati dichiara infatti di curare la scelta degli accessori e dell’illuminazione per creare atmosfera, il 61% arricchisce lo spazio in cui mangiare con i tessili, e oltre tre quarti prestano attenzione alle stoviglie, con set di piatti e bicchieri coordinati.

Del resto, con l’aumento del costo della vita cresce anche la tendenza a vivere la convivialità tra le mura domestiche. Così, il 40% del campione intervistato preferisce organizzare pranzi e cene casalinghe come alternativa economica al più costoso andare a mangiare al ristorante.