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Consumi e intenzioni di spesa 2024-2025: la parola chiave è “prudenza”

Le previsioni per i primi mesi del 2025 segnalano una contrazione nelle intenzioni di spesa degli italiani, con un calo stimato dell’1,5%. Questo rallentamento si riflette soprattutto nel settore della mobilità, dove le vendite di auto nuove dovrebbero scendere del 19,4%, mentre quelle delle auto usate potrebbero ridursi del 12,5%.

L’analisi dell’Osservatorio Findomestic, anticipata da Adnkronos, evidenzia come il clima di incertezza economica continui a influenzare le decisioni di acquisto, anche se emergono alcuni segnali di ripresa.

Aumentano gli investimenti destinati alla casa 

Nonostante la generale cautela, cresce l’interesse verso i beni legati al miglioramento delle abitazioni. Gli acquisti di infissi (+20%), grandi elettrodomestici (+17,6%) e mobili (+11,2%) mostrano un trend positivo. Anche i lavori di ristrutturazione (+15,3%) registrano un incremento, sostenuti dai bonus governativi. 

I settori più specifici legati all’efficienza energetica, come fotovoltaico (-3,7%) e pompe di calore (-4,7%), mostrano invece segnali di rallentamento rispetto all’anno precedente.

Regali di Natale: ritorno ai classici

Durante le festività natalizie, gli italiani hanno privilegiato acquisti tradizionali. Abbigliamento e accessori hanno dominato la scena con il 46% delle preferenze, seguiti da libri e musica (34%). Meno richiesti gli articoli tecnologici, che hanno raccolto solo il 20% delle preferenze, in netto calo rispetto al 2022.

La spesa media per i regali è scesa a 308 euro, segnando una diminuzione rispetto agli anni passati, riflesso della crescente attenzione al budget familiare.

Beni durevoli: un mercato in espansione

Il 2024 si è chiuso positivamente per il mercato dei beni durevoli, che ha raggiunto un valore di 78,33 miliardi di euro (+4,2%). In particolare, le vendite di piccoli elettrodomestici come friggitrici (+30,2%) e robot da cucina (+25,5%) hanno registrato un boom. Anche il settore della mobilità ha contribuito alla crescita, con un incremento del 7,6%, trainato dalle auto usate (+9,6%).

Regioni: cosa cambia da Nord a Sud

A livello regionale, l’Umbria ha registrato la crescita più alta nella spesa per beni durevoli (+6,6%), seguita dalla Valle d’Aosta (+6,4%). In termini assoluti, la Lombardia si conferma leader, con un giro d’affari di 15,7 miliardi di euro. All’estremo opposto, Sardegna, Sicilia e Calabria si collocano in fondo alla classifica per spesa media familiare.

Tra incertezze e segnali di ripresa, i consumi degli italiani riflettono un atteggiamento equilibrato, orientato al risparmio ma attento alle opportunità offerte dagli incentivi e dalle innovazioni di mercato.

Intelligenza artificiale e cybersecurity: fondamentale per 2 aziende su 3

Lo conferma il nuovo report del Capgemini Research Institute, dal titolo ‘New defenses, new threats: what AI and Gen AI bring to cybersecurity’: l’Intelligenza artificiale sta rapidamente trasformando il panorama della sicurezza informatica, ed è ormai considerata una priorità nelle strategie di sicurezza da due terzi delle organizzazioni globali. 

Secondo i risultati del report, condotto su 1.000 aziende di 12 settori in 13 Paesi, la capacità di analizzare grandi quantità di dati e identificare rapidamente modelli di attacco consente di anticipare, rilevare e rispondere alle minacce in modo più efficace.
Al contempo, AI e soprattutto, AI generativa, introducono minacce sempre più complesse. Queste tecnologie non offrono infatti solo innovative opportunità di difesa.

Deepfake, l’altra faccia della medaglia

Infatti, l’ascesa delle tecnologie generative, con l’abilità nel generare contenuti sintetici altamente realistici, apre la strada a nuove problematiche. Quasi tutte le compagnie intervistate (97%) affermano di aver riscontrato violazioni o problemi di sicurezza legati all’uso della Gen AI nell’ultimo anno. Anche perché, i criminali informatici possono sfruttare questa tecnologia per creare attacchi più sofisticati e difficili da individuare, ampliando la superficie di attacco ed esponendo le debolezze dei sistemi informatici.

Oltre due aziende su cinque (43%) hanno infatti dichiarato di aver subito perdite finanziarie derivanti dall’uso di deepfake, falsi contenuti multimediali generati dai software di Intelligenza artificiale.

Mai sottovalutare i rischi legati a un uso improprio

Quasi tutte le compagnie intervistate hanno riscontrato problemi di sicurezza legati all’uso dell’AI generativa. Tra questi, le cosiddette ‘allucinazioni’, ossia risposte errate e fuorvianti, oppure la generazione di contenuti inappropriati e attacchi ‘prompt injection’, che mirano alle vulnerabilità dei modelli di linguaggio di grandi dimensioni, come quelli che alimentano chatbot e assistenti virtuali.
Non a caso, circa 6 organizzazioni su 10 ritengono di dover aumentare il budget destinato alla cybersecurity per rafforzare adeguatamente le proprie difese.

Il Capgemini Research Institute evidenzia anche i rischi legati all’uso improprio dell’AI e della Gen AI da parte dei dipendenti. Anche le inesperienze possono causare, magari indirettamente, violazioni dei dati e perdite finanziarie.

Preoccupano la fuga o la manipolazione di dati 

Cresce, inoltre, la preoccupazione per la manipolazione dei dati e la possibile fuga di informazioni attraverso gli archivi utilizzati per l’addestramento dei modelli di AI generativa.
Nonostante tutte queste nuove sfide, l’Intelligenza artificiale e la Gen AI sono ormai strumenti fondamentali e imprescindibili per la cybersecurity.

Le organizzazioni devono però adottare un approccio olistico alla sicurezza, riporta ANSAcom, investendo in tecnologie avanzate e in formazione dei dipendenti. Solo così si mitigano i rischi e si sfruttano pienamente i benefici offerti da queste potenti tecnologie.

Acqua: Italia al 4° posto in Europa per stress idrico

È una delle sfide globali più urgenti e complesse del nostro tempo, nonché un tema sempre più attuale. Dalla crescente scarsità delle risorse idriche alla gestione sostenibile delle riserve, l’acqua è oggi al centro di dibattiti economici, ambientali e sociali. Del resto, l’Italia è la quarta Nazione in Unione europea per stress idrico, ovvero, il rapporto tra prelievi idrici totali e disponibilità di acqua superficiale e sotterranea, posizionandosi dietro a Belgio, Grecia e Spagna.

È quanto è emerso dall’incontro ‘L’acqua: risorsa strategica’, organizzato a Roma in occasione del Consiglio di indirizzo del Registro Italiano Navale, in collaborazione con The European House – Ambrosetti.

Una risorsa essenziale, ma estremamente limitata

L’Italia è anche il primo Paese in Ue per perdite economiche legate all’alterazione del clima. Sono dodici le regioni italiane esposte a un elevato tasso di stress idrico, in particolare, Basilicata, Calabria, Sicilia e Puglia.
Ma nel mondo circa 2 miliardi di persone non hanno accesso ad acqua potabile sicura e il cambiamento climatico sta alterando la distribuzione delle risorse idriche.
Si prevede che nel 2024 si raggiungerà la più elevata anomalia termica della storia italiana, +1,75°C sopra la media degli ultimi trent’anni.

“L’acqua rappresenta una risorsa fondamentale ma estremamente limitata – ha commentato Paolo d’Amico, Presidente del Registro Italiano Navale -: secondo l’Unesco, solo il 2,5% dell’acqua presente sulla Terra è dolce e di questa appena l’1% è accessibile per l’uso umano”.

“È fondamentale adottare misure per migliorare la rete idrica”

“Allo stesso tempo – ha continuato d’Amico -, risulta necessario recuperare l’acqua, focalizzandosi su quella che scorre in superficie, pari a circa un quarto di quella che arriva sul territorio attraverso le precipitazioni. È nostro dovere agire con urgenza, investendo in tecnologie innovative e strategie sostenibili, per preservare questa risorsa vitale”.

Rispetto ad altri Paesi del mondo però in Italia l’acqua non manca. “Secondo un rapporto di ISPRA – ha aggiunto Ugo Salerno, Presidente Esecutivo di RINA -, nel 2023 abbiamo beneficiato di circa 280 miliardi di metri cubi di precipitazioni, contro i 225 miliardi dell’anno precedente. Diventa quindi fondamentale adottare misure per migliorare la rete idrica realizzando nuovi invasi e recuperando gli esistenti”.

L’acqua abilita una filiera industriale e di servizio a elevato valore aggiunto

Ma altrettanto necessario è ottimizzare l’uso dei miliardi di metri cubi di acqua proveniente dai depuratori, destinandoli, ad esempio, all’agricoltura, riferisce Askanews.

“A causa degli effetti del cambiamento climatico nel 2022 l’Italia ha perso più del 50% della propria disponibilità idrica, portando a un consolidamento del paradigma ‘poca acqua/troppa acqua’, con un’alternanza tra periodi senza pioggia ed eventi estremi di piogge intense e allagamenti – ha spiegato Valerio De Molli, Managing partner e ceo The European House – Ambrosetti e TEHA Group -. L’acqua è una risorsa strategica che abilita una filiera industriale e di servizio a elevato valore aggiunto. Senza la risorsa acqua, un quinto del PIL del Paese, pari a 367,5 miliardi di euro, non potrebbe essere generato”.

Cybersecurity: +9% di investimenti nei prossimi due anni

In risposta alle crescenti perdite finanziarie causate dai cyberattacchi le aziende stanno pianificando l’aumento di investimenti nella sicurezza informatica. E prevedono di aumentare il budget destinato alla cybersecurety anche del 9%.
Per le large enterprise, il budget medio sarà 5,7 milioni di dollari, su un totale di 41,8 milioni di dollari destinati all’IT in generale, mentre le Pmi investiranno mediamente 200mila dollari su un budget IT di 1,6 milioni.

È la tendenza che emerge dall’annuale Kaspersky IT Security Economics Report, che analizza le variazioni nei budget, nelle violazioni e nelle sfide aziendali che interessano i responsabili della sicurezza IT.

Large enterprise: 12 attacchi costati 6,2 milioni di dollari nel 2024

Il principale fattore alla base di questo aumento nei budget aziendali è l’analisi delle perdite finanziarie causate dai cyberattacchi.
Nel 2024, le large enterprise hanno registrato in media 12 attacchi, e una spesa pari a 6,2 milioni di dollari per il ripristino, ovvero 1,1 volte il budget annuale destinato alla sicurezza informatica.

Nonostante dispongano di risorse maggiori e infrastrutture di sicurezza più avanzate, le dimensioni e la complessità rendono le large enterprise più vulnerabili a violazioni costose.
E sebbene siano meglio attrezzate per rilevare rapidamente gli incidenti, la gestione e la mitigazione completa richiedono molto tempo, evidenziando la difficoltà nel gestire ambienti IT complessi e distribuiti.

PMI: 16 incidenti e un esborso di 300mila dollari

Le Pmi, invece, hanno registrato una media di 16 incidenti nel corso dell’anno, con un costo di 300mila dollari per il ripristino, una cifra 1,5 volte superiore rispetto al budget complessivo per la sicurezza informatica.
Le Pmi sono quindi il gruppo più colpito in termini di impatto finanziario. Queste aziende, spesso prive di policy e procedure di sicurezza efficaci, sono particolarmente vulnerabili agli incidenti che coinvolgono i dipendenti, configurazioni sbagliate del cloud pubblico e autorizzazioni di livello superiore.

Nel corso dell’anno, in Italia è stata registrata una media di 16 incidenti, che hanno coinvolto le aziende di tutte le dimensioni, con una spesa pari a 2,1 milioni di dollari. Si prevede un investimento in cybersecurity pari a circa 1 milione di dollari su 9,1 milioni di dollari destinati all’IT.

I perché dell’aumento di spesa

“Questi dati confermano l’attuale tendenza all’aumento della spesa per la cybersecurity in tutti i settori – afferma Veniamin Levtsov, Vice President del Center of Corporate Business Expertise di Kaspersky -. Questa crescita è guidata da almeno tre fattori chiave. Innanzitutto, la crescente complessità delle minacce informatiche, che obbliga le aziende ad adottare soluzioni sempre più avanzate per rilevare gli attacchi e automatizzare le risposte. In secondo luogo, le sempre maggiori preoccupazioni governative sulla sovranità digitale, che portano all’introduzione di nuove normative, e di conseguenza, a un aumento delle spese. Infine, il terzo fattore che influenza la crescita dei budget e l’aumento dei costi di cybersecurity è il costante incremento delle aspettative retributive per i professionisti di settore”.

Prodotti light: sono davvero sani o è solo marketing?

Sulle etichette di molti prodotti alimentari si trovano spesso diversi claim che richiamano l’aspetto ‘dietetico’ dell’alimento, come ‘light’, ‘senza zuccheri’, ‘senza calorie’. Ma cosa si cela dietro queste etichette?

Lo spiega Altroconsumo: per ridurre il contenuto in zuccheri, grassi e calorie i prodotti vengono opportunamente formulati. Poi, per evidenziarlo in etichetta, devono rispettare regole precise di etichettatura seguendo il Regolamento Europeo 1924 del 2006. Quindi, un prodotto che vuole vantare in etichetta un basso contenuto di grassi non deve contenere più di 3 g di grassi su 100 g per i solidi o 1,5 g di grassi per 100 ml per i liquidi.
Se invece sul packaging si vuole scrivere ‘senza grassi’, allora non deve contenere più di 0,5 g di grassi per 100 g o 100 ml.

Meno grassi rispetto a cosa?

Ci sono anche prodotti che vengono formulati in modo da avere meno grassi, e vengono pubblicizzati con una dicitura simile.
Ma meno grassi rispetto a cosa? Generalmente rispetto alla corrispondete ricetta classica o alla media di prodotti simili. Per poter evidenziare questa caratteristica in etichetta, la riduzione in grassi deve essere almeno il 30%.
Anche per i grassi saturi vale lo stesso, ma con indicazioni diverse rispetto al contenuto.

Un prodotto che vuole vantare in etichetta un basso contenuto di grassi saturi non deve contenere più di 1,5 g di grassi saturi su 100 g per i solidi o 0,75 g su 100 ml per i liquidi.
L’indicazione ‘a ridotto contenuto di grassi saturi’ può essere riportata se la riduzione è pari ad almeno il 30% rispetto a prodotti analoghi.

Senza zuccheri ma con edulcoranti

Molti prodotti ipocalorici prevedono poi la riduzione o l’eliminazione dello zucchero, e spesso la sua sostituzione parziale o completa con edulcoranti.
Come per i grassi, anche per gli zuccheri esistono regole di etichettatura.
Per dichiararsi senza zuccheri, il prodotto deve contenere non più di 0,5 g di zuccheri per 100 g o 100 ml.

Per dichiararsi senza zuccheri aggiunti, invece, il prodotto non deve contenere monosaccaridi o disaccaridi aggiunti, oppure ogni altro prodotto alimentare utilizzato per le sue proprietà dolcificanti.
Possono essere usati, però, gli edulcoranti.

Cosa significa “light”?

Per il termine leggero o light valgono le stesse condizioni fissate per il termine ‘ridotto’ (una riduzione di almeno il 30% del contenuto di qualcosa rispetto a un altro prodotto).
Leggero/light, inoltre, deve essere accompagnato da una specificazione delle caratteristiche che rendono il prodotto tale. Ad esempio, a ‘light’ si deve accompagnate la specifica ‘-30% di grassi rispetto alla media delle patatine classiche più vendute’.

È quindi opportuno prestare attenzione prima di comprare prodotti light o ‘free from’. Anzitutto, leggere la lista degli ingredienti confrontandola con la versione tradizionale, e controllare la tabella nutrizionale.
In questo modo si può scoprire che il pur vantaggioso ‘30% dei grassi in meno’ non comporta un’uguale riduzione delle calorie finali. Inoltre, per alcuni mangiare ‘leggero’ può essere la scusa per mangiare di più.

Tech failure e smartphone: quali sono gli errori tecnologici più temuti dagli italiani?

Qual è l’impatto dei malfunzionamenti tecnologici sulla vita quotidiana degli utenti italiani? Lo rivela un sondaggio condotto da Honor su un campione di 1000 italiani: il 45% degli intervistati teme che gli errori della tecnologia possano mettere a rischio eventi importanti della vita. E il 72% sostiene di avere avuto a che fare con un ‘tech failure’ almeno una volta nel corso della propria vita. Soprattutto in ambito lavorativo.

Ma quali sono i rischi tech più temuti? La batteria dello smartphone scarica, la chiamata accidentale e la rottura dello schermo del telefonino. Ma anche la videochiamata può essere fonte di stress. Soprattutto se si scorda di spegnere l’audio o il video durante una call importante.

Batteria, se mi lasci non vale

Secondo i risultati del sondaggio, il 36% degli intervistati vede nella batteria degli smartphone uno dei ‘pericoli’ principali. Tanto che secondo l’82% delle persone la batteria del telefono è una delle caratteristiche fondamentali che indirizzano la scelta di acquisto di un dispositivo.

Tra gli errori tecnologici più comuni in cui può incorrere lo smartphone si annoverano poi le chiamate accidentali a qualcuno, indicata dal 26% degli intervistati, dimenticare a casa il caricabatterie quando si parte, una preoccupazione per il 23%, e la rottura dello schermo del telefono, potenziale problema che affligge il 19% del campione.

Videochiamate, che fonte di stress

Le videochiamate sembrano rappresentare un’altra grande fonte di stress per gli italiani. Infatti, il 48% degli intervistati ammette di essere in ansia quando spegne il microfono o la telecamera durante una call di lavoro importante.

Metà di questi ultimi ha perfino confessato di avere detto o fatto qualcosa di imbarazzante durante una videochiamata quando pensava di non essere visto o ascoltato.

Meglio spendere di più ma disporre di un dispositivo durevole e affidabile

Sempre secondo il sondaggio condotto dalla società cinese impegnata nello sviluppo, produzione e commercializzazione di prodotti elettronici, emerge come più della metà del campione intervistato sia disposto a spendere di più per poter disporre di un dispositivo quanto più durevole possibile. E che al contempo garantisca accesso a tecnologie affidabili che permettano di gestire la quotidianità senza preoccupazioni.
“Le persone devono poter contare sulla tecnologia, il nostro HONOR Magic V3 può essere un valido alleato grazie alla lunga durata della batteria, a prestazioni eccellenti e a una resistenza di alto livello”, ha dichiarato Roger Liyun, General Manager di Honor Italia.

Alimentare: gusto, sostenibilità, Km0 guidano le scelte di acquisto degli italiani

Come si orientano i comportamenti di consumo degli italiani in ambito food rispetto al binomio gusto e sostenibilità? Il 94% dei consumatori considera il gusto un driver di acquisto importante, così come la provenienza locale (85%) e il Km0 (78%), associati a freschezza, supporto all’economia del territorio e minor inquinamento.

Quanto alla sostenibilità, gioca un ruolo chiave negli acquisti del 77% degli italiani. La variabile del prezzo, seppur rappresenti un driver rilevante, non costituisce l’unico elemento di scelta, e di fronte alla necessità di scegliere tra convenienza e sostenibilità prevale quest’ultima.
È la fotografia che emerge dalla ricerca realizzata da Swg per Carrefour Italia, presentata in occasione del piano di rilancio del programma Act for Food, fulcro della strategia di Transizione Alimentare del Gruppo Carrefour.

Stagionalità, freschezza, italianità

La stagionalità, scelta dal 53% degli italiani, seguita dalla freschezza (44%) dall’essere a km0 (15%) e dall’italianità (14%) sono le caratteristiche chiave di un prodotto ‘buono’.
La cucina italiana, del resto, viene considerata dalla grande maggioranza la più gustosa, con solo il 13% degli intervistati che considera più appaganti altre scelte alimentari, come le proposte etniche, il fast food e il cibo vegetariano o vegano

Cresce poi la consapevolezza nei confronti del biologico, acquistato da quasi la metà degli intervistati e considerato dalla larga maggioranza più sano (90%), sostenibile a livello ambientale (89%) e sociale (86%), oltre che gustoso (83%).

Bio vuol dire fiducia

Questa attitudine positiva si riflette anche nella fiducia dei consumatori verso le aziende del territorio e le aziende produttrici, sia che si tratti di realtà locali (85%), di aziende specializzate nel ‘bio’ (82%) o di player di maggiori dimensioni, con la private label ritenuta più convincente rispetto all’industria di marca (78% clienti fiduciosi contro il 56%).

Tuttavia, sui cibi bio pesa ancora una percezione di maggiore costo. Infatti, il 70% degli intervistati considera questi prodotti più cari.

Obiettivo: favorire la Transizione Alimentare per tutti

Lanciato nel 2018 per tradurre in azioni concrete la strategia di Transizione Alimentare, ovvero, facilitare un’alimentazione di qualità più sana, rispettosa del pianeta, locale e accessibile a tutti, oggi Act for Food entra in una nuova fase e punta, in particolare, sui prodotti private label.

“Guidare la transizione alimentare per tutti è la nostra ragione d’essere e permea tutto il nostro agire come impresa. Il programma Act for Food traduce in concreto questa missione per i nostri clienti, per aiutarli a mangiare in maniera più sana, ma anche più gustosa, senza spendere un patrimonio e senza causare danni agli ecosistemi – afferma Christophe Rabatel, ceo Carrefour Italia -. Le scelte dei consumatori condizionano l’intera filiera alimentare e la grande distribuzione è uno snodo fondamentale, che può favorire maggiore consapevolezza e un cambiamento positivo dell’intera catena del valore in ottica di sostenibilità”.

In che modo l’AI semplifica la vita quotidiana degli europei?

L’Intelligenza artificiale sta progressivamente entrando nelle case degli europei: oltre la metà (53%) desidera utilizzare l’AI per migliorare la qualità della vita, in particolare, faccende domestiche e intrattenimento.
Tuttavia, emerge un divario tra desiderio e realtà: solo il 15% sa sfruttarne pienamente i benefici nella vita di tutti i giorni. Una discrepanza accompagnata da un senso di esclusione dal dibattito sull’AI (38%).

A livello di comprensione e utilizzo, i polacchi si dimostrano i più ‘sicuri’ (23%), mentre britannici (11%) e italiani (14%) tra i meno preparati.
Emerge dallo studio di Samsung, ‘Vita intelligente: come l’AI sta migliorando le esperienze quotidiane’, condotto in 10 Paesi europei.

Un aiuto in cucina, un’alleata nel tempo libero

Oltre alla connettività tra dispositivi (42%) e la gestione smart della casa (24%), cresce l’interesse per funzioni che semplifichino le faccende domestiche, come pulizia degli elettrodomestici (28%), lavaggio delle stoviglie (25%) e gestione dei consumi energetici (21%). Non manca l’interesse per soluzioni in ambito culinario, con il 23% favorevole a funzioni che supportino la creazione di ricette e la gestione della spesa.

Ma l’AI si estende anche al tempo libero e al benessere. Il 66% degli europei desidera più tempo per dedicarsi alle proprie passioni e il 41% crede che l’Intelligenza artificiale possa contribuire a migliorare esperienze di viaggio, gaming e intrattenimento.
Tra le funzioni più apprezzate, la traduzione in tempo reale (23%), l’ottimizzazione della definizione dell’immagine (27%) e la regolazione del suono (27%).

Salute, prevenzione, dieta, gestione del sonno

Anche la salute è un ambito di crescente interesse: il 50% degli intervistati vorrebbe utilizzare l’AI per la prevenzione, con un focus su piani dietetici personalizzati (32%), allenamenti personalizzati (24%), consigli di stile di vita (34%) e monitoraggio del sonno (31%). Permane, però, un certo scetticismo sull’utilizzo di dispositivi di monitoraggio della salute basati sull’AI (17%).

La fiducia è un elemento cruciale per la diffusione della nuova tecnologia: il 37% degli intervistati richiede aggiornamenti costanti sulla sicurezza dei dispositivi, il 34% auspica un monitoraggio attivo delle minacce informatiche e il 27% considera la protezione dei dati come la caratteristica più importante dell’AI.

L’integrazione con la tecnologia deve essere etica

“Il futuro dell’AI è da leggere come un’integrazione senza soluzione di continuità nella nostra vita di tutti i giorni, non solo a casa, ma anche negli ambienti urbani – sottolinea Chris Brauer, chief innovation officer di Symmetry -. Più andiamo avanti e più le considerazioni etiche sono centrali per garantire che l’AI non solo faccia progredire l’equità sociale, ma contribuisca anche a costruire ambienti più smart e sostenibili. Tutto il nostro settore dovrebbe ascoltare i consumatori, porre l’accento sulla sicurezza, sull’inclusività e sui vantaggi pratici, in modo che l’AI possa diventare un vero e proprio catalizzatore del cambiamento globale”, riferisce Adnkronos.

Pmi: perchè digitalizzazione ed efficienza logistica sono i driver per la crescita?

Le Pmi rappresentano circa il 90% del tessuto imprenditoriale italiano, l’ossatura cardine in tutti i settori dell’economia italiana. Un tessuto, che per restare competitivo ha bisogno di aggiornarsi, adottando processi di digitalizzazione ed efficienza logistica.
Con i recenti dati dell’inflazione in calo, la competitività delle industrie di beni di consumo è un fattore di particolare rilevanza dal punto di vista economico.

Ibc, l’associazione industrie beni di consumo, ha promossi un ciclo di seminari sulla digitalizzazione al servizio delle Pmi. All’associazione fanno riferimento oltre 35mila industrie che producono beni di consumo.
Si tratta di realtà italiane ed estere, operanti nei settori alimentare e non alimentare, che generano complessivamente un giro d’affari di 500 miliardi, e occupano in Italia oltre 1,1 milioni di persone.

“Obiettivo: coinvolgere, informare, formare”

L’obiettivo dei seminari è “coinvolgere, informare, formare le industrie associate – afferma il presidente dell’associazione, Flavio Ferretti -, così da incoraggiare l’adozione di soluzioni concrete per ridurre i costi operativi, migliorare la produttività e rafforzare la competitività sul mercato interno ed internazionale del tessuto industriale italiano. È necessario quindi fornire degli strumenti adeguati al tessuto imprenditoriale, ma alla volontà devono seguire i fatti – puntualizza Ferretti -. L’intenzione delle aziende di investire su queste tematiche esiste, ma poiché si tratta di realtà composte da poco personale, mancano tempi e competenze. La trasformazione digitale va affrontata, è urgente per tutte quelle piccole e medie imprese che hanno l’obiettivo di recuperare competitività”.

“Bisogna colmare gap ultradecennali”

“Questa sfida che passa da competenze, investimenti e piani a medio lungo termine, è fondamentale per garantire competitività e apertura verso nuovi mercati”, sottolinea il presidente di Piccola Industria Assolombarda, Mattia Macellari.

“Per le Pmi italiane c’è bisogno di colmare gap ultradecennali, perché le inefficienze e gli alti costi in filiera determinano un mercato fatto di alti prezzi e alti margini, ma bassi profitti – fa eco Andrea Ausili, Cio di Gs1 Italy -. Una trasformazione digitale, l’adozione di regole e linguaggi comuni non è più rimandabile nel contesto odierno. Le sfide e le opportunità che la tecnologia ci mette a disposizione possono essere colte solo se sono stati assolti compiti e processi di base, che necessariamente devono essere consolidati prima di sviluppare nuove tecnologie”.

“I dati sono il petrolio del futuro”

Uno dei problemi che affligge il tessuto delle Pmi italiane è la mancanza di comunicazione tra le aree aziendali. Per questo, “serve un sistema integrato che affronti le necessità delle varie aree di business e una strategia IT di lungo termine”, aggiunge Pierpaolo Mamone, consumer products sector leader di Deloitte.

Secondo Mamone, il tema da affrontare è quello dei dati che devono essere accessibili, accurati e completi. I dati sono “Il petrolio del futuro – continua Mamone -, hanno attributi fondamentali dai quali non si può prescindere e che richiedono investimenti”.

Italia, perchè il calo demografico è diventato un’emergenza?

L’Europa, con l’Italia in particolare, sta affrontando una sfida demografica di vasta portata, con conseguenze che potrebbero ridisegnare il futuro socio-economico dell’area. Secondo un recente rapporto di Bruegel, think tank economico, la popolazione dell’Unione Europea è destinata a subire un drastico calo nei prossimi decenni.

Le stime indicano che la popolazione complessiva scenderà dagli attuali 451 milioni (2022) a circa 406 milioni entro il 2050, pari a una diminuzione del 10%. Questo declino si rifletterà soprattutto nella popolazione in età lavorativa.

Una grave riduzione della forza lavoro

Il rapporto prevede che la popolazione compresa tra i 20 e i 64 anni, considerata la fascia attiva sul mercato del lavoro, subirà una riduzione del 21%, passando da 264 milioni a 207 milioni entro il 2050. Parallelamente, aumenterà la popolazione anziana (over 65) di circa 32 milioni, mentre i giovani sotto i 20 anni diminuiranno di 21 milioni.

Questi cambiamenti peggioreranno il rapporto di dipendenza, con sempre meno lavoratori che dovranno sostenere un numero crescente di pensionati, generando forti pressioni sui sistemi di welfare e sui bilanci pubblici europei. Le spese per pensioni, sanità e assistenza a lungo termine potrebbero infatti aumentare in modo insostenibile.

L’immigrazione: una possibile soluzione?

Secondo lo studio di Bruegel, riferisce Adnkronos, un aiuto potrebbe arrivare dall’immigrazione extra-UE, che entro il 2050 potrebbe portare a un incremento di 41 milioni di persone. Questo flusso migratorio attenuerebbe in parte il declino della forza lavoro, contribuendo a mantenere l’equilibrio demografico.

Tuttavia, le previsioni sui flussi migratori sono meno certe di quelle sui cambiamenti naturali della popolazione e non possono quindi essere considerate una soluzione definitiva o totalmente affidabile.

Il “caso Italia”

Tra i Paesi europei, l’Italia si trova ad affrontare una delle situazioni più difficili. Si prevede un calo demografico tra il 15% e il 18% entro il 2050, con un aumento significativo dei costi legati all’invecchiamento della popolazione. Per mantenere la sostenibilità fiscale, l’Italia dovrà incrementare il saldo primario strutturale di circa 4 punti percentuali del PIL entro il 2031.

Senza interventi adeguati, il Paese potrebbe essere costretto ad aumentare la tassazione o a ridurre altre spese pubbliche.

Proposte per affrontare la crisi demografica

Il rapporto propone diverse politiche per mitigare questa crisi: aumentare la partecipazione al lavoro, specialmente tra donne, anziani e giovani; riformare i sistemi pensionistici e sanitari; promuovere la produttività attraverso innovazione e digitalizzazione; e incentivare la natalità con misure di sostegno alle famiglie e all’accesso ai servizi per l’infanzia. Queste iniziative potrebbero aiutare a gestire meglio l’impatto della crisi demografica in Europa.