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Diminuiscono le emissioni di gas serra, ma continua l’allarme per clima e siccità

Continuano a diminuire le emissioni di gas serra in Europa: nel 2019 erano il 24% in meno rispetto al 1990. E l’Italia è tra i cinque paesi Ue27 che forniscono il contributo maggiore a tale riduzione. Lo rileva l’Istat nel Rapporto annuale 2023.
Quanto alla qualità dell’aria nell’Ue27, l’esposizione a lungo termine ponderata con la popolazione al particolato PM2,5 tra il 2006 e il 2020 registra il -39,5%, raggiungendo 11,2 μg/m3 nel 2020. In Italia, però, il miglioramento è più lento, e nel 2020 si è arrivati a 15 μg/m3. In termini di mortalità connessa, l’andamento dell’esposizione a lungo termine al PM2,5 spiega le differenze tra l’Italia e gli altri maggiori paesi europei. Tra il 2005 e il 2020, mentre in Germania, Francia e Spagna le stime dei decessi prematuri da PM2,5 sono più che dimezzate i progressi dell’Italia sono stati più lenti (da 124 a 88).

Preoccupano il cambiamento climatico e l’effetto serra

In ogni caso, le tematiche ambientali si collocano ai primi posti tra le principali preoccupazioni dei cittadini italiani.
Nel 2022 oltre il 70% dei residenti in Italia, dai 14 anni in su, considera il cambiamento climatico o l’aumento dell’effetto serra tra le preoccupazioni prioritarie. Le preoccupazioni ambientali si declinano differentemente per classe di età. I giovani under34 sono più sensibili alla perdita della biodiversità (32,1% tra 14 e 34 anni contro il 20,9% degli over55), alla distruzione delle foreste (26,2% contro 20,1%) e l’esaurimento delle risorse naturali (24,7% contro 15,9%). Gli ultracinquantenni si dichiarano, invece, più preoccupati dei giovani per il dissesto idrogeologico (26,3% contro 17% under35) e l’inquinamento del suolo (23,7% contro 20,8%).

Meno piogge e temperature più alte: la disponibilità idrica si dimezza 

La riduzione delle precipitazioni, accompagnata dall’aumento delle temperature, ha portato a una minore disponibilità media annua della risorsa idrica, che nel trentennio 1991-2020 si riduce del 20% rispetto alla media del trentennio 1921-1950, raggiungendo nel 2022 il suo minimo storico, quasi il 50% in meno rispetto all’ultimo trentennio 1991-2020. Nel Rapporto annuale 2023 dell’Istat si sottolinea che a tale problema si associa una condizione di persistente criticità nell’infrastruttura idrica, infatti, nel 2020, il 42,2% dell’acqua immessa nelle reti di distribuzione dell’acqua potabile non arriva agli utenti finali.

Cala il volume della produzione agricola 

La siccità e i problemi di approvvigionamento di acqua, rileva l’Istat, hanno influito pesantemente sull’annata agricola appena trascorsa, facendo registrare, nei conti economici nazionali, una riduzione della produzione, del valore aggiunto e dell’occupazione del settore agricolo. Il calo dei volumi di produzione nel 2022 ha caratterizzato tutti i comparti produttivi, tranne quelli frutticolo, florovivaistico e le attività secondarie. In particolare, in flessione coltivazioni (-2,5% in volume), legumi (-17,5%), olio d’oliva (-14,6%), cereali (-13,2%), piante foraggere (-9,9%), ortaggi (-3,2%), piante industriali (-1,4%) e vino (-0,8%).

Dalle turbolenze alla perdita dei bagagli: gli italiani hanno paura di volare?

Quali sono le paure più comuni degli italiani in aeroporto, e cosa li preoccupa di più una volta saliti sull’aereo? Soprattutto perdere il volo o il bagaglio, ma anche le turbolenze e la sensazione di claustrofobia. Se alcuni si divertono dal momento in cui mettono piede in aeroporto, si godono l’intera esperienza senza pensieri fino a quando, arrivati a destinazione, ritirano le valigie, altri si preoccupano continuamente che possa accadere qualcosa e si lamentano di tutto ciò che riguarda il volo.
Ma secondo un’indagine condotta dal motore di ricerca di voli e hotel jetcost.it, che ha intervistato 3.000 persone di età superiore ai 18 anni che hanno viaggiato almeno una volta negli ultimi due anni, sette italiani su dieci amano l’esperienza del volo, e solo due su dieci sono aerofobici.

Sette su dieci apprezzano l’esperienza, ma il 78% ha qualche timore

Inizialmente è stato chiesto a tutti se l’esperienza di viaggio in aereo, dall’aeroporto di partenza a quello di destinazione, fosse stata gradita, e sette su dieci hanno dichiarato di aver apprezzato l’esperienza complessiva (69%). In seguito è stato chiesto a tutti gli intervistati se avessero qualche timore nel viaggiare in aereo in generale, e il 78% ha risposto di sì.

Da “suonare” ai controlli di sicurezza a perdere una coincidenza

Dividendo l’esperienza del volo tra la fase in aeroporto e il viaggio vero e proprio in aereo, agli intervistati è stato chiesto quali fossero le loro maggiori paure quando si trovano in aeroporto.
Le prime dieci risposte sono state perdere il volo, perdere il bagaglio, perdere il passaporto, la carta d’identità o la carta d’imbarco, ‘suonare’ ai controlli di sicurezza, vedere il proprio volo cancellato, dover aprire la borsa ai controlli di sicurezza, avere il bagaglio che pesa più del consentito, avere il volo in ritardo, essere sorpresi con qualcosa che non appartiene al proprio bagaglio, e perdere una coincidenza.

Il 21% soffre di aerofobia

Per quanto riguarda il volo, agli intervistati è stato chiesto se soffrissero di aerofobia, o paura di volare, e il 21% ha risposto di sì. Poi è stato domandato a tutti cosa trovassero più irritante, fastidioso o spaventoso durante il volo, con la possibilità di dare tre risposte. E le più comuni, riporta AGI, sono state il rumore (54%), non avere abbastanza spazio per le gambe (39%), la turbolenza (33%), dover aspettare gli altri passeggeri (31%), i prezzi elevati di cibo e bevande (26%), le misure di sicurezza (23%), posto a sedere angusto (21%), sensazione di claustrofobia (16%), e qualità del cibo (11%).
I rumori che più infastidiscono i passeggeri sono i bambini che piangono, le persone che parlano ad alta voce, i gruppi di giovani in gita che gridano o le ‘comitive’ di addio al celibato che fanno gli spiritosi, chi russa nel sonno, i genitori che sgridano i figli, e chi è sotto l’effetto dell’alcol.

Dalla parità di genere un contributo di 3.15 trilioni di euro al PIL europeo

Le pari opportunità di genere potrebbero apportare un contributo potenziale stimato fino a 3,15 trilioni di euro al PIL europeo entro il 2050. È essenziale comprendere l’importanza della parità di genere nel contesto dei fattori ambientali, sociali e di governance (ESG), come dimostrato dalle stime dell’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE). Se le donne avessero le stesse opportunità professionali degli uomini, il PIL europeo potrebbe crescere notevolmente entro il 2050. Pertanto, l’obiettivo delle pari opportunità deve essere raggiunto al più presto, non solo per quanto riguarda le posizioni manageriali, in cui la presenza femminile è ancora limitata, ma anche garantendo l’accesso all’istruzione e alla formazione professionale.

Le imprenditrici? Più resilienti e capaci di affrontare le sfide

Questa urgenza è stata sottolineata anche dalle imprenditrici europee di 24 nazioni consultate per l’Eurochambers Women Network Survey 2023. L’indagine ha analizzato lo stato attuale dell’imprenditoria femminile in Europa, concentrandosi sulle aziende guidate da donne, al fine di sviluppare iniziative mirate a supporto delle imprenditrici in tutto il continente. L’indagine ha raccolto oltre 800 risposte, che hanno evidenziato la resilienza delle imprenditrici nel fronteggiare le difficoltà, la loro capacità di adattarsi ai cambiamenti e di affrontare le sfide in modo tempestivo e lungimirante. Ciò è dimostrato dai dati raccolti riguardo alla transizione digitale e green delle imprese guidate da donne. Tuttavia, è emerso che le imprenditrici necessitano di maggiore attenzione da parte delle istituzioni pubbliche e di misure di sostegno specifiche.

Burocrazia e accesso ai finanziamenti le maggiori difficoltà per le donne 

In particolare, dalle risposte delle donne intervistate sono emersi i principali ostacoli che devono affrontare: la burocrazia e l’accesso al finanziamento, in cui spesso non godono delle stesse opportunità dei loro colleghi; le opportunità di carriera e la parità salariale, che richiedono la promozione di modelli di ruolo nei settori a predominanza maschile, l’attenzione all’istruzione e concrete opportunità di accesso alle posizioni manageriali.

Dall’Ue una direttiva per la presenza femminile nei CdA

Il tema della parità di genere in ottica ESG è stato affrontato anche in una tavola rotonda organizzata da Eurochambers Women Network in collaborazione con Unioncamere presso la sede di Si.Camera, l’Agenzia delle Camere di Commercio d’Italia. Durante l’incontro sono emersi importanti spunti, in particolare riguardo alle implicazioni della direttiva sull’equilibrio di genere nei consigli di amministrazione (CdA) delle imprese, approvata dal Parlamento europeo alla fine del 2022. Tale direttiva stabilisce che entro luglio 2026 le grandi società quotate in borsa dell’UE dovranno adottare adeguate misure per garantire una maggiore presenza femminile nei CdA. Questa direttiva rappresenta un passo importante verso la parità di genere, considerando che nel 2021 solo poco più del 30% dei membri dei CdA delle grandi aziende quotate erano donne.

Più donne ai vertici, migliori risultati 

I numeri dimostrano che una maggiore presenza femminile nei vertici aziendali ha un impatto positivo: quando la percentuale di donne nei CdA è compresa tra il 30% e il 40%, le imprese hanno maggiori probabilità di ottenere risultati finanziari migliori, rendimenti più elevati e migliori performance ESG. La parità di genere rientra appieno nella dimensione sociale di una società ed è quindi un fattore fondamentale per valutare il credito sociale di un’azienda e raggiungere livelli di business sostenibile.

Il 90% delle adolescenti nei Paesi a basso reddito non ha accesso a Internet

Secondo una recente analisi dell’UNICEF, pubblicata in occasione della Giornata internazionale delle ragazze nelle ICT, il divario digitale di genere tra i giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni è ancora molto ampio nei Paesi a basso reddito. Circa il 90% delle ragazze adolescenti e delle giovani donne non utilizza – o non può utilizzare – Internet, mentre i loro coetanei maschi hanno il doppio delle probabilità di essere online.
“Colmare il divario digitale tra ragazze e ragazzi significa di più di avere accesso a Internet e alla tecnologia. Significa mettere le ragazze nelle condizioni di diventare innovatrici, creatrici e leader”, ha dichiarato il Direttore dell’UNICEF per l’istruzione Robert Jenkins. “Se vogliamo affrontare il divario di genere nel mercato del lavoro, soprattutto nei settori della scienza, della tecnologia, dell’ingegneria e della matematica, dobbiamo iniziare ora aiutando i giovani, soprattutto le ragazze, ad acquisire competenze digitali”.

Un divario forte nei paesi a basso e medio reddito

Il rapporto “Colmare il divario digitale: Sfide e appello urgente all’azione per un equo sviluppo delle competenze digitali” analizza da vicino il divario digitale di genere nei Paesi a basso, medio-basso e medio reddito. Le ragazze sono quelle con minori possibilità di sviluppare le competenze necessarie per l’apprendimento e l’occupazione del XXI secolo. In media, in 32 Paesi e territori, le ragazze hanno il 35% di probabilità in meno rispetto ai loro coetanei maschi di possedere competenze digitali. 

Le barriere alla base più profonde della mancanza di accesso alla rete

Il rapporto evidenzia che le barriere alla base sono molto più profonde della mancanza di accesso a Internet. L’ambiente educativo e familiare gioca un ruolo fondamentale nel divario digitale di genere.  Le barriere all’accesso alle opportunità di un maggiore apprendimento e al mercato del lavoro, norme di genere e stereotipi pervasivi e discriminatori, e preoccupazioni sulla sicurezza online, potrebbero ulteriormente restringere l’inclusione e lo sviluppo delle competenze digitali delle ragazze. Il rapporto sostiene inoltre che anche quando le ragazze hanno un accesso equo per acquisire le competenze fondamentali in lettura e matematica – e ottengono risultati pari o superiori a quelli dei loro coetanei maschi – ciò non sempre si traduce in competenze digitali. Per abbattere le barriere che frenano le ragazze, è necessario che siano introdotte prima e abbiano accesso alle tecnologie, che ricevano una formazione sulle competenze digitali e utili per la vita e un impegno per affrontare stereotipi di genere dannosi, specialmente all’interno delle famiglie, e la violenza online.

Pnrr, quanto ne sanno veramente gli italiani?

L’importanza del Pnrr – il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – è ben chiara, ma l’opinione degli italiani al riguardo lo è altrettanto? Per scoprirlo, Nando Pagnoncelli, presidente della società Ipsos, ha rilasciato un ampio commento al Corriere della Sera. L’intervento, frutto di un sondaggio su Italiani e il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr): cos’è, quanto ne sanno e quanto sono fiduciosi nei confronti del rilancio del Paese? offre diversi spunti di riflessione.

Solo il 12% degli italiani lo conosce

Benché il Pnrr abbia un’importanza notevole, la conoscenza di cosa esso rappresenti è tuttora molto bassa. Secondo le statistiche dell’ultima indagine di Ipsos, solo l’12% degli italiani dichiara di conoscerlo in modo profondo. Circa la metà afferma di conoscerlo solo in parte (44%), mentre il 28% ne ha solo sentito parlare e il 16% ignora del tutto di cosa di tratti.

La salute è riconosciuta come il tema più importante 

Dopo una proposta dettagliata delle “missioni” previste all’interno del Pnrr, è stato chiesto alle persone intervistate quali ritenessero più importanti: senza dubbio emerge il tema della salute (mentionato dal 50%), probabilmente come conseguenza della pandemia che ha trasformato in modo significativo l’intero sistema sanitario italiano. Seguono poi la rivoluzione verde e transizione ecologica (27%), l’istruzione e ricerca scientifica (24%), l’inclusione e coesione sociale/territoriale (20%), infrastrutture per mobilità sostenibile (19%). Alla fine di questa classifica, si colloca la voce digitalizzazione/innovazione/competitività/cultura (14%).

Permane un certo scetticismo

Nel complesso, tuttavia, emerge un discreto scetticismo sulla possibilità che il Pnrr possa risolvere i problemi strutturali e favorire il rilancio economico del Paese: una persone su due esprime poca (36%) o nessuna (13%) fiducia in proposito, contro solamente una su tre che ne ha molta (4%) o abbastanza (31%). Una quota esigua (3%) prevede che verrà realizzato oltre il 90% dei progetti contenuti nel piano, mentre la maggioranza relativa (36%) è convinta che non arriveremo al 60%.Tra i motivi alla base di questo pessimismo c’è anche l’insoddisfazione riguardo le capacità del governo (43% tra gli elettori M5S e PD), comuni e sindaci nel portare a termine i progetti (13%). Ma non manca anche “l’accusa” di scarso coraggio verso la politica (secondo il 12% degli intervistati)  preoccupata soprattutto dalla perdita del consenso popolare a seguito di alcune riforme impopolari.

Settimana corta: la vuole quasi il 30% dei lavoratori

Quasi un terzo dei lavoratori italiani vorrebbe una settimana lavorativa di quattro giorni. Lo rivela il Randstad Workmonitor, l’indagine realizzata in 34 Paesi intervistando 35mila lavoratori dipendenti, di cui 1.000 in Italia, con età compresa tra 18 e 67 anni sulle ultime tendenze del lavoro. Come i loro colleghi inglesi, anche i lavoratori italiani sarebbero interessati a sperimentare nuove forme di flessibilità oraria sul posto di lavoro. Secondo la ricerca, infatti, il 29% dei dipendenti italiani preferirebbe la settimana corta, mentre il 9% vorrebbe lavorare in orari tradizionali, ma in giorni diversi della normale settimana lavorativa. Il 14%, poi, su turni divisi, alla mattina presto e alla sera tardi, il 6% vorrebbe lavorare di notte, e meno di un lavoratore italiano su due (43%) preferisce l’opzione di giorni e orari tradizionali.

Preferita da 35-44enni e impiegati

Sull’ipotesi della settimana corta età diverse dimostrano sensibilità differenti. A preferirla sono soprattutto le persone tra 35 e 44 anni, il 32% del totale, percentuale che scende al 31% tra i 55 e i 67 anni, al 30% tra i 25 e i 34 anni e al 28% tra i lavoratori di età compresa tra i 45 e i 54 anni. La percentuale più bassa si riscontra tra i giovani compresi tra i 18 e i 24 anni, che vorrebbero lavorare 4 giorni solo nel 16% dei casi. A prediligere la settimana corta sono più gli impiegati, favorevoli nel 32% dei casi, degli operai (15%).

Flessibilità di orario, criterio rilevante per accettare o meno un’offerta

Di certo, la stragrande maggioranza dei lavoratori italiani, l’83%, considera rilevante la flessibilità di orario. Una flessibilità che, in realtà, in grande parte è già sperimentata: il 27% negli ultimi 12 mesi ha visto introdurre dal proprio datore di lavoro forme di flessibilità, potendo stabilire autonomamente il proprio orario professionale.  Inoltre, per il 35% dei lavoratori italiani un motivo valido per non accettare un’offerta di lavoro riguarda la mancanza di flessibilità oraria e il fatto che non permetta di stabilire il proprio orario di lavoro.

“Una nuova modulazione dell’orario deve considerare le esigenze di tutti”

“I risultati delle prime sperimentazioni di una settimana lavorativa di 4 giorni – commenta Valentina Sangiorgi, chief hr officer di Randstad – sono interessanti, ma è difficile immaginare oggi i possibili effetti dell’introduzione su larga scala. Di certo, riporta Adnkronos, il Workmonitor rivela che molti italiani sono favorevoli alla possibilità della settimana corta, ma anche che il tema è divisivo, perché le preferenze di orario sono le più diverse. In generale, una nuova modulazione dell’orario di lavoro può produrre benefici per lavoratori e aziende, ma deve tenere in considerazione le esigenze di tutti: di chi ricerca un giorno libero in più, come di chi necessiterebbe piuttosto di una giornata corta, ad esempio, per impegni familiari. Al di là delle mode, è importante compiere scelte organizzative in grado di soddisfare i bisogni delle persone”.

Sicurezza e cittadinanza: com’è la situazione in Italia nel 2022?

Aumento della violenza domestica, paura del futuro e dei furti: sono queste alcune evidenze emerse dall capitolo Sicurezza e cittadinanza del 56° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese nel 2022. La pandemia sembra infatti avere generato un aumento della violenza fisica e psicologica nei confronti delle donne. Nei primi 9 mesi dell’anno sono stati registrati 83 omicidi di donne, contro i 92 dello stesso periodo del 2021. E nel primo semestre 2022 sono arrivate al numero verde antiviolenza 7.814 chiamate, con 2.902 donne annotate come vittime di violenza.
Ma il Rapporto evidenzia anche come il 60,9% degli italiani durante la pandemia abbia sofferto di stati di ansia e paura indefinita. Percentuali superiori alla media riguardano i giovani tra 18-36 anni: il 69,2% ha percepito ansia e paura, e il 49,0% guarda con incertezza al futuro.

La casa è percepita come insicura

Si tratta di stati d’animo che si innestano in una società dove da tempo non è più sufficiente studiare e essere bravi per ottenere un giusto riconoscimento nel mondo del lavoro. Al punto che il 12,5% dei giovani indica come stati d’animo prevalenti nella visione del futuro l’impotenza, e l’11,5% la rassegnazione.
Inoltre, il 43,1% degli italiani non si sente sicuro nella propria casa. Furti e rapine sono reati che destano allarme sociale, nonostante i dati ufficiali ne testimoniano la diminuzione.
I pericoli che turbano il sonno degli italiani non vengono però solo dall’esterno. Ogni anno si verificano quasi 3 milioni di incidenti domestici, che coinvolgono soprattutto anziani (41,1% over 65) e donne (66,0%).

Il fenomeno dei cosmetici falsi

Accanto al mercato legale dei prodotti cosmetici si è sviluppato un fiorente mercato illegale di cosmetici contraffatti. I cosmetici falsi non fanno male solo all’industria e all’occupazione legale, ma possono provocare gravi danni all’ambiente e alla salute dei consumatori, perché sono prodotti senza rispettare la normativa europea.
Il 21% delle famiglie italiane (5,4 milioni) ha acquistato almeno una volta un cosmetico falso e il 12,9% (3,3 milioni) lo ha fatto intenzionalmente. Nei primi sei mesi 2022 la Guardia di Finanza ha intercettato 105.280 prodotti contraffatti (+83,8% vs 2021).

Allarme profughi ucraini

Fino alla fine del 2021 gli ucraini che arrivavano in Italia erano prevalentemente donne (77,6%) di età superiore ai 40 anni, dirette nel nostro Paese per lavorare come badanti. Nel 2021 erano 27.506 gli studenti ucraini inseriti nelle nostre scuole di ogni ordine e grado.
A causa della guerra, dalla fine di aprile alla fine di settembre 2022 hanno richiesto la protezione temporanea 158.850 cittadini ucraini: 98.182 adulti, 83.966 donne, 34.917 donne con figli, 60.668 minori.
Anche per i profughi ucraini si è attivato il modello di integrazione tipicamente italiano, ovvero, molecolare, territoriale e familiare, favorito in questo caso dal fatto che molte donne ucraine erano già inserite in molte famiglie italiane come persone di fiducia.

Tornano i mutui fissi al 100% per gli Under 36, ma solo fino al 31 dicembre

Parziali buone notizie per under 36 intenzionati ad acquistare la prima casa. Tornano, grazie a un emendamento al Decreto Aiuti-ter del Governo, i mutui a tasso fisso al 100%. Una breve premessa: negli ultimi mesi questa tipologia di mutuo era pressoché scomparsa dal mercato, a causa del sensibile aumento dei tassi di interesse. Ora, con l’intervento governativo, è stato modificato il meccanismo che regola proprio questo tipo di prestito. Facile.it ha fatto alcune simulazioni scoprendo che, con le nuove regole, almeno sulla carta le banche potranno tornare a erogare questo tipo di finanziamenti e i giovani potrebbero accedere a tassi migliori e rate più basse di almeno 100 euro rispetto ai mutui attuali. E ora la notizia meno buona: la possibilità termina il 31 dicembre 2022, per cui il tempo per usufruirne è davvero pochissimo.

Il nuovo meccanismo

Il meccanismo in vigore per il mese di dicembre prevede, di fatto, un aumento del tasso massimo a cui potranno essere proposti i mutui fissi agevolati tramite Fondo Consap; oggi il tetto è stabilito trimestralmente da Banca d’Italia attraverso il cosiddetto TEGM (Tasso Effettivo Globale Medio) che, fino a fine anno, sarà pari a 3,20%.
Con la nuova norma, invece, tenendo conto delle attuali condizioni di mercato, Facile.it ha stimato che la soglia massima salirebbe a 4,48%. Nel dettaglio, il valore è stato calcolato considerando che il meccanismo approvato prevede che il tasso soglia sia determinato dal TEGM (come detto pari a 3,20% fino a fine anno) maggiorato di una percentuale “extra” ottenuta come differenza tra l’IRS medio a 10 anni del mese precedente all’erogazione del mutuo (3,15% per il mese di ottobre) e l’IRS medio a 10 anni del trimestre in cui è stato definito il TEGM in vigore (quindi aprile-maggio-giugno, pari a 1,87%). Nel nostro caso, quindi: 3,20% + (3,15%-1,87%). Questo dovrebbe dare alle banche un margine più ampio per tornare a proporre agli Under 36 anche i mutui agevolati a tasso fisso al 100%.

Mutui 100%: confronto tra tassi agevolati e non

Secondo l’analisi del comparatore, oggi per un mutuo fisso al 100% senza agevolazione i tassi (TAEG) disponibili online partono dal 5,26%; se le banche volessero proporre mutui 100% agevolati applicando il tasso più alto possibile consentito dalle nuove norme (4,48% nella simulazione di Facile.it), i futuri giovani mutuatari avrebbero, per un finanziamento da 180.000 euro in 25 anni, una rata più bassa di circa 100 euro al mese rispetto a chi avesse sottoscritto il medesimo mutuo, ma con un tasso al 5,26%. Risparmio che potrebbe superare addirittura i 150 euro al mese se, invece, le banche dovessero applicare le stesse condizioni di spread in vigore 12 mesi fa, quando per i mutui al 100% agevolati e dedicati agli under 36 gli istituti di credito offrivano spread calmierati (nell’ordine dello 0,6%-0,7%, mentre oggi, per un finanziamento normale, sono intorno, se non addirittura superiori, all’1%).

Stalkerware: Italia al secondo posto in Europa

Insieme ad altre tecnologie, gli stalkerware sono spesso utilizzati nelle relazioni abusive. Nel 2021, questi software che consentono di spiare la vita privata di una persona attraverso un dispositivo smart, hanno colpito più di 32.000 utenti mobile di Kaspersky in tutto il mondo. E con 611 casi registrati nel 2021 l’Italia si aggiudica il secondo posto a livello europeo, e l’undicesimo posto a livello mondiale, nella classifica dei paesi più colpiti dal fenomeno degli stalkerware. Nel 2020 erano stati registrati 1.144 casi, e l’Italia si posizionava ottava a livello mondiale, mentre nel 2019 i casi registrati ammontavano a 1.829, con l’Italia al sesto posto della classifica mondiale.

A livello mondiale i casi potrebbero essere circa un milione

Secondo la ricerca condotta da Kaspersky, The State of Stalkerware in 2021, se da un lato si è assistito a un calo significativo del numero di utenti colpiti rispetto al 2018, e a una diminuzione del 39% rispetto ai dati del 2020, è importante sottolineare che si tratta solo della punta dell’iceberg.
Secondo una stima della Coalition Against Stalkerware, ogni anno i casi di abusi attraverso l’uso di stalkerware a livello mondiale potrebbero essere infatti circa un milione. Confrontando i risultati con i dati raccolti dall’indagine di Kaspersky sul Digital Stalking condotta a fine 2021, emerge inoltre un collegamento tra violenza online e offline.

Correlazione fra violenza fisica e digitale

L’11% degli italiani (24% a livello globale) ha confermato di essere stato vittima di stalking digitale, e il 13% (25% a livello globale) ha dichiarato di aver subito violenza o abusi da parte del proprio partner. Si è inoltre rilevata la medesima correlazione nella maggior parte dei paesi in cui è stata condotta l’indagine. Kaspersky ha identificato utenti colpiti in più di 185 paesi e territori: Russia, Brasile, Stati Uniti e India si confermano i primi quattro paesi con il maggior numero di vittime. La Germania è l’unico paese europeo presente nella top 10 dei paesi più colpiti.

Dispositivi smart e abusi domestici

Che gli abusi perpetrati utilizzando la tecnologia siano una problematica in crescita lo confermano anche due organizzazioni non-profit, la statunitense NNEDV (National Network to End Domestic Violence) e l’europea WWP EN (European Network for the Work with Perpetrators of Domestic Violence).
“Le tecnologie ICT sono strumenti potenti per coloro che esercitano un controllo coercitivo, soprattutto in quelle relazioni in cui la violenza fa già parte della vita offline”, dichiarano Berta Vall Castello e Anna McKenzie di WWP EN. “Esiste un numero crescente di dispositivi smart, tra cui home assistant, elettrodomestici connessi, sistemi di sicurezza collegati a reti Wi-Fi e smartphone, che vengono usati in episodi di violenza domestica – commenta Toby Shulruff, Safety Net project di NNEDV -. Sebbene gli stalkerware siano una preoccupazione comune, esistono anche molti altri strumenti sfruttati per perpetrare abusi sfruttando la tecnologia”.

Turismo in Italia, quali sono i nuovi trend?

Dopo due anni di limitazioni dovute agli effetti della pandemia, quali sono le nuove abitudini di viaggio degli italiani? E i loro desideri in termini di vacanze? La voglia di viaggiare è cresciuta moltissimo, lo dimostrano diverse ricerche legate al settore, le quali evidenziano un rinnovato amore per il turismo di prossimità. Ma, nonostante la spinta reattiva, le scelte si dimostrano ponderate e rivolte a luoghi in cui la natura è più autentica. Insomma, i nostri connazionali hanno voglia di vacanze all’insegna di natura, sostenibilità e responsabilità, che sappia tener conto dei principi di giustizia sociale ed economica. E proprio questi sono i trend del 2022.

L’andamento delle prenotazioni

Buone notizie per la bella stagione: le prenotazioni hanno infatti ricominciato a crescere con un ottimo ritmo. Rispetto allo scorso anno le prenotazioni per il periodo estivo hanno già mostrato un incremento dell’80%, una crescita importante destinata certamente ancora a crescere. Il 67% degli italiani sostiene di voler trascorrere le proprie vacanze in Italia, il 65% di desiderare una vacanza rilassante, oltre il 40% farà entrambe le cose in compagnia della propria famiglia. E, proprio per via di quest’ultima condizione, resta in cima alla lista delle priorità indirizzarsi verso una località che non lasci spazio a dubbi in tema sicurezza.

Le mete preferite

Capitale italiana della cultura 2022, Procida è tra le destinazioni turistiche più ricercate per l’estate alle porte. Piccola e ancora molto autentica, rispecchia le richieste dei nuovi turisti che sono alla ricerca di esperienze originali, luoghi non troppo caotici e proposte ricche di attività.
Resta sulla cresta dell’onda la Puglia. Da anni, ormai, è in cima alla classifica delle regioni italiane più amate. I tanti borghi affacciati sul mare, l’ottima gastronomia e una storia di commistioni affascinante, continuano a renderla un evergreen. Sono d’altronde innumerevoli le strutture dove soggiornare, spesso a pochi passi dalle sue grandi spiagge. Grazie a realtà consolidate nell’affitto turistico come Barbarhouse è possibile, ad esempio, trovare una selezione di case, ville lussuose, ma anche trulli e pajare. Immancabile la Sicilia, una grande isola dalle innumerevoli anime, è capace di offrire un mix unico di patrimoni naturalistici, storici, culturali e gastronomici. Infine, oltre al desiderio di sostenibilità,  alla voce sostenibilità, che incide anche sulla scelta del mezzo di trasporto, si fa sempre più spazio quello del benessere. Lo si ricerca in tante forme diverse: dalla struttura dotata di SPA e di palestra, così come nel ristorante e nelle attività all’aria aperta.