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Prodotti light: sono davvero sani o è solo marketing?

Sulle etichette di molti prodotti alimentari si trovano spesso diversi claim che richiamano l’aspetto ‘dietetico’ dell’alimento, come ‘light’, ‘senza zuccheri’, ‘senza calorie’. Ma cosa si cela dietro queste etichette?

Lo spiega Altroconsumo: per ridurre il contenuto in zuccheri, grassi e calorie i prodotti vengono opportunamente formulati. Poi, per evidenziarlo in etichetta, devono rispettare regole precise di etichettatura seguendo il Regolamento Europeo 1924 del 2006. Quindi, un prodotto che vuole vantare in etichetta un basso contenuto di grassi non deve contenere più di 3 g di grassi su 100 g per i solidi o 1,5 g di grassi per 100 ml per i liquidi.
Se invece sul packaging si vuole scrivere ‘senza grassi’, allora non deve contenere più di 0,5 g di grassi per 100 g o 100 ml.

Meno grassi rispetto a cosa?

Ci sono anche prodotti che vengono formulati in modo da avere meno grassi, e vengono pubblicizzati con una dicitura simile.
Ma meno grassi rispetto a cosa? Generalmente rispetto alla corrispondete ricetta classica o alla media di prodotti simili. Per poter evidenziare questa caratteristica in etichetta, la riduzione in grassi deve essere almeno il 30%.
Anche per i grassi saturi vale lo stesso, ma con indicazioni diverse rispetto al contenuto.

Un prodotto che vuole vantare in etichetta un basso contenuto di grassi saturi non deve contenere più di 1,5 g di grassi saturi su 100 g per i solidi o 0,75 g su 100 ml per i liquidi.
L’indicazione ‘a ridotto contenuto di grassi saturi’ può essere riportata se la riduzione è pari ad almeno il 30% rispetto a prodotti analoghi.

Senza zuccheri ma con edulcoranti

Molti prodotti ipocalorici prevedono poi la riduzione o l’eliminazione dello zucchero, e spesso la sua sostituzione parziale o completa con edulcoranti.
Come per i grassi, anche per gli zuccheri esistono regole di etichettatura.
Per dichiararsi senza zuccheri, il prodotto deve contenere non più di 0,5 g di zuccheri per 100 g o 100 ml.

Per dichiararsi senza zuccheri aggiunti, invece, il prodotto non deve contenere monosaccaridi o disaccaridi aggiunti, oppure ogni altro prodotto alimentare utilizzato per le sue proprietà dolcificanti.
Possono essere usati, però, gli edulcoranti.

Cosa significa “light”?

Per il termine leggero o light valgono le stesse condizioni fissate per il termine ‘ridotto’ (una riduzione di almeno il 30% del contenuto di qualcosa rispetto a un altro prodotto).
Leggero/light, inoltre, deve essere accompagnato da una specificazione delle caratteristiche che rendono il prodotto tale. Ad esempio, a ‘light’ si deve accompagnate la specifica ‘-30% di grassi rispetto alla media delle patatine classiche più vendute’.

È quindi opportuno prestare attenzione prima di comprare prodotti light o ‘free from’. Anzitutto, leggere la lista degli ingredienti confrontandola con la versione tradizionale, e controllare la tabella nutrizionale.
In questo modo si può scoprire che il pur vantaggioso ‘30% dei grassi in meno’ non comporta un’uguale riduzione delle calorie finali. Inoltre, per alcuni mangiare ‘leggero’ può essere la scusa per mangiare di più.

La salute inizia dal carrello: i claim legati al benessere trainano le vendite

L’offerta dei prodotti alimentari centrata sul benessere rappresenta una parte sempre più significativa dell’assortimento alimentare della GDO, e incide in modo importante sulla spesa degli italiani. Si tratta di un’offerta divisa tra prodotti ‘free from’, con minore presenza o privi di alcune sostanze nutritive, ‘rich-in’, ricchi o arricchiti di specifici nutrienti, e alimenti per allergici/intolleranti.

Secondo l’ultima edizione dell’Osservatorio Immagino di GS1 Italy, nel 2023 i claim ‘salutistici’ hanno generato l’83,1% del giro d’affari di supermercati e ipermercati. Con le 14.100 referenze del ‘free from’ che hanno incassato oltre 8,1 miliardi di euro, +9,7% rispetto al 2022.

Free from: 16 sfumature del “senza”

Tra i claim riferiti alla minore presenza o all’assoluta assenza di un nutriente, registrano le performance migliori quelli relativi a grassi e zuccheri. L’indicazione ‘pochi grassi’ accomuna 3.118 prodotti che hanno aumentato le vendite (+0,4% a volume, +11,5% a valore), soprattutto yogurt greco colato, skyr, biscotti tradizionali, tacchino e latte Uht.

I 679 prodotti ‘senza grassi idrogenati’ hanno invece registrato +1,7% a volume e +15,2% a valore grazie a biscotti salutistici/tradizionali, pasticceria, torte pronte, margarina.

In espansione anche le vendite dei 2.950 prodotti con ‘pochi zuccheri’, in particolare, confetture e spalmabili base frutta, frutta conservata, biscotti tradizionali, bevande base frutta (+1,9% volume, +18,3% valore, 1,4 miliardi), mentre i 1.754 prodotti ‘senza zuccheri aggiunti’ hanno ottenuto oltre 791 milioni di euro (+5,4% volume, +18,5% valore).

Rich-in: 12 declinazioni dei prodotti arricchiti

Quanto al mondo del rich-in, nel 2023 l’Osservatorio ha rilevato 12 claim presenti su 10.825 prodotti, che hanno superato 5 miliardi di euro di sell-out (+10,0%).

A eccezione di ‘iodio’, tutti i claim hanno aumentato il giro d’affari, ma ad aver accresciuto i volumi venduti sono stati ‘fermenti lattici’ (+0,3%) e ‘proteine’ (+1,2%), evidenziate su 3.365 prodotti che generano il maggior giro d’affari (1,88 miliardi di euro) e il maggior tasso di crescita annua a valore (+12,8%).
A guidare la crescita dei prodotti proteici sono stati latte fresco e Uht, formaggi grana e simili, basi e alimenti per sportivi.

Intolleranze alimentari: dal gluten free al “senza lattosio”

Nel 2023 il mondo dei prodotti destinati a chi soffre di allergie o intolleranze alimentari è rimasto significativo, ma ha sofferto il peso dell’inflazione. L’Osservatorio ha monitorato sei claim individuandoli su 10.991 prodotti, che hanno superato 4,7 miliardi di euro di vendite (+6,2%), ma che hanno perso -3,9% dei volumi.
A dominare resta il claim ‘senza glutine’, con 8.581 prodotti e 3,2 miliardi di euro di vendite (+5,2%), ma con volumi calati di -4,4%.

Tra i claim che hanno retto meglio alle criticità, ‘senza lattosio’ (-1,3% volumi) che ha aumentato il giro d’affari (+8,9%) superando 1,9 miliardi di euro.
La sorpresa del 2023 però è il ‘senza uova’, ancora minoritario (160 prodotti, 27 milioni di euro di sell-out), ma in crescita sia a valore (+12,8%) sia a volume (+3,6%), in particolare nel mondo della pasta e dei biscotti salutistici.

Qual è l’Italia che piace agli americani? Quella da mangiare e… da bere

L’appeal turistico dell’Italia è composto soprattutto… dal gusto. Specie per gli ospiti statunitensi. Il 90% dei turisti americani indica infatti il cibo e il vino tricolori come il motivo principale per scegliere l’Italia come destinazione delle proprie vacanze. Questo dato emerge da un’indagine condotta da Coldiretti e dalla piattaforma specializzata I Love Italian Food (Ilif), un’associazione no profit che si dedica a promuovere e difendere la vera cultura enogastronomica italiana nel mondo.

L’indagine è stata realizzata su un campione di oltre mille cittadini statunitensi che hanno visitato il nostro Paese e diffusa al Summer Fancy Food 2024, il principale evento fieristico nordamericano dedicato alle specialità alimentari, tenutosi a New York City presso il Javits Center, dove Coldiretti era presente insieme a Campagna Amica e Filiera Italia in collaborazione con Ice.

Cibo e vino i motivi del viaggio, più dell’arte e della cultura

Alla richiesta di indicare i tre motivi principali per scegliere una vacanza in Italia, cibo e vino hanno ottenuto il 90% delle preferenze, superando nettamente arte e cultura (77%) e storia e archeologia (65%), che precedono le bellezze naturali (61%). Al quinto posto si trovano le visite a parenti e amici (55%), secondo l’indagine Coldiretti/Ilif.

Tra le esperienze enogastronomiche più apprezzate ci sono gli assaggi dei piatti tipici delle varie regioni, seguiti dalle visite ai mercati contadini locali, degustazioni guidate di cibo e vino, lezioni di cucina italiana e pasti nei ristoranti “stellati”.

Gli Americani investono in qualità

L’indagine conferma che i turisti americani hanno un budget elevato e prestano particolare attenzione alla qualità dell’alimentazione, alla quale destinano una parte significativa della spesa durante la vacanza.

La presenza dei turisti americani è quindi sempre più importante per la bilancia turistica nazionale, con il numero dei visitatori che negli ultimi venti anni è più che triplicato, superando nel 2023 i 4 milioni di arrivi, vicini ai livelli pre-pandemia. Secondo l’analisi Coldiretti su dati della Banca d’Italia, questa crescita ha generato una spesa di quasi 6,5 miliardi di euro.

Souvenir golosi da portare negli States 

I souvenir enogastronomici sono decisamente popolari, con il 77% degli intervistati che afferma di aver riportato negli Stati Uniti almeno un ricordo culinario dall’Italia. L’incontro con la cucina italiana e i prodotti della Dieta Mediterranea ha effetti duraturi: il 32% dei turisti americani dichiara di aver modificato significativamente le proprie abitudini alimentari dopo il viaggio in Italia, e il 6% di averle completamente cambiate.

L’olio extravergine d’oliva è in cima alla lista dei prodotti della Dieta Mediterranea più consumati, seguito da frutta e verdura, pesce, pasta e vino rosso.

La classifica delle 25 Top Companies in Italia secondo LinkedIn

Top Companies 2024 è la classifica annuale realizzata da LinkedIn esaminando azioni e percorsi di carriera di milioni di professionisti presenti sulla piattaforma tra gennaio e dicembre 2023.
La Top Companies 2024 identifica le 25 aziende italiane che più di altre si distinguono come luoghi di lavoro per la crescita e lo sviluppo professionale.

La metodologia utilizzata include non solo la stabilità, ma anche la diversità di genere di ciascuna azienda, nonché la crescita delle competenze e la capacità di avanzare internamente ed esternamente all’impresa.
Per realizzare la classifica Top Companies 2024, pubblicata dalla redazione di LinkedIn Notizie, i data scientist di LinkedIn hanno condotto un’analisi riguardo ad alcuni temi chiave (ad esempio, cosa significhi riuscire a costruirsi una buona carriera professionale), e li hanno combinati con i dati unici dalla piattaforma LinkedIn.

Quest’anno 11 new entry, e sul podio resta la consulenza

Quest’anno sono undici le aziende che conquistano per la prima volta un posto tra le 25 Top Companies italiane. Tra queste, Hippocrates Holding, Bayer, Campari e BIP.
Rispetto al 2023 la lista si aggiorna di nuove realtà dove poter sviluppare la propria carriera, ma il settore della consulenza aziendale risulta dominante, seguito dall’industria farmaceutica, manifattura e beni di consumo.

Nell’ambito consulenza e servizi aziendali, Accenture e Bain Company, sul podio, seguite da Intellera Consulting e Deloitte, sono tra le conferme del 2023, raggiunte dalle new entry Boston Consulting Group (Bcg) e BIP.

Heineken e Campari per la prima volta portabandiera del Food Beverage

Al fianco della crescita del settore farmaceutico e della salute, che vede Hippocrates Holding, Bayer e Eli Lilly and Company nella Top 25, rientrano i settori manifatturiero e dei beni di consumo, con EssilorLuxottica al 10° posto, Sfk Group al 14°, Procter Gamble e Siemens al 22° e 23°.

Rispetto allo scorso anno, guadagnano posizioni gli operatori del settore bancario-assicurativo, con Intesa Sanpaolo che conquista la vetta della classifica, Unicredit che si conferma stabile (al 7° posto) e Bnp Paribas che si posiziona al 15° posto.
Inoltre, The Heineken Company (19°) e Campari Group (20°) sono per la prima volta portabandiera del settore Food Beverage. 

La lista completa delle magnifiche 25

Ecco la lista completa delle Top Companies Italia 2024, come riporta Adnkronos: Intesa Sanpaolo (1°), Accenture (2°), Bain Company (3°), KONE (4°), Hippocrates Holding (5°), Ferrovie dello Stato (6°), Unicredit (7°), Intellera Consulting (8°), Antares Vision (9°), EssilorLuxottica (10°), STMicroelectronics (11°), LyondellBasell (12°), Bayer (13°) SKF Group (14°), BNP Paribas (15°), Deloitte (16°), Iveco Group (17°), Eli Lilly and Company (18°), The Heineken Company (19°), Campari Group (20°), Cisco (21°), Procter Gamble (22°), Siemens (23°), Boston Consulting Group (BCG, 24°), BIP (25°).

AI generativa: nel 2024 in EMEA la spesa aumenta di due terzi

Emerge dalla ricerca di Lenovo, contenuta nel CIO PlayBook 2024: It’s all About Smarter AI. Nel 2024 la spesa per l’AI delle aziende dell’area EMEA crescerà del 61%.
Per il 40% di loro l’AI rappresenta un “punto di svolta”, con il 25% degli investimenti destinati all’AI generativa, un altro 25% a quella interpretativa e un ulteriore 25% al machine learning.

Quasi tutte le imprese europee stanno incorporando progetti di AI generativa nelle strategie aziendali, nei processi e nelle offerte. Circa due terzi (57%) hanno già investito in AI e un ulteriore 40% prevede di farlo nel corso dell’anno, mentre solo il 3% non ha intenzione di attivare progetti.

Un interesse che varia tra i settori

Le imprese dell’area EMEA prevedono di implementare strategie di AI nel cloud ibrido (48%) o privato (24%), con solo il 17% che opta per il cloud pubblico, in conseguenza delle rigorose normative sulla privacy dei dati, in particolare nell’Europa continentale.

L’interesse per l’AI varia tra i settori. Le aziende manifatturiere sono le più entusiaste (47%), le telco le meno entusiaste (22%), ma la maggior parte delle aziende di ogni settore ha già investito nell’AI generativa: il 50% delle organizzazioni governative, il 65% telco e il 67% del settore bancario, servizi finanziari e assicurativi (BFSI). 

Tutti i settori, riconoscono l’importanza dell’edge computing nello sviluppo di progetti di AI, con organizzazioni di ogni settore che hanno aumentato gli investimenti (+29% manifatturiero, +60% Tlc).

L’Italia investe di più nell’AI generativa

In Italia si registra la percentuale più bassa (2%) di CIO che ritengono l’AI “una distrazione”. L’Italia, insieme all’Olanda, è il mercato con il tasso maggiore di investimenti in AI generativa già pianificati (68%), media EMEA 56%).
Non solo, l’Italia è il mercato in cui si registrano meno difficoltà ad assumere personale con competenze AI (34%), rispetto a una media nella regione del 55.3%.

Nel 2024, i trend più rilevanti per l’Italia mostrano una crescita del 40% di investimenti in tecnologie edge, di poco superiore alla media EMEA (38%) con i principali investimenti su progetti di AI generativa, modernizzazione delle infrastrutture e piattaforme di HPC.
Inoltre 7 aziende su 10 hanno già pianificato investimenti in Gen AI, il 30% lo farà nel 2024. Solo il 2% non ha in previsione di farne.

Le sfide tecnologiche

Per il 40% delle aziende la più grande sfida tecnologica dell’AI generativa rappresentata dai limiti di capacità dei modelli, seguita dai timori riguardo al potenziale uso improprio della tecnologia e le informazioni errate (37%).
Altre sfide includono la ricerca di una piattaforma dati affidabile (36%) e il ricorso a terze parti (35%) per lo sviluppo dell’AI generativa.

A livello organizzativo, riporta Ankronos, il problema più citato è quello culturale, che riguardava i timori dei dipendenti riguardo allo spostamento del posto di lavoro (40%), seguito dalle sfide IT (45%), inclusa la resistenza da parte dell’IT non abituato a implementare strumenti e tecnologie di AI in continua evoluzione.

Quanto costano le dimissioni del personale alle imprese? Fino a 2 milioni di euro l’anno

Tra le spese legate all’onorario di un’agenzia di head hunting e quelle relative a un periodo di mancata produttività, quando un’azienda di medio-grande dimensione (500 dipendenti) perde talenti e deve assumerne di nuovi il costo che deve affrontare è di circa 2 milioni di euro l’anno.
È quanto emerge dal terzo Outlook dell’Osservatorio sulla formazione continua curato da OfCourseMe.

“Supponiamo di avere un’impresa di 500 persone, con una perdita di figure qualificate, churn, dell’8% annua. Abbiamo calcolato che i costi affrontati, in termini di spese per le agenzie di head hunting e mancata produttività, e tenendo conto del tempo medio per l’assunzione di una nuova persona, pari a 2,5 mesi, è di 2 milioni di euro in un anno”, spiega Davide Conforti, Presidente dell’Osservatorio e Founder di OfCourseMe.

Come affrontare il vuoto di competenze?

La domanda che si è posto l’Osservatorio è la seguente: come possono le imprese affrontare la ‘piaga’ della perdita di persone chiave, il conseguente vuoto di competenze, e al contempo, cercare di contenere i costi?

“La risposta risiede nell’upskilling – aggiunge Davide Conforti -, una strategia vincente che non solo mitiga i rischi, ma contribuisce attivamente a migliorare il business”.
Ma quanto è effettivamente tangibile l’impatto della formazione? E, soprattutto, è possibile calcolarne il ROI?

Il ROI dell’upskilling si attesta da 3 a 6 volte l’investimento iniziale

“Grazie a iniziative di sviluppo professionale è possibile mitigare il churn di almeno il 10% – sottolinea Conforti -. Questo equivarrebbe a un risparmio di 200 mila euro”.
Confrontando il costo medio di un piano di upskilling su una popolazione di circa mille persone con i benefici derivanti dalla riduzione del churn i risultati calcolati dall’Osservatorio sono sorprendenti. Il ROI dell’upskilling si attesta infatti tra 3 e 6 volte l’investimento iniziale. Ciò dimostra che la formazione continua non è solo una spesa necessaria, ma un investimento strategico che si ripaga ampiamente da sé già nel corso del primo anno.

I percorsi di formazione continua devono essere personalizzati per avere un effetto positivo

“L’effetto positivo della formazione richiede, però, un approccio strategico da valutare puntualmente in relazione alle prospettive dell’impresa – puntualizza ancora il manager -. È necessario avere chiaro quali siano le competenze critiche e gli skill gap su cui intervenire. Da qui, avviare percorsi di upskilling personalizzati, in grado di coinvolgere le singole persone”.

Benefici fiscali e livelli di retribuzione: le leve per il rientro degli expat

Maggiori vincoli burocratici, difficoltà a trovare alloggio, bassi livelli di retribuzione, scarse opportunità di carriera, qualità di vita che non soddisfa le aspettative, sono tra le preoccupazioni più sentite dagli expat italiani.
Il fenomeno della ‘fuga di cervelli’ e del trasferimento degli italiani all’estero non è nuovo, e continua ad accendere il dibattito sulla perdita di talenti di alto valore, che rischia di ridurre la competitività dell’Italia all’estero.

“La pandemia ha segnato uno spartiacque importante che ha spinto molti alla ricerca di opportunità all’estero – evidenziano Carlo Majer ed Edgardo Ratti, co-managing partner di Littler Italia -. La vastità del fenomeno trova conferma anche nei risultati dell’ultima edizione della nostra indagine annuale, European Employer Survey 2023, che ha rivelato che quasi la metà delle aziende intervistate concede ai dipendenti di lavorare dall’estero”. 

Agevolazioni fiscali per chi torna in Italia

Accanto alle possibilità di carriera, agli stipendi, ai vincoli burocratici, c’è poi un aspetto che è stato dirimente nella scelta effettuata dai tanti che, al contrario, negli ultimi anni sono tornati a lavorare in Italia: la variabile fiscale.

“Le agevolazioni fiscali, concepite inizialmente come misure volte a favorire il ‘rientro dei cervelli’, sono state successivamente applicate a una platea molto ampia di lavoratori – sottolinea Linda Favi, Senior Associate Studio Legale Ughi e Nunziante -. Le misure hanno avuto un grande successo, ma si sono prestate anche a varie forme di abuso, quale il trasferimento all’estero per brevi periodi per poter beneficiare per 10 anni di una drastica riduzione delle imposte”.

Più vincoli alla normativa di vantaggio

Per questo, dal primo gennaio 2024 il governo ha previsto di ridurre la portata dei benefici, abbassando la percentuale di esenzione del reddito e la durata del beneficio.

“Per l’anno fiscale 2024 si prevede un ‘irrigidimento’ della normativa di vantaggio, poiché è stata ridotta la riduzione della base imponibile dal 70% al 50% con un tetto massimo di 600mila euro, senza specificare se annuo o per i 5 anni. Inoltre, i soggetti che richiedono l’applicazione non devono essere stati residenti in Italia nei precedenti tre anni e devono impegnarsi a risiedere fiscalmente nel nostro paese per almeno 5 anni -. aggiunge Paolo Borghi, Partner di Moore Professionisti e Associati -. Inoltre, l’attività deve essere prestata per la maggior parte del tempo nel territorio italiano”.

L’Italia rischia di non riuscire più ad attrarre talenti dall’estero 

Sono richiesti però anche requisiti di elevata qualificazione o specializzazione, attestata dal paese di provenienza e riconosciuta in Italia, come riferisce Adnkronos. 

“Tuttavia, queste norme potrebbero non avere l’effetto sperato, ovvero, attrarre talenti o persone ad alto reddito, se non sono accompagnate da un sistema ‘paese’ che favorisca l’accoglimento di queste persone, che generalmente hanno alte aspettative lavorative e di ‘qualità della vita’ – continua Borghi -. La variabile fiscale è solo una delle leve per attrarre i talenti o le persone ad altro reddito, ma non l’unica e deve essere accompagnato da una serie di altre attività, per offrire concrete opportunità di crescita professionale ed elevare la qualità di vita per avere un concreto effetto positivo per l’Italia”.

Responsabili marketing, come vedono il futuro?

Anche se il periodo che stiamo vivendo è di grande incertezze, in tutti gli ambiti, i responsabili del marketing guardano al futuro con ottimismo. Tanto che sono propensi ad investire in attività di costruzione del brand a lungo termine, tutelando il proprio budget.
Lo rivela il recente “CMO Outlook Report” di GfK, che evidenzia quanto i responsabili del marketing si affidino a nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale e gli insight in tempo reale. Tuttavia, il report mette in luce anche un notevole divario tra le aspettative dei marketer e quelle dei consumatori riguardo alla sostenibilità.

Attività a breve termine? No grazie

In un periodo di incertezza economica, i responsabili del marketing potrebbero essere tentati di concentrarsi sulle attività a breve termine che garantiscono risultati immediati, riducendo gli investimenti a lungo termine. Tuttavia, sebbene questo approccio tattico possa temporaneamente migliorare i bilanci, gli investimenti nella costruzione e nel mantenimento di un marchio forte tendono a ripagare nel lungo periodo. Fortunatamente, sembra che i responsabili del marketing abbiano abbracciato questo approccio.
Il nuovo report “CMO Outlook – Data, Decisions, and Optimism: How CMOs are driving change in an evolving world” di GfK mostra che, nonostante le crisi in corso, oltre i due terzi (70%) dei leader del marketing a livello internazionale investono oltre la metà del loro budget in iniziative a lungo termine, come campagne di costruzione del brand. Tra i CMO, questa percentuale sale al 78%.

Analizzando i dati per settore, i responsabili del marketing delle aziende di tecnologia dei consumatori (76%), dell’automotive (76%) e del retail (74%) sono quelli che puntano di più sulle strategie di costruzione del marchio a lungo termine. Anche le aziende B2B sono particolarmente orientate agli investimenti a lungo termine.

Ottimismo per quello che verrà

Nonostante la crisi, la fiducia nel futuro rimane elevata: quasi tre quarti dei responsabili del marketing dichiarano che la propria azienda è cresciuta negli ultimi tre anni. Ancora più alta (78%) è la percentuale di coloro che si dichiarano ottimisti rispetto al futuro.
Questi marketer ottimisti sono anche quelli che si concentrano maggiormente sulle azioni di costruzione del marchio a lungo termine (77%), suggerendo un legame tra ottimismo e investimenti protrati nel tempo.

La maggior parte dei responsabili del marketing mostra anche una notevole fiducia nei propri budget. A livello internazionale, quasi due terzi dichiarano di essere in grado di giustificare facilmente le proprie esigenze finanziarie, soprattutto in Nord America ed Europa. I marketer particolarmente ottimisti dichiarano di non avere problemi a finanziare le proprie spese di marketing.

Insight in tempo reale per ottimizzare le campagne

I CMO europei si distinguono per l’utilizzo degli insight in tempo reale. L’analisi dei dati e degli insight sui consumatori sta diventando sempre più importante per ottimizzare le campagne. Il 61% dei responsabili del marketing dichiara di ricevere insight operativi immediatamente dopo la raccolta dei dati o in tempi brevi, mentre solo il 3% ritiene che la generazione di insight richieda troppo tempo per essere utile.

Le aziende più grandi sembrano avere un vantaggio, con una maggiore percentuale di insight generati in tempo reale. L’Europa è in testa, con il 33% dei marketer che afferma di ricevere insight in tempo reale, rispetto alla media globale del 26%. 

Intelligenza artificiale e sostenibilità 

L’intelligenza artificiale sta trasformando il modo di lavorare nel settore del marketing. Quasi la metà dei CMO a livello mondiale (45%) afferma di utilizzare già l’IA, mentre il 40% conosce o utilizza i modelli di machine learning. L’adozione di ChatGPT è stata rapida, con il 36% degli intervistati che lo utilizzava già a marzo 2023.
Inoltre, i marketer che lavorano in aziende più grandi sono più familiari con questa tecnologia e sono più propensi a essere early adopter rispetto a quelli che lavorano in aziende più piccole.

Tuttavia, sembra che i responsabili del marketing stiano deludendo il proprio pubblico in materia di sostenibilità. Dopo un’estate segnata da eventi meteorologici estremi, la sostenibilità è diventata una parte importante dell’agenda dei CMO, ma solo il 30% degli intervistati pensa che i loro consumatori si aspettino che si occupino di sostenibilità.
In generale, i responsabili del marketing devono tenere presente che qualsiasi impegno per l’ambiente e il clima deve essere autentico e a lungo termine per essere credibile per i consumatori.

I medici italiani sono esausti: lavorare nel Ssn è sempre più faticoso

Turni di lavoro lunghissimi, carenza di personale, scarsa sicurezza negli ospedali, compensi troppo bassi: per oltre 8 medici italiani su 10 lavorare nel Servizio sanitario nazionale è sempre più difficile, e l’89% di loro ritiene di non essere pagato abbastanza. Inoltre, per il 57% dei medici il carico di lavoro negli ospedali è aumentato, ma solo nel 27% dei casi è stato assunto nuovo personale. Tanto che se nel 2020 l’ostacolo principale per i camici bianchi era la burocrazia nel 2022 è la mancanza di personale (35%). Lo scenario è quello di un’insoddisfazione per la propria situazione economica. Per quanto apprezzino ancora il loro lavoro, solo il 60% dei medici sceglierebbe nuovamente questa professione.
È quanto emerge dall’indagine Univadis Medscape Italia, il portale di informazione per i professionisti della salute.

In ambulatorio si guadagna di più

“I medici italiani guadagnano in media 60.000 euro l’anno, ma esiste una grande differenza tra gli ospedalieri e chi opera soprattutto in ambulatorio, inclusi i medici di medicina generale – spiega Daniela Ovadia, direttrice di Univadis Medscape Italia e autrice del report -. Se per i primi si arriva in media a 56.000 euro l’anno, chi riceve pazienti in ambulatorio ne guadagna fino a 79.000, ben 23.000 euro in più. Le donne poi sono una categoria che viene ulteriormente penalizzata: in media guadagnano circa 20.000 euro all’anno in meno dei colleghi uomini, con l’aggravante di pagare spesso anche il conto più salato in termini di equilibrio tra vita privata e professionale”.

I giovani scelgono di lavorare all’estero

“La pandemia da Covid-19 ha portato a vari cambiamenti negli orari e nei salari, ma non è più la principale fonte di problemi all’interno degli ospedali. Le cause sono più strutturali e organizzative: c’è carenza di personale, bassa sicurezza per i medici, aumento delle aggressioni, diminuzione dei benefici, mentre gli stipendi restano sempre uguali. La conseguenza è che sempre più medici, soprattutto i più giovani, sono spinti ad andare a lavorare all’estero – aggiunge Ovadia -. Oppure, per ovviare alle difficoltà, si guarda alla sanità privata, un settore che attira sempre maggiore attenzione (32%)”.

La relazione con i pazienti è ancora motivo di gratificazione

A compensare almeno in parte il sentiment negativo rimane l’importanza della relazione con i pazienti, che per il 31% del campione resta uno degli aspetti più gratificanti del proprio lavoro. Altri motivi di soddisfazione personale sono la consapevolezza della propria bravura (26%), l’aver contribuito a rendere il mondo un posto migliore (12%) e l’orgoglio di essere medico (9%).
Rispetto all’indagine del 2020, riporta Adnkronos, un altro aspetto degno di nota è quello relativo alla telemedicina. Se nel report precedente si registrava scetticismo rispetto all’utilizzo dei nuovi strumenti digitali ora è in netta crescita chi utilizza strumenti di telemedicina (36%) e ne è soddisfatto (71%). E il 20% prevede di estendere la telemedicina alla teleconsultazione.

Intelligenza artificiale: le Pmi non investono, solo il 2% lo fa

Nonostante l’Intelligenza Artificiale nel nostro Paese sia protagonista di un ampio dibattito, e nonostante le sue potenzialità, dalle nostre aziende l’AI rimane ancora scarsamente utilizzata. In particolare, dalle imprese di minori dimensioni. Solo il 2% delle nostre Pmi con almeno 10 dipendenti dichiara infatti di aver investito in IT tra il 2019 e il 2021. Percentuale che sale al 10% considerando l’investimento in AI congiuntamente a quello effettuato nella tecnologia che costituisce il presupposto della sua adozione, i Big Data. È quanto è emerso durante i lavori del workshop ‘Transizione ecologica e digitale, politiche per il lavoro e imprese’, organizzato dall’INAPP (Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche) in cui sono stati presentati i nuovi dati della VI Rilevazione Imprese e Lavoro (RIL), condotta nel 2022 su un campione rappresentativo di circa 30mila aziende italiane.

Dati che riflettono l’eterogeneità del nostro sistema imprenditoriale

Si tratta di evidenze che cambiano significativamente in funzione della dimensione di impresa, della collocazione geografica e del settore di attività. La quota che adotta l’AI varia dall’1,5% nelle piccole aziende (con meno di 50 dipendenti) al 12% di quelle con oltre 250 dipendenti, dal 7% nel comparto dei servizi ad alta tecnologia all’1.2% nei servizi meno qualificati. La diffusione dell’AI, con tutto quello che ne consegue, non solo è perciò agli inizi, ma riflette anche una forte complementarità con le altre tecnologie digitali, quindi, una sostanziale eterogeneità del nostro sistema imprenditoriale.

Siamo ancora alla discussione tra “apocalittici e integrati”

“Mentre nel nostro Paese sull’Intelligenza artificiale siamo ancora alla discussione tra ‘apocalittici e integrati’ – afferma Sebastiano Fadda, presidente INAPP – i principali competitor investono convintamente in quest’area, destinata a migliorare i processi produttivi e l’organizzazione del lavoro. A oggi il primo gap che caratterizza le Pmi è senza dubbio la mancanza di cultura e di competenze in materia: sanno che l’Intelligenza artificiale esiste, ma ancora non sanno come utilizzarla per migliorare le proprie performance. Per molte si tratta di partire proprio dalle basi, ovvero dalla trasformazione digitale e dalla utilizzazione dei Big Data”. 

L’AI viene associata al forte aumento delle spese in formazione

Le analisi mostrano poi che l’investimento in AI di per sé non produce alcun effetto significativo sulla domanda di lavoro, mentre quando è effettuato in aggiunta agli investimenti in Big Data e robotica è correlato a un leggero incremento (+0.7%) della quota di posto di lavoro richiesti.
L’AI è associata infatti a un forte aumento delle spese in formazione professionale finanziate dalle imprese, riporta Italpress, anche se si considera l’AI in assenza delle altre tecnologie (+13%). Ciò supporta l’ipotesi che almeno per adesso la trasformazione dell’AI stia procedendo più all’interno delle aziende che nel ‘mercato’.