Vai al contenuto

Economia

Bollette luce e gas: quanto ci sono costate davvero nel 2025?

Si parla tanto del nuovo decreto energia e di quello che potrebbe cambiare nel 2026. Bene, speriamo. Ma prima di ogni considerazione è utile fare i conti. Perché i numeri del 2025 dicono che l’energia continua a pesare, e non poco, sulle famiglie italiane.

I conti in tasca alle famiglie

Secondo un’analisi pubblicata da Facile.it, nel 2025 una famiglia tipo nel mercato libero con tariffa indicizzata ha speso in media 2.055 euro tra luce e gas. È leggermente meno rispetto al 2024, ma comunque è un bell’esborso. Per capirci: nel 2018 si stava sotto i 1.200 euro.

Il gas ha fatto la differenza, dato che da solo ha inciso per circa 1.316 euro l’anno. La bolletta elettrica, invece, si è fermata poco sotto i 740 euro. La “colpa” è ovviamente dei mesi freddi invernali in molte Regioni del Belpaese.
Anche se il mercato sembra stabile, gli esperti invitano a non rilassarsi troppo. I prezzi dell’energia sono notoriamente ballerini. Chi ha scelto una tariffa variabile, in particolare, dovrebbe controllare periodicamente se l’offerta è ancora conveniente.

Dove si paga di più per la luce

L’analisi, basata sui consumi dichiarati di oltre un milione di utenze, mostra importanti differenze a livello regionale. Per l’elettricità, la regione più cara è la Sardegna: qui la spesa media ha raggiunto 826 euro, con consumi intorno ai 2.751 kWh, circa il 12% in più rispetto alla media nazionale. In molte zone, l’assenza del gas fa sì che vengano usati dispositivi elettrici per il riscaldamento, con un evidente riverbero sulla bolletta.
Subito dopo ci sono la Sicilia, con una media di 768 euro, e il Veneto, poco sotto, a 767 euro.

All’opposto, le bollette più leggere si registrano in Basilicata (611 euro), Liguria (635 euro) e Abruzzo (665 euro), dove i consumi risultano più contenuti.

Gas, in Trentino si spendono oltre 1.500 euro

La classifica cambia quando si parla di gas. La spesa media più alta si registra in Trentino-Alto Adige, con 1.548 euro l’anno. Seguono il Veneto e l’Emilia-Romagna, entrambe sopra i 1.500 euro. Anche la Lombardia resta su valori importanti, con 1.416 euro.
Le bollette più leggere, invece, si trovano in Sicilia, in Calabria e nel Lazio, tutte sotto i mille euro annui.

Economia nello spazio: 8,0 miliardi di produzione per 2 miliardi di valore aggiunto

Nel 2021 le imprese dell’economia dello spazio hanno generato una produzione pari a 8,0 miliardi di euro, impiegando poco più di 23mila addetti. Il valore aggiunto complessivo ammonta a 2,0 miliardi di euro, lo 0,1% del Pil.
Il settore ha espresso flussi commerciali con l’estero per 2,1 miliardi di esportazioni e 1,6 miliardi di importazioni. Gli investimenti fissi lordi in beni materiali sono circa 0,7 miliardi, mentre quelli in R&S ammontano a 0,6 miliardi.

Le unità incluse nel settore non-market che operano nell’economia dello spazio hanno generato un valore aggiunto di 0,4 miliardi di euro, impiegando 2,2mila addetti, con investimenti in R&S poco inferiori a 0,2 miliardi.
Sono alcuni risultati presentati dall’Istat emersi dal Conto tematico sull’economia dello spazio riferiti all’anno 2021.

Dalle multinazionali il 90% del valore aggiunto

La componente upstream, che include le attività core del settore, impiega poco più di 14mila addetti, con un valore della produzione pari a 4,1 miliardi (1,3 miliardi valore aggiunto). Queste imprese attivano esportazioni per 1,8 miliardi e generano importazioni per 1,2 miliardi.

Nel complesso, le imprese operanti nella manifattura generano un valore aggiunto di circa 1 miliardo, lo 0,4% dell’ammontare complessivo del comparto, impiegando poco meno di 10,5 mila addetti (0,3% del totale).
Il valore aggiunto “space” generato nei servizi è di 955 milioni, con circa 12,6mila addetti, mentre le imprese appartenenti a gruppi multinazionali generano il 90% del valore aggiunto (1,8 miliardi, 20,5mila addetti).

Imprese upstream più internazionalizzate

Le imprese operanti nelle attività della componente upstream ricorrono in misura maggiore ai mercati esteri. Il loro grado di apertura internazionale, misurato come rapporto fra la somma di importazioni ed esportazioni e la produzione, è del 77% superiore a quello del resto dell’economia.

Questa maggiore internazionalizzazione è principalmente spiegata dalle esportazioni. Infatti mentre il grado di dipendenza dalle importazioni riscontrato per le imprese upstream (27%) è simile a quanto registrato per il resto dell’economia (29%), la propensione alle esportazioni (33%) è più che doppia (15%).
Le imprese upstream mostrano anche una maggiore diversificazione geografica dei mercati di destinazione (11,6 Paesi contro 7,5) e una più articolata differenziazione merceologica (13,1 prodotti esportati contro 9).

Maggiore tendenza a produrre e investire in R&S

Le imprese upstream sono caratterizzate da una propensione agli investimenti fissi lordi in beni materiali leggermente inferiore alle altre unità produttive, con un tasso di investimento pari a 16,4% contro 16,9%. Un differenziale analogo (11,8% contro 12,1%), si osserva anche per il tasso di investimento depurato dalla componente fabbricati e macchinari, dove l’indicatore per le imprese upstream è pari a 8,1% contro l’8,4%.

Diversamente, la componente upstream mostra una maggiore tendenza alla produzione di R&S rispetto al resto del sistema (6,1% rispetto al 2,6%).
Una situazione simile si registra anche per la propensione all’investimento in R&S rispetto al resto del sistema produttivo, dove il rapporto fra investimenti in R&S e valore aggiunto è 11,9% contro 7,2%.

Nel 2025 gli italiani fanno più fatica a risparmiare

Nell’ultimo anno gli si è erosa la capacità di risparmio degli italiani. Lo rivela l’ultima indagine Acri-Ipsos, presentata in occasione della 101ª Giornata Mondiale del Risparmio.

Il quadro non è certo roseo: nel 2025 si è abbassata sensibilmente la propensione a risparmiare.. Aumenta, invece, l’ansia  di non riuscire più ad accantonare nulla e una certa sfiducia nel futuro.

Calano i risparmi, aumentano le preoccupazioni (e le spese) 

Nel 2025 meno della metà delle famiglie italiane riesce a mettere qualcosa da parte. Sono infatti il 41% le famiglie che risparmiano, cinque punti in meno rispetto al 2024. È il dato peggiore dal 2018. Molti nuclei, infatti, consumano ormai tutto il reddito mensile o, quando non basta, attingono ai risparmi accumulati negli anni.

E la tendenza non si invertirà a breve: secondo gli analisti, per i prossimi 12 mesi dovremo aspettarci un’ulteriore riduzione della capacità di risparmio, segno di una situazione economica sempre più complessa.  

Metà degli italiani afferma che il tenere di vita è peggiorato 

La gran parte degli italiani non è contenta. Addirittura il 57% delle famiglie dichiara che la propria situazione economica è peggiorata o che sta vivendo un periodo difficile. Solo il 43% parla invece di stabilità o di un lieve miglioramento.
Anche le prospettive per il futuro non sono così positive: il 38% degli italiani si dice fiducioso, il 39% non si aspetta grandi cambiamenti mentre il 16% afferma di essere molto preoccupato.

Anche il clima di fiducia nel Paese resta basso: più della metà (53%) è pessimista sull’Italia, mentre soltanto il 19% crede in un miglioramento. A livello locale, però, la percezione migliora un po’: il 28% continua a essere pessimista a fronte di un 26% di ottimisti.

L’euro non piace più tanto

Anche il rapporto con la moneta europea sembra avere qualche crepa. A oltre vent’anni dalla sua introduzione, l’euro non risulta tanto apprezzato:  il 65% degli italiani si dice insoddisfatto,  a fronte di un 60% di delusi nel 2024. I giudizi più critici arrivano dal Sud e dalle fasce d’età più mature.

Solo il 45% dei nostri connazionali continua a ritenere che l’euro porterà benefici al Paese nei prossimi vent’anni. A “vedere rosa” sono soprattutto i giovani e i residenti nel Nord-Est.

Mattarella: “Il risparmio è un bene da proteggere”

In occasione della giornata Mondiale del Risparmio, anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto far sentire la propria voce.  Ha infatti ricordato che il risparmio è un valore civico da tutelare e che ““Difenderlo significa favorire impieghi che ne accrescano il valore e sostengano la crescita del Paese”.

Istat: sale la fiducia dei consumatori, non quella delle imprese

Se è vero che settembre è un mese di bilanci, non possono mancare quelli riferiti al clima di fiducia diffuse periodicamente dall’Istat. Alla luce delle stime diffuse dall’Istituto di Statistica, si scopre che settembre porta con sé segnali incoraggianti per i consumatori italiani, mentre le imprese restano di fatto “al palo”.

Venendo alla percentuali,  l’indice del clima di fiducia dei consumatori sale da 96,2 a 96,8 punti, recuperando parzialmente il calo di agosto. Parallelamente, l’indicatore composito che misura la fiducia delle imprese segna un incremento minimo, passando da 93,6 a 93,7.

Consumatori più ottimisti sul futuro

L’indagine mostra un miglioramento delle opinioni delle famiglie. Aumenta in positivo la percezione della situazione economica generale, sia attuale che futura. Il clima economico sale da 97 a 98,8 punti, mentre quello corrente raggiunge quota 99,9 contro i 99,2 di agosto. Anche il sentiment per quanto concerne il futuro fa registrare un leggero progresso, da 92,2 a 92,6. Resta invece stabile il clima personale, che passa solo marginalmente da 95,9 a 96.

La crescita dell’ottimismo è sostenuta soprattutto dalla maggiore fiducia nelle prospettive dell’economia nazionale e da un atteggiamento più favorevole rispetto all’acquisto di beni durevoli.

Imprese decisamente più caute

Per quanto concerne il mondo delle imprese, la situazione appare meno rosea, anche se in alcuni settore l’ottimismo è maggiore. La fiducia migliora nelle costruzioni (da 101,3 a 101,5) e nei servizi di mercato (da 95,1 a 95,6), ma resta invariata nella manifattura, ferma a 87,3 punti, e peggiora nel commercio al dettaglio, dove l’indice cala da 102,7 a 101,6.

Analizzando nel dettaglio le componenti, la manifattura evidenzia giudizi migliori sugli ordini, ma peggiorano le attese sulla produzione. Le scorte restano stabili. Nelle costruzioni, cresce la valutazione degli ordini ma diminuiscono le prospettive occupazionali.

Nei servizi di mercato emergono forti aspettative sugli ordini futuri, mentre calano i giudizi sull’andamento complessivo. Nel commercio al dettaglio, invece, si osserva un peggioramento nelle valutazioni delle vendite e un aumento delle giacenze di magazzino, seppur accompagnato da attese più positive sulle vendite future.

Un quadro di sostanziale stabilità

Complessivamente, il mese di settembre restituisce un quadro di relativa stabilità. L’incremento marginale dell’indice delle imprese conferma l’andamento piatto osservato già a luglio. Tuttavia, alcuni segnali incoraggianti arrivano dai giudizi sugli ordini nell’industria e dalle aspettative di crescita nei servizi.

Per i consumatori, invece, l’aumento della fiducia rappresenta un parziale recupero dopo la flessione estiva. La percezione di un miglioramento delle condizioni economiche generali e una maggiore propensione all’acquisto sembrano indicare un atteggiamento più positivo verso il futuro.

Dazi USA: fino a 22 miliardi di euro di possibili perdite

L’Italia esporta verso gli Usa oltre 70 miliardi di dollari l’anno (63 miliardi di euro), di cui oltre 30 miliardi di euro sono riferibili ai comparti direttamente colpiti dai dazi Usa. L’entrata in vigore dei nuovi dazi statunitensi al 30%, prevista per agosto su una vasta gamma di prodotti europei, rischia di colpire duramente le filiere produttive italiane più esposte all’export verso gli Stati Uniti.

Le prime stime indicano che l’effetto immediato dell’applicazione della tariffa potrebbe tradursi in una perdita diretta fino a 9 miliardi di euro, mentre considerando anche le conseguenze su filiere, marginalità, investimenti e consumi, la forchetta complessiva stimata si colloca tra 18 e 22 miliardi di euro nel biennio 2025–2026.
Lo rivela un’elaborazione di ReportAziende.it condotta su dati Istat-Comext ed Eurostat aggiornati al 2024.

A rischio settore farmaceutico, meccanica, moda, vino, agroalimentare

I settori maggiormente interessati comprendono il farmaceutico, con circa il 18% dell’export italiano di medicinali e preparazioni diretto negli Usa (pari a 13,7 miliardi di dollari su 75 miliardi di dollari totali di settore), la meccanica generale (circa il 6,8 % del valore del comparto), l’automotive (5,5 % dell’export nazionale e 14,7 % dell’export globale), le macchine industriali (tra 5,0 % e 6,8 %), il vino e bevande (4,4 %, 22,7 % export mondiale di settore), la moda e la pelletteria (3,2 %, 9,1 % globale), mobili e arredamento (2,5 %, 14% globale,) metalli e acciaio, con una quota di export verso Usa prossima al 7 %, e l’elettronica medicale, con il 2,6 % delle esportazioni mondiali di settore.

L’impatto sull’occupazione

La “mappa del rischio” di ReportAziende.it evidenzia un’incidenza più forte nel Nord Italia, dove si concentrano le produzioni verso gli Usa.

In particolare, Lombardia (Milano, Brescia, Mantova, pharma, meccanica, moda, formaggi), Emilia-Romagna (Parma, Modena, Reggio, agroalimentare Dop, automotive), Veneto (Treviso, Verona, Vicenza, occhialeria, vino, moda, salumi), Toscana (Firenze, Arezzo, Siena, vino Doc, moda, gioielleria), Piemonte (Torino, Cuneo, componentistica auto, meccanica di precisione, agroalimentare).
Secondo le stime, il 75 % dell’impatto occupazionale si concentrerà nel Nord Italia, con una perdita potenziale tra 115.000 e 145.000 posti di lavoro a livello nazionale, e oltre 25.000 in Emilia-Romagna.

Prezzi al consumo a +10%?

A partire dal primo trimestre 2026, le difficoltà a smaltire le scorte e l’aumento dei costi di produzione potrebbero tradursi in un +10% in media sui prezzi al consumo nei settori colpiti, in particolare, formaggi Dop, salumi, olio Evo, vini premium e Doc, abbigliamento e calzature di fascia medio-alta.

Nel 2026 il calo dei volumi potrebbe tradursi fino al 40% per agroalimentare, meccanica e moda, con il rischio di abbandono del mercato Usa da parte di molte Pmi.
A livello europeo si valutano contromisure su whiskey, automotive e prodotti tech, insieme a strumenti straordinari di sostegno per le imprese.

Pensione, spese sanitarie e futuro dei figli: le principali preoccupazioni delle famiglie italiane

Pensione, spese per la salute e stabilità economica dei propri figli. Sono questi i principali motivi che preoccupano le famiglie italiane, come emerge da un’indagine realizzata da mUp Research per Facile.it in occasione del debutto della sezione dedicata agli investimenti sulla piattaforma.

Nonostante quasi 38 milioni di persone si dicano in apprensione per il futuro delle loro finanze, soltanto il 18% afferma di aver preso delle contromisure per affrontare eventuali imprevisti. Come sottolinea Maurizio Pescarini, amministratore delegato di Facile.it, una pianificazione oculata può fare la differenza: “Comportamenti corretti dal punto di vista finanziario, dal risparmio all’investimento, consentono di affrontare con più serenità le sfide che si presenteranno”.

“Da sempre”, aggiunge Pescarini, “aiutiamo le persone a trovare le offerte più convenienti per mutui, prestiti, polizze e utenze domestiche. Con questa nuova sezione dedicata agli investimenti, vogliamo affiancarle nella gestione delle loro finanze, in modo semplice, rapido e senza sprechi di denaro”.

Timori per la vecchiaia per 6 cittadini su 10 

Dallo studio emerge che per 6 italiani su 10 — in particolare per coloro che rientrano nella fascia d’età 35-54 — l’assegno pensionistico insufficiente è il problema che fa dormire sonni poco tranquilli. A seguire, quella di dover affrontare delle spese sanitarie impreviste (47% degli intervistati), un’inquietudine che diventa più acuta dopo i 65 anni (54%).

Quasi un terzo (33%) si dice inoltre in apprensione per il futuro economico dei propri figli, un timore che colpisce principalmente le giovani coppie (tra i 25 e i 34 anni), dove la percentuale raggiunge il 38%. 

Cosa cambia a secondo del territorio e del genere

Col variare delle Regioni, cambiano anche le paure: al Nord predominano quelle sulle pensioni (fino al 63,5% nel Nord-Ovest), mentre al Sud è l’incertezza per l’avvenire delle nuove generazioni a destare più preoccupazione (37%).

Le donne manifestano una situazione di insicurezza leggermente più alta degli uomini (94% a fronte del 90%) con un’attenzione particolare sulle pensioni e sulle spese per la salute, mentre per questi ultimi l’incertezza si concentra sulle future difficoltà economiche dei propri figli.

Polizze vita rivalutabili: uno strumento per costruire un futuro più sereno

Dall’indagine emerge che solo il 19% degli intervistati conosce le polizze vita rivalutabili, una soluzione che può contribuire a costruire un futuro senza incertezze. Eppure, oltre un terzo di coloro che le conoscono (35%) ha deciso di sottoscriverle.

Le caratteristiche che conquistano i sottoscrittori includono la garanzia del capitale (38%), la possibilità di un riscatto anticipato (26,5%) e quella di designare un beneficiario senza vincoli di parentela (25%). Quasi un assicurato su quattro, infine, apprezza l’esenzione dalla tassa di successione che questi contratti offrono.

Acquisti: 35,2 milioni di italiani comprano online nel 2025

Secondo la XVI edizione della ricerca Netcomm NetRetail nel 2025 il numero degli italiani che comprano online sale a 35,2 milioni, 1,5 milioni in più rispetto al 2024, e oltre 11 milioni rispetto al 2020.
Nel lungo periodo si osserva un trend di crescita dei prodotti a discapito dei servizi. La stima del 2025 conferma questa tendenza, con una quota di valore generata dai prodotti pari al 58% e del valore generato dai servizi pari al 42%.

Nonostante ciò, le categorie più in crescita in termini di quota a valore sono relative a servizi come Soggiorni di vacanza, Biglietti di viaggio, Contenuti digitali (Streaming, eBook, servizi di info, +117% sul 2024). Crescono anche Gioielli (+140%) e Spesa alimentare (+24%).
In questo contesto, lo smartphone si conferma il device più utilizzato per gli acquisti (45,7%), seguito da PC (48,1%) e tablet (5,9%).

Si alza l’età media dell’acquirente digitale

Il profilo di età degli acquirenti online è leggermente più basso della media della popolazione italiana (46 anni vs oltre 48 di tutti gli italiani).
Nelle prime fasi di sviluppo dell’e-commerce, però, gli acquirenti online erano notevolmente più giovani. Nel 2012 i primi 10 milioni di acquirenti registravano un’età media inferiore di dieci anni rispetto a oggi.

In prevalenza si trattava di uomini (60,4%m donne 39,6%), che nel 37% dei casi risiedevano in grandi centri urbani. Oggi, con l’allargarsi della base acquirenti online, questa componente si è attenuata al 24%.

Il driver principale resta la convenienza economica

La convenienza economica rimane il driver principale (39,3%), in particolare per i settori Elettronica, Salute & Benessere e Alimentari, con un’età media degli acquirenti di 49 anni. Segue l’abitudine a comprare online su uno specifico sito web/app (27%), soprattutto nelle categorie Editoria, Home e Alimentari (età media 49 anni, 21% over 65).

Apprezzano invece la velocità, il risparmio, la personalizzazione e la sostenibilità gli appartenenti al target più giovane dei consumatori online, con un’età media di 43 anni e il 15% di under24, che si dichiara acquirente abituale e vive in grandi centri urbani.

Pagamenti: diminuisce la domanda di sicurezza a favore della varietà degli strumenti

Gli acquisti online sono in gran parte pagati al momento dell’ordine (89%), solo nell’11% dei casi vengono saldati alla consegna/ritiro o nel momento di utilizzo del servizio.
Gli strumenti più utilizzati per il pagamento sono Digital Wallet, Carta di Credito o Prepagata sul sito.
Diminuisce il pagamento in contanti alla consegna (1,2%), mentre le app e gli strumenti di pagamento sul telefono vengono sfruttati nello 0,8% dei casi.

Quando si tratta di pagamenti, le aspettative dei consumatori riguardano al primo posto la sicurezza della transazione, seguita dalla varietà degli strumenti disponibili per la transazione.
Ma se nei primi anni dell’e-commerce la domanda di sicurezza era fondamentale per 9 acquirenti su 10, nel 2025 lo è per meno di 2 utenti su 10. Al contrario, cresce la richiesta di varietà e integrazione di strumenti di pagamento.

Pasqua 2025: stangata sui prezzi di voli, treni e pullman

Come ogni anno, in concomitanza con le  vacanze pasquali torna l’annoso problema del caro-trasporti.
Secondo un’indagine condotta da Assoutenti, i costi per muoversi lungo la Penisola nei giorni di festa sono saliti vertiginosamente, colpendo in particolare chi sceglie di spostarsi da nord a sud per trascorrere la Pasqua in famiglia.

Aerei: voli interni più cari di un New York andata e ritorno

I rincari più impressionanti riguardano i voli nazionali.
Prenotando una settimana prima di Pasqua un biglietto aereo da Milano Linate a Brindisi per il weekend si rischia di spendere oltre 619 euro, superando il prezzo di un volo per New York con scalo (da 571 euro).

Altri esempi? 518 euro per volare da Milano a Catania, 499 euro per Palermo, 460 euro per Cagliari. Anche le tratte da Genova a Catania (401 euro) e da Torino a Lamezia Terme (398 euro) hanno registrato prezzi esorbitanti, senza contare gli eventuali supplementi come bagagli o scelta del posto.

Treni: tariffe record per le tratte a lunga percorrenza

Anche chi sceglie il treno non è al riparo dai rincari. Nel periodo pasquale, la tratta Torino–Reggio Calabria costa fino a 360 euro per un biglietto di sola andata, mentre da Milano a Reggio Calabria si arriva a 345 euro.

Per viaggiare verso il sud Italia partendo da città del nord come Milano, Genova o Torino si superano frequentemente i 300 euro, con aumenti che sfiorano il +312% rispetto ai periodi non festivi.

Autobus: l’alternativa “economica” non è più così conveniente

I prezzi dei pullman a lunga percorrenza risultano più bassi, ma comunque in salita. Per viaggiare da Milano o Torino a Reggio Calabria il costo può superare i 120 euro, mentre servono oltre 100 euro per raggiungere Bari o Lecce.

L’unica eccezione sembra essere Roma, con biglietti sotto i 60 euro per molte destinazioni.

Assoutenti lancia l’allarme: “Serve un intervento urgente”

Il presidente di Assoutenti, Gabriele Melluso, denuncia una situazione insostenibile: “Chi si sposta durante le festività è penalizzato da rincari speculativi. Il governo deve intervenire per calmierare le tariffe e aumentare i collegamenti nei periodi di maggiore mobilità”.

Nel report dell’associazione si evidenziano rincari anche superiori al 470% su alcune tratte aeree e aumenti record sui biglietti ferroviari.

Mutui: nel 2025 erogazioni stimate in crescita del +10,6%

Secondo lo studio MutuiSupermarket – Nomisma, il mercato dei mutui prevede un calo dell’Euribor 3 mesi fino al 2,10% entro il primo trimestre 2026. Questo lascia prevedere erogazioni in crescita nel 2025 nell’ordine del +10,6%, con una successiva stabilizzazione tra il 2026 e il 2027.

Il 76% delle famiglie italiane che intende approfittarne per acquistare una casa, prevede di farlo per sostituire la prima casa o comprarne una nuova, scegliendo soprattutto un’abitazione usata ma in buone condizioni (55%), di metratura compresa tra 70 e 89 metri quadrati (27%) o tra 90 e 109 metri quadrati (33%).

Elevata luminosità, silenzio, e la possibilità di terrazze o balconi, oltre all’efficienza energetica (64%), costituiscono fattori importanti per la scelta.

L’identikit del mutuatario

La tendenza a sottoscrivere un contratto di mutuo risulta particolarmente marcata tra i giovani di età compresa tra 18 e 34 anni (85%), tra i quali l’acquisto di una casa sarebbe un’esigenza prioritaria a fronte di risorse economiche spesso insufficienti senza il supporto di un finanziamento.
Per prepararsi al momento dell’acquisto 9 famiglie su 10 consultano annunci immobiliari online, mentre il 63% utilizza simulatori di rata sui siti di comparazione dei mutui per individuare le migliori offerte.

Considerando il momento migliore per chiedere il mutuo, il 40% delle famiglie preferisce attendere di aver individuato l’abitazione desiderata, ma 1 italiano su 5 ritiene più opportuno avviare la pratica di finanziamento prima di iniziare la ricerca.

Mutui Green, tassi scontati e agevolazioni under 36

I attori più rilevanti che guidano le famiglie sono la convenienza del tasso di interesse e l’importo della rata mensile. Considerata importante anche la possibilità di finanziare oltre l’80% del valore della casa. L’offerta di mutui con una durata superiore a 30 anni, invece, viene considerata particolarmente rilevante per le famiglie monocomponente e quelle a reddito basso.

Solo 1 italiano su 4 è propenso a richiedere un mutuo per coprire fino al 50% del valore, mentre il 75% si orienta verso un valore superiore, addirittura fino al 100% (8%).
Mutui Green e agevolazioni sono al centro degli interessi delle famiglie: il 59% ricerca un’abitazione in classe A o B, o ristrutturabile, per poter richiedere un Mutuo Green a tassi scontati. Analogamente, il 51% dei più giovani mostra forte interesse per le agevolazioni under 36.

Il digitale prezioso alleato nella scelta

Il 61% delle famiglie utilizza le piattaforme online per raccogliere informazioni sui mutui.
Questa soluzione risulta particolarmente apprezzata per la possibilità di simulare la rata e la facilità di confrontare i tassi di interesse delle diverse offerte disponibili. Inoltre, il 23% preferirebbe sottoscrivere un mutuo completamente online, completando l’intero processo da remoto senza la necessità di recarsi in filiale.

Il canale online consente infatti risparmi significativi: tra il 2020-2024 ha permesso di ottenere un risparmio sul mutuo a tasso fisso (in termini di minore TAEG rispetto al TAEG medio di mercato) pari all’1,5%, con una punta del 2,2% nel primo trimestre 2023.

Consumi e intenzioni di spesa 2024-2025: la parola chiave è “prudenza”

Le previsioni per i primi mesi del 2025 segnalano una contrazione nelle intenzioni di spesa degli italiani, con un calo stimato dell’1,5%. Questo rallentamento si riflette soprattutto nel settore della mobilità, dove le vendite di auto nuove dovrebbero scendere del 19,4%, mentre quelle delle auto usate potrebbero ridursi del 12,5%.

L’analisi dell’Osservatorio Findomestic, anticipata da Adnkronos, evidenzia come il clima di incertezza economica continui a influenzare le decisioni di acquisto, anche se emergono alcuni segnali di ripresa.

Aumentano gli investimenti destinati alla casa 

Nonostante la generale cautela, cresce l’interesse verso i beni legati al miglioramento delle abitazioni. Gli acquisti di infissi (+20%), grandi elettrodomestici (+17,6%) e mobili (+11,2%) mostrano un trend positivo. Anche i lavori di ristrutturazione (+15,3%) registrano un incremento, sostenuti dai bonus governativi. 

I settori più specifici legati all’efficienza energetica, come fotovoltaico (-3,7%) e pompe di calore (-4,7%), mostrano invece segnali di rallentamento rispetto all’anno precedente.

Regali di Natale: ritorno ai classici

Durante le festività natalizie, gli italiani hanno privilegiato acquisti tradizionali. Abbigliamento e accessori hanno dominato la scena con il 46% delle preferenze, seguiti da libri e musica (34%). Meno richiesti gli articoli tecnologici, che hanno raccolto solo il 20% delle preferenze, in netto calo rispetto al 2022.

La spesa media per i regali è scesa a 308 euro, segnando una diminuzione rispetto agli anni passati, riflesso della crescente attenzione al budget familiare.

Beni durevoli: un mercato in espansione

Il 2024 si è chiuso positivamente per il mercato dei beni durevoli, che ha raggiunto un valore di 78,33 miliardi di euro (+4,2%). In particolare, le vendite di piccoli elettrodomestici come friggitrici (+30,2%) e robot da cucina (+25,5%) hanno registrato un boom. Anche il settore della mobilità ha contribuito alla crescita, con un incremento del 7,6%, trainato dalle auto usate (+9,6%).

Regioni: cosa cambia da Nord a Sud

A livello regionale, l’Umbria ha registrato la crescita più alta nella spesa per beni durevoli (+6,6%), seguita dalla Valle d’Aosta (+6,4%). In termini assoluti, la Lombardia si conferma leader, con un giro d’affari di 15,7 miliardi di euro. All’estremo opposto, Sardegna, Sicilia e Calabria si collocano in fondo alla classifica per spesa media familiare.

Tra incertezze e segnali di ripresa, i consumi degli italiani riflettono un atteggiamento equilibrato, orientato al risparmio ma attento alle opportunità offerte dagli incentivi e dalle innovazioni di mercato.