Vai al contenuto

Prestiti: nel 2025 erogati 370 milioni di euro per lo studio

Nell’ultimo anno chi ha presentato domanda di finanziamento per coprire i costi legati allo studio ha puntato a ottenere in media 6.916 euro, valore in aumento del 3% su base annua. In totale, sono stati erogati oltre 370 milioni di euro in prestiti personali per pagare le spese legate a scuola, università e formazione, circa il 15% in più rispetto all’anno precedente.
Emerge dalle stime elaborate da Facile.it e Prestiti.it su un campione di oltre 750.000 richieste raccolte tra settembre 2023 e agosto 2025.

A pochi giorni dal suono della campanella già molte famiglie sono alle prese con il caro-scuola. Le associazioni dei consumatori hanno denunciato aumenti che in alcuni casi superano il 20%. Forse anche per questo non mancano gli italiani che scelgono di ricorrere a un prestito personale per far fronte ai costi di istruzione.

Una richiesta su 3 arriva da under30

Dati interessanti emergono analizzando l’età dei richiedenti; chi ha presentato domanda per questo tipo di finanziamento aveva, all’atto della firma, in media 38 anni e mezzo, ma una richiesta su 3 è arrivata da un under30. Da notare anche che l’età di chi cerca di ottenere un finanziamento per lo studio è nettamente inferiore rispetto a quella di chi ha presentato domanda di prestito per altre finalità (43 anni e mezzo).

“Studiare ha un costo che può diventare significativo, soprattutto per chi deve affrontare un percorso universitario o post laurea – spiegano gli esperti di Facile.it -. Strumenti come quello del prestito personale sono importanti perché danno ai consumatori la possibilità di pianificare la spesa in modo consapevole, facendola pesare il meno possibile sul budget mensile, ma senza dovervi rinunciare”.

Le nuove generazioni non sono disposte a rinunciare alla formazione

“Il fatto che i giovani investano sullo studio anche attraverso un prestito personale può essere letto positivamente – continuano gli esperti -. Da un lato significa che le nuove generazioni non sono disposte a rinunciare alla propria formazione, dall’altro è sinonimo di una maggiore consapevolezza sulle opportunità offerte dal settore del credito al consumo”.

Un altro dato significativo è legato al sesso del richiedente. I prestiti per lo studio si confermano una delle tipologie di finanziamento più richieste dalle donne, tanto è vero che, nell’ultimo anno, quasi 1 domanda su 2 di prestito per lo studio faceva capo al campione femminile (45%).

Cresce la percentuale di richiedenti donne

Si tratta di un valore estremamente elevato, se si considera che guardando alla totalità di domande per prestiti personali, più del 70% delle richieste vengono presentate degli uomini.

“Una percentuale così alta di richiedenti donne – confermano ancora da Facile.it – non è legata solo al fatto che si pensi all’istruzione dei figli, ma anche al fatto che sovente le donne paghino da sé master o corsi di specializzazione post universitari, ad esempio, per rientrare nel modo del lavoro con ancora più qualifiche dopo una maternità”.

Influencer, professione o passione? Il profilo dei creator italiani

Creator, influencer, professionisti digitali: sono le persone che lavorano sulle piattaforme, un “esercito” che aumenta di numero di anno in anno. Ma si tratta di un lavoro “vero”? E quali sono le leve che spingono tanti individui ad intraprenderlo? E quanti sono in Italia? A queste e ad altre domande risponde un recente studio europeo firmato Kolsquare.

Dietro a reel, post sponsorizzati e contenuti virali, si nasconde infatti un’industria in piena evoluzione: quella dei creator digitali. In Europa, l’Italia spicca per numero di content creator che fanno di questa attività il loro lavoro principale: il 35%, la percentuale più alta tra i Paesi analizzati. Il dato emerge dallo studio “Creator Economy 2025”, realizzato da Kolsquare, società francese esperta in influencer marketing, che ha coinvolto mille creator attivi in 14 settori.

Il rapporto con il brand non è legato (solo) al budget 

Per i creator italiani, riferisce Askanews, il legame con i brand non si costruisce solo intorno al budget. A influenzare la scelta di una collaborazione, per il 62% conta soprattutto l’allineamento valoriale.

La retribuzione è l’aspetto prioritario solo per poco più di un terzo degli intervistati. A dominare, invece, sono la trasparenza nei confronti dei follower (citata dal 70%) e la coerenza etica, con una crescente attenzione alla sostenibilità e ai temi sociali.

Guadagni bassi, ma l’impegno è alto

La maggior parte dei creator guadagna poco: il 74% rimane sotto i 5.000 euro al mese, e ben il 35% non supera i 1.000 euro. Le disuguaglianze colpiscono soprattutto le donne, che hanno il doppio delle probabilità di restare sotto i 500 euro rispetto agli uomini.

Una situazione che mette in luce la fragilità economica del settore, spesso mascherata da visibilità online.

Multitasking e AI: come si lavora dietro le quinte

Solo il 28% dei creator si dedica esclusivamente ai contenuti digitali. Molti combinano più attività, spesso nel marketing o nella comunicazione. Il supporto dell’intelligenza artificiale è ormai la norma: l’80% la usa per creare testi, gestire commenti o prevedere le performance dei contenuti.

Instagram la piattaforma che rende di più

Instagram resta la piattaforma regina per i guadagni (53%), seguita da TikTok e YouTube. Emergono però nuove fonti di reddito, come i programmi di affiliazione e la vendita tramite live streaming. Le micro community diventano il terreno più fertile per le aziende, che puntano sempre di più su influencer “di nicchia”.

Il futuro? All’insegna di professionalità, responsabilità e trasparenza

Secondo Federico Spinelli, country manager per l’Italia di Kolsquare, il settore è maturo per un cambio di passo: maggiore professionalità, strumenti evoluti e relazioni più trasparenti con i brand.

In un mercato che cerca risultati misurabili, i creator più autentici e vicini alla propria community saranno i protagonisti dei prossimi anni.

Dazi USA: fino a 22 miliardi di euro di possibili perdite

L’Italia esporta verso gli Usa oltre 70 miliardi di dollari l’anno (63 miliardi di euro), di cui oltre 30 miliardi di euro sono riferibili ai comparti direttamente colpiti dai dazi Usa. L’entrata in vigore dei nuovi dazi statunitensi al 30%, prevista per agosto su una vasta gamma di prodotti europei, rischia di colpire duramente le filiere produttive italiane più esposte all’export verso gli Stati Uniti.

Le prime stime indicano che l’effetto immediato dell’applicazione della tariffa potrebbe tradursi in una perdita diretta fino a 9 miliardi di euro, mentre considerando anche le conseguenze su filiere, marginalità, investimenti e consumi, la forchetta complessiva stimata si colloca tra 18 e 22 miliardi di euro nel biennio 2025–2026.
Lo rivela un’elaborazione di ReportAziende.it condotta su dati Istat-Comext ed Eurostat aggiornati al 2024.

A rischio settore farmaceutico, meccanica, moda, vino, agroalimentare

I settori maggiormente interessati comprendono il farmaceutico, con circa il 18% dell’export italiano di medicinali e preparazioni diretto negli Usa (pari a 13,7 miliardi di dollari su 75 miliardi di dollari totali di settore), la meccanica generale (circa il 6,8 % del valore del comparto), l’automotive (5,5 % dell’export nazionale e 14,7 % dell’export globale), le macchine industriali (tra 5,0 % e 6,8 %), il vino e bevande (4,4 %, 22,7 % export mondiale di settore), la moda e la pelletteria (3,2 %, 9,1 % globale), mobili e arredamento (2,5 %, 14% globale,) metalli e acciaio, con una quota di export verso Usa prossima al 7 %, e l’elettronica medicale, con il 2,6 % delle esportazioni mondiali di settore.

L’impatto sull’occupazione

La “mappa del rischio” di ReportAziende.it evidenzia un’incidenza più forte nel Nord Italia, dove si concentrano le produzioni verso gli Usa.

In particolare, Lombardia (Milano, Brescia, Mantova, pharma, meccanica, moda, formaggi), Emilia-Romagna (Parma, Modena, Reggio, agroalimentare Dop, automotive), Veneto (Treviso, Verona, Vicenza, occhialeria, vino, moda, salumi), Toscana (Firenze, Arezzo, Siena, vino Doc, moda, gioielleria), Piemonte (Torino, Cuneo, componentistica auto, meccanica di precisione, agroalimentare).
Secondo le stime, il 75 % dell’impatto occupazionale si concentrerà nel Nord Italia, con una perdita potenziale tra 115.000 e 145.000 posti di lavoro a livello nazionale, e oltre 25.000 in Emilia-Romagna.

Prezzi al consumo a +10%?

A partire dal primo trimestre 2026, le difficoltà a smaltire le scorte e l’aumento dei costi di produzione potrebbero tradursi in un +10% in media sui prezzi al consumo nei settori colpiti, in particolare, formaggi Dop, salumi, olio Evo, vini premium e Doc, abbigliamento e calzature di fascia medio-alta.

Nel 2026 il calo dei volumi potrebbe tradursi fino al 40% per agroalimentare, meccanica e moda, con il rischio di abbandono del mercato Usa da parte di molte Pmi.
A livello europeo si valutano contromisure su whiskey, automotive e prodotti tech, insieme a strumenti straordinari di sostegno per le imprese.

Estate 2025: aumentano i turisti stranieri, gli italiani più cauti

L’estate 2025 si annuncia come una stagione molto positiva per il turismo in Italia, con un aumento dei visitatori stranieri che premia il fascino senza tempo di coste, borghi e città d’arte. C’è per un trend che va monitorato con attenzione, e si riferisce al comportamento dei turisti italiani.

Secondo il più recente report Ipsos Future4Tourism, si assiste a un lieve ma significativo calo nelle intenzioni di viaggio dei nostri connazionali.

Meno partenze e vacanze più corte: i nuovi trend

Dopo i numeri record del 2024, quando il 76% degli italiani dichiarava l’intenzione di partire, la percentuale per l’estate 2025 scende al 72%. Un dato ancora positivo, ma che rivela una certa prudenza.

Cresce, infatti, la preferenza per soggiorni brevi, con molti italiani che scelgono weekend lunghi o pause di massimo tre notti, in alternativa alle vacanze prolungate di una volta.

Costi e legami familiari “stoppano” i viaggi

A pesare sulle scelte di viaggio ci sono soprattutto considerazioni economiche. L’inflazione e l’incertezza finanziaria spingono molti a rinunciare. Ma non solo: aumentano anche coloro che segnalano impegni familiari come causa dell’impossibilità a partire. Interessante notare che il 24% degli intervistati afferma di non essere solito fare vacanze estive, il doppio rispetto al 2024.

Quando e dove si viaggia

Luglio e agosto si equivalgono nelle preferenze (entrambi al 37%), mentre settembre attira il restante 24%. A scoraggiare il mese tradizionalmente vacanziero sono l’elevato affollamento, i prezzi alti e il timore del caldo eccessivo. Le destinazioni italiane restano la scelta principale (62%), ma in calo rispetto all’anno precedente. In compenso, crescono i viaggi in Europa e le crociere.

Calabria tra le mete top five  

Sicilia, Toscana, Puglia e Trentino-Alto Adige si confermano tra le preferite, ma la Calabria conquista un posto nella top five. In forte crescita anche il turismo montano, con il 15% delle preferenze: il Trentino guida la tendenza, accogliendo circa il 40% dei viaggiatori che scelgono la montagna.

C’è chi prenota in forte anticipo e chi sottodata

Si polarizzano le modalità di prenotazione: aumentano sia i “pianificatori” che prenotano con oltre sei mesi di anticipo, sia i “ritardatari” che aspettano l’ultimo minuto.

Una sfida per gli operatori del settore, che devono adattare le offerte a due tipi di clientela molto diversi.

Autunno 2025: un occhio all’Europa

Guardando oltre l’estate, circa un terzo degli italiani prevede di viaggiare in autunno. A crescere è l’interesse per le capitali europee e le mete montane. Un segnale chiaro: il turismo italiano si fa sempre più fluido e distribuito nel corso dell’anno.

Perchè entro cinque anni sempre meno italiani sceglieranno l’auto come mezzo principale?

Si sa che gli italiani sono fan dell’automobile. Eppure, qualcosa sta cambiando in questo rapporto che sembrava inattaccabile. Per decenni, l’auto ha rappresentato molto più di un semplice mezzo di trasporto per gli italiani: simbolo di indipendenza, status e comodità.
Ma, secondo una recente analisi condotta da Eumetra, questo legame sembra destinato a indebolirsi in modo sostanziale.

Oggi il 40% degli italiani utilizza l’auto come mezzo principale per spostarsi. Però, entro i prossimi cinque anni, questa quota potrebbe scendere al 24%. Una riduzione netta, superiore a quanto previsto in altri Paesi europei: in Germania, ad esempio, si stima un calo più moderato (dal 48% al 41%), mentre in Francia il dato scenderebbe dal 53% al 39%. In Regno Unito la flessione sarà lieve (dal 52% al 48%), mentre la Spagna registrerà una delle riduzioni più drastiche, passando dal 38% al 21%.

Le cause del cambiamento: più che una “semplice” questione ambientale

La diminuzione dell’uso dell’auto privata deriva da un insieme di fattori che vanno ben oltre la sola attenzione all’ambiente. Da una parte, normative europee e nazionali stanno spingendo verso l’abbandono dei veicoli a combustione. Dall’altra, molte città stanno restringendo l’accesso ai centri urbani, favorendo trasporti pubblici e mezzi alternativi.

A incidere è anche il contesto economico: l’aumento del costo del carburante, l’incertezza sul futuro dell’auto elettrica e il peso crescente delle spese di manutenzione spingono molti a riconsiderare la necessità di possedere un’auto. A ciò si aggiunge un cambiamento culturale: cresce l’interesse per biciclette, monopattini e mezzi condivisi.

Una trasformazione che investe l’intero settore

Il mondo dell’automotive sta affrontando una rivoluzione profonda. La transizione verso l’elettrico ridisegna le filiere produttive, aprendo spazi a nuovi attori e mettendo in crisi i modelli tradizionali.

Il futuro sarà sempre più legato a soluzioni integrate: infrastrutture di ricarica, componentistica specializzata e servizi di mobilità sostenibile.

Biciclette e trasporto pubblico protagonisti del domani

Secondo le previsioni, entro il 2030 oltre il 10% degli italiani utilizzerà la bicicletta come mezzo principale. Un trend in crescita anche in Francia e Germania, con numeri più contenuti in Spagna e Regno Unito.

Affrontare questa transizione richiederà visione e cooperazione. Solo un dialogo aperto tra istituzioni, imprese e cittadini permetterà di costruire una mobilità efficiente, equa e sostenibile per tutti.

Pensione, spese sanitarie e futuro dei figli: le principali preoccupazioni delle famiglie italiane

Pensione, spese per la salute e stabilità economica dei propri figli. Sono questi i principali motivi che preoccupano le famiglie italiane, come emerge da un’indagine realizzata da mUp Research per Facile.it in occasione del debutto della sezione dedicata agli investimenti sulla piattaforma.

Nonostante quasi 38 milioni di persone si dicano in apprensione per il futuro delle loro finanze, soltanto il 18% afferma di aver preso delle contromisure per affrontare eventuali imprevisti. Come sottolinea Maurizio Pescarini, amministratore delegato di Facile.it, una pianificazione oculata può fare la differenza: “Comportamenti corretti dal punto di vista finanziario, dal risparmio all’investimento, consentono di affrontare con più serenità le sfide che si presenteranno”.

“Da sempre”, aggiunge Pescarini, “aiutiamo le persone a trovare le offerte più convenienti per mutui, prestiti, polizze e utenze domestiche. Con questa nuova sezione dedicata agli investimenti, vogliamo affiancarle nella gestione delle loro finanze, in modo semplice, rapido e senza sprechi di denaro”.

Timori per la vecchiaia per 6 cittadini su 10 

Dallo studio emerge che per 6 italiani su 10 — in particolare per coloro che rientrano nella fascia d’età 35-54 — l’assegno pensionistico insufficiente è il problema che fa dormire sonni poco tranquilli. A seguire, quella di dover affrontare delle spese sanitarie impreviste (47% degli intervistati), un’inquietudine che diventa più acuta dopo i 65 anni (54%).

Quasi un terzo (33%) si dice inoltre in apprensione per il futuro economico dei propri figli, un timore che colpisce principalmente le giovani coppie (tra i 25 e i 34 anni), dove la percentuale raggiunge il 38%. 

Cosa cambia a secondo del territorio e del genere

Col variare delle Regioni, cambiano anche le paure: al Nord predominano quelle sulle pensioni (fino al 63,5% nel Nord-Ovest), mentre al Sud è l’incertezza per l’avvenire delle nuove generazioni a destare più preoccupazione (37%).

Le donne manifestano una situazione di insicurezza leggermente più alta degli uomini (94% a fronte del 90%) con un’attenzione particolare sulle pensioni e sulle spese per la salute, mentre per questi ultimi l’incertezza si concentra sulle future difficoltà economiche dei propri figli.

Polizze vita rivalutabili: uno strumento per costruire un futuro più sereno

Dall’indagine emerge che solo il 19% degli intervistati conosce le polizze vita rivalutabili, una soluzione che può contribuire a costruire un futuro senza incertezze. Eppure, oltre un terzo di coloro che le conoscono (35%) ha deciso di sottoscriverle.

Le caratteristiche che conquistano i sottoscrittori includono la garanzia del capitale (38%), la possibilità di un riscatto anticipato (26,5%) e quella di designare un beneficiario senza vincoli di parentela (25%). Quasi un assicurato su quattro, infine, apprezza l’esenzione dalla tassa di successione che questi contratti offrono.

Viaggi e sicurezza, l’Italia è ancora indietro nella classifica

Secondo l’HelloSafe Index, l’Europa è ancora l’area del mondo più sicura in cui viaggiare: 12 dei 15 Stati più sicuri sono infatti nel Vecchio Continente. E il podio globale è occupato da due Paesi europei su tre.
L’Index considera 35 indicatori riuniti in cinque macrogruppi, disastri naturali (30 punti), violenza nella società/livello di criminalità (20), coinvolgimento in conflitti armati interni/esterni (20), infrastrutture sanitarie (20), militarizzazione del Paese (10). Meno punti si totalizzano, migliore è la situazione.

A livello globale, l’Islanda è la più sicura, con 18,23 punti su 100, davanti a Singapore (19,99 punti) e Danimarca (20,05 punti).
Nella graduatoria europea, Reykjavík e Copenhagen sono seguiti da Austria (20,31 punti) Svizzera (20,51) e Repubblica Ceca (21,19).
Distante l’Italia, 33esima, con 34,74 punti, preceduta da Francia, Grecia, Ucraina e Russia.

Filippine, Colombia e Messico i meno sicuri nel 2024

Nell top 15 mondiale si trovano anche il Bhutan (22,98 punti) e il Qatar (23,33), destinazioni molto tranquille per i viaggiatori dal punto di vista della sicurezza.
Tra i 15 Paesi meno sicuri, invece, alcuni sono teatro di conflitti, fattore spesso sommato a elevati rischi naturali.

Le Filippine appaiono quindi in cima a questa classifica, con un indice di 82,32 su 100, seguite da Colombia (79,21 punti) e Messico (78,42 punti), tre Paesi che sperimentano una forte violenza all’interno della società.
Anche lo Yemen o la Siria sono alle prese con gravi conflitti interni che compromettono la sicurezza.
Da segnalare anche la presenza della Russia, impegnata in un conflitto con l’Ucraina che sembra destinato a durare.

I Paesi europei sicuri e non 

I Paesi europei occupano 30 posizioni tra i 50 più sicuri al mondo, tra cui la Svizzera (5° a livello mondiale e 4° a livello europeo, con un indice di 20,51), i Paesi Bassi (20° e 17°, indice 26,22), o il Belgio (31° e 24°, indice 28,31).
Da notare la cattiva posizione della Francia, solo 80esima a livello mondiale e 34esima a livello europeo.

Una posizione che si spiega soprattutto con la minaccia terroristica, che rimane molto presente nel Paese.
In fondo alla classifica Ucraina e Russia, minate dal conflitto che le oppone dal 2022.

Paraguay e Uruguay i “virtuosi” dell’America Latina

L’America Latina costituisce tradizionalmente una destinazione di viaggio esotica per chi proviene dall’Europa e dal Nord America. Tuttavia, i Paesi che ne fanno parte presentano situazioni di sicurezza molto contrastanti.

Pertanto, il Paraguay, l’Uruguay, Trinidad e Tobago, ma anche la Bolivia, godono di un indice di sicurezza piuttosto elevato per i viaggiatori.
Al contrario, la Colombia, il Messico e il Venezuela sono tra le nazioni latinoamericane più pericolose. L’alto tasso di omicidi, la militarizzazione e gli sfollati interni sono tra le cause che giustificano questa cattiva posizione, nonostante l’innegabile potenziale turistico.

Lo stress? Gli italiani lo “curano” con le coccole dei loro pet

In caso di stress, gli italiani scelgono la compagnia del proprio animale domestico, preferita a quella di amici o familiari. Infatti, quando le giornate diventano pesanti e il carico emotivo si fa sentire, molti nostri connazionali trovano sollievo nella vicinanza del proprio cane o gatto.

Secondo una recente ricerca condotta da Mars Petcare in collaborazione con Calm, piattaforma dedicata alla salute mentale, oltre la metà dei proprietari italiani (55%) preferisce passare del tempo con il proprio animale nei momenti difficili, piuttosto che con partner (32%), amici (23%), familiari (20%) o figli (17%).
Lo studio ha coinvolto più di 30.000 persone in 20 Paesi ed evidenzia quanto i pet siano diventati una parte essenziale della gestione quotidiana dello stress e del benessere emotivo.

Il potere di una presenza silenziosa, ma vera

Gli animali domestici non solo accompagnano, ma contribuiscono in modo significativo al benessere mentale: l’89% degli intervistati italiani è convinto che la presenza del proprio pet abbia un impatto positivo sulla propria salute psicologica.

Per il 63%, la sola vicinanza dell’animale rappresenta una forma di conforto senza bisogno di parole, mentre il 16% dichiara di sentirsi meglio anche solo parlando con il proprio cane o gatto, come se confidarsi con loro alleggerisse le preoccupazioni.

Gli amici pelosi ci aiutano a rallentare

A sottolineare il valore di questi momenti è Tammie King, responsabile della ricerca presso il Waltham Petcare Science Institute: “I nostri animali ci offrono molto più di quanto immaginiamo. Le loro attenzioni quotidiane possono trasformarsi in veri e propri strumenti per rallentare e riconnettersi con sé stessi”.

King aggiunge che le interazioni tattili con gli animali possono aumentare i livelli di ossitocina, ormone associato a benessere e legame affettivo.

Una pausa emotiva dal tran tran digitale

Nel mondo iperconnesso di oggi, i pet rappresentano una via naturale per prendersi una pausa dal frastuono digitale. Tra lavoro, notifiche e impegni, la loro presenza ricorda l’importanza di fermarsi, respirare e vivere l’attimo.

Il messaggio della ricerca è chiaro: non sono solo animali, ma veri e propri alleati emotivi.

Sicurezza digitale: nell’era dell’IA le imprese sono ancora impreparate

Solo una minima parte delle imprese è realmente pronta ad affrontare le sfide della sicurezza. Lo evidenziano i dati contenuti nel Cybersecurity Readiness Index 2025 di Cisco che rivelano un quadro allarmante: solo il 4% delle organizzazioni a livello mondiale è classificato come “maturo” in termini di difesa informatica.

Si registra comunque un miglioramento minimo rispetto al 2024, quando la percentuale era ferma al 3%. La maggioranza delle aziende, quindi, si muove ancora in modo incerto in un panorama potenzialmente molto insidioso e in continua evoluzione.

L’IA: nuovo terreno di attacco?

L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando il modo in cui le aziende affrontano la cybersecurity, ma rappresenta anche un nuovo terreno d’attacco. In Italia, l’82% delle imprese ha subito violazioni legate all’uso dell’IA negli ultimi 12 mesi.

Solo il 38% dei manager italiani, però, ritiene che il proprio personale comprenda appieno i rischi connessi a queste tecnologie.

Strategie di difesa poco integrate

Quasi quattro aziende italiane su dieci hanno subito danni a causa di infrastrutture di sicurezza disorganiche. Il 66% degli intervistati individua nelle minacce esterne — come hacker o gruppi sponsorizzati da governi — i principali pericoli, mentre solo il 34% teme le vulnerabilità interne. Un dato che sottolinea la necessità di strategie più coordinate e meno frammentate.

GenAI sotto osservazione: manca un controllo coordinato

Oltre il 60% dei lavoratori italiani utilizza strumenti di intelligenza artificiale generativa approvati dall’azienda, ma l’uso non sempre è monitorato: l’80% dei responsabili IT non ha piena consapevolezza dell’interazione tra dipendenti e questi strumenti.

Il rischio maggiore? Le cosiddette “IA ombra”, soluzioni non autorizzate difficili da intercettare, segnalate dal 68% delle aziende come una minaccia concreta.

Mancano figure esperte

Nonostante quasi tutte le aziende intendano rinnovare le proprie infrastrutture digitali, solo una piccola parte (9%) destina più del 20% del budget IT alla sicurezza informatica.
Intanto, l’83% segnala una carenza di professionisti qualificati, con numerose posizioni vacanti difficili da coprire.

Una priorità su cui le imprese dovrebbero investire

Per colmare il divario tra minacce e difese, è indispensabile investire di più nella sicurezza, puntare sull’IA per individuare e contrastare gli attacchi e ridurre la complessità degli strumenti usati.
Solo così sarà possibile affrontare con efficacia le sfide digitali dei prossimi anni.

Bibite analcoliche e comfort food: la Gen Z ridefinisce l’aperitivo

Le nuove generazioni, in particolare i giovani tra 18 e 30 anni, sembrano apprezzare sempre più i cibi e le attività che evocano sensazioni di benessere e familiarità. Tanto che il 46% degli italiani considera le bibite analcoliche veri e propri comfort food, collocandole accanto a classici intramontabili come pizza, lasagne e cioccolato.
Non sorprende, quindi, che la Gen Z stia trasformando il brunch, o meglio, il brinner, parola nata dall’unione di brunch e dinner, nel nuovo momento social per eccellenza.

Secondo l’indagine condotta da Euromedia Research e diffusa da Tinder, le menzioni in ‘bio’ degli utenti ai ‘brunch’ dal 2024 al 2025 è aumentata del 7%.
E sempre secondo Tinder, “nel 2025, le menzioni in bio alla ‘colazione’ sono aumentate del 4,5% , mentre quelle relative ‘all’aperitivo’ sono diminuite del 16,5%”.

“Dietro un caffè si parla meglio che davanti a un Negroni”

Sempre più appartenenti alla Gen Z, infatti, preferisce la colazione fuori al classico aperitivo, perché è più economica, più varia e più ‘sincera’.
In particolare, sono convinti che ‘dietro un caffè si parli meglio che davanti a un Negroni’.

Quanto al brunch, la Gen Z lo ama perché è un momento slow in una vita fast: niente sveglie all’alba, né attese infinite per la cena.
Insomma, il brunch è considerato la coccola del weekend, ma anche il nuovo rituale per chi lavora o studia ‘in smart’.

L’happy hour tradizionale perde appeal

Una altro trend in voga è quello dei mocktail, abbreviazione inglese delle parole ‘mock’ e ‘cocktail’, che significa ‘finto cocktail’. I  mocktail sono ormai una certezza per la Gen Z, che preferisce ridurre, o eliminare, l’alcol durante le proprie uscite.

Come confermato dai dati di Tinder in Italia, le menzioni in bio ai ‘drink’ sono diminuite del 25% rispetto allo scorso anno.
Anche per questo, riporta Ristorazionenews, l’aperitivo tradizionale sta perdendo appeal, confermando la tendenza già rilevata nel report Future of Dating del 2023. Ovvero, la diffusione del ‘dry dating’, fatto di connessioni più autentiche e senza alcol.

Zebra striping: la  nuova frontiera del gusto

Nasce così lo ‘zebra striping’, una nuova frontiera del beverage che alterna cocktail e mocktail in un’unica esperienza gustativa.
Si tratta di un nuovo modo di vivere la socialità, più consapevole e attento alla salute.

Nel frattempo nascono anche nuovi format, dalle colazioni condivise ai brunch matchati fino alle community food events, luoghi in cui ci si incontra davvero, mescolando cibo e connessioni umane.