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Economia

Alimentare: gusto, sostenibilità, Km0 guidano le scelte di acquisto degli italiani

Come si orientano i comportamenti di consumo degli italiani in ambito food rispetto al binomio gusto e sostenibilità? Il 94% dei consumatori considera il gusto un driver di acquisto importante, così come la provenienza locale (85%) e il Km0 (78%), associati a freschezza, supporto all’economia del territorio e minor inquinamento.

Quanto alla sostenibilità, gioca un ruolo chiave negli acquisti del 77% degli italiani. La variabile del prezzo, seppur rappresenti un driver rilevante, non costituisce l’unico elemento di scelta, e di fronte alla necessità di scegliere tra convenienza e sostenibilità prevale quest’ultima.
È la fotografia che emerge dalla ricerca realizzata da Swg per Carrefour Italia, presentata in occasione del piano di rilancio del programma Act for Food, fulcro della strategia di Transizione Alimentare del Gruppo Carrefour.

Stagionalità, freschezza, italianità

La stagionalità, scelta dal 53% degli italiani, seguita dalla freschezza (44%) dall’essere a km0 (15%) e dall’italianità (14%) sono le caratteristiche chiave di un prodotto ‘buono’.
La cucina italiana, del resto, viene considerata dalla grande maggioranza la più gustosa, con solo il 13% degli intervistati che considera più appaganti altre scelte alimentari, come le proposte etniche, il fast food e il cibo vegetariano o vegano

Cresce poi la consapevolezza nei confronti del biologico, acquistato da quasi la metà degli intervistati e considerato dalla larga maggioranza più sano (90%), sostenibile a livello ambientale (89%) e sociale (86%), oltre che gustoso (83%).

Bio vuol dire fiducia

Questa attitudine positiva si riflette anche nella fiducia dei consumatori verso le aziende del territorio e le aziende produttrici, sia che si tratti di realtà locali (85%), di aziende specializzate nel ‘bio’ (82%) o di player di maggiori dimensioni, con la private label ritenuta più convincente rispetto all’industria di marca (78% clienti fiduciosi contro il 56%).

Tuttavia, sui cibi bio pesa ancora una percezione di maggiore costo. Infatti, il 70% degli intervistati considera questi prodotti più cari.

Obiettivo: favorire la Transizione Alimentare per tutti

Lanciato nel 2018 per tradurre in azioni concrete la strategia di Transizione Alimentare, ovvero, facilitare un’alimentazione di qualità più sana, rispettosa del pianeta, locale e accessibile a tutti, oggi Act for Food entra in una nuova fase e punta, in particolare, sui prodotti private label.

“Guidare la transizione alimentare per tutti è la nostra ragione d’essere e permea tutto il nostro agire come impresa. Il programma Act for Food traduce in concreto questa missione per i nostri clienti, per aiutarli a mangiare in maniera più sana, ma anche più gustosa, senza spendere un patrimonio e senza causare danni agli ecosistemi – afferma Christophe Rabatel, ceo Carrefour Italia -. Le scelte dei consumatori condizionano l’intera filiera alimentare e la grande distribuzione è uno snodo fondamentale, che può favorire maggiore consapevolezza e un cambiamento positivo dell’intera catena del valore in ottica di sostenibilità”.

Pmi: perchè digitalizzazione ed efficienza logistica sono i driver per la crescita?

Le Pmi rappresentano circa il 90% del tessuto imprenditoriale italiano, l’ossatura cardine in tutti i settori dell’economia italiana. Un tessuto, che per restare competitivo ha bisogno di aggiornarsi, adottando processi di digitalizzazione ed efficienza logistica.
Con i recenti dati dell’inflazione in calo, la competitività delle industrie di beni di consumo è un fattore di particolare rilevanza dal punto di vista economico.

Ibc, l’associazione industrie beni di consumo, ha promossi un ciclo di seminari sulla digitalizzazione al servizio delle Pmi. All’associazione fanno riferimento oltre 35mila industrie che producono beni di consumo.
Si tratta di realtà italiane ed estere, operanti nei settori alimentare e non alimentare, che generano complessivamente un giro d’affari di 500 miliardi, e occupano in Italia oltre 1,1 milioni di persone.

“Obiettivo: coinvolgere, informare, formare”

L’obiettivo dei seminari è “coinvolgere, informare, formare le industrie associate – afferma il presidente dell’associazione, Flavio Ferretti -, così da incoraggiare l’adozione di soluzioni concrete per ridurre i costi operativi, migliorare la produttività e rafforzare la competitività sul mercato interno ed internazionale del tessuto industriale italiano. È necessario quindi fornire degli strumenti adeguati al tessuto imprenditoriale, ma alla volontà devono seguire i fatti – puntualizza Ferretti -. L’intenzione delle aziende di investire su queste tematiche esiste, ma poiché si tratta di realtà composte da poco personale, mancano tempi e competenze. La trasformazione digitale va affrontata, è urgente per tutte quelle piccole e medie imprese che hanno l’obiettivo di recuperare competitività”.

“Bisogna colmare gap ultradecennali”

“Questa sfida che passa da competenze, investimenti e piani a medio lungo termine, è fondamentale per garantire competitività e apertura verso nuovi mercati”, sottolinea il presidente di Piccola Industria Assolombarda, Mattia Macellari.

“Per le Pmi italiane c’è bisogno di colmare gap ultradecennali, perché le inefficienze e gli alti costi in filiera determinano un mercato fatto di alti prezzi e alti margini, ma bassi profitti – fa eco Andrea Ausili, Cio di Gs1 Italy -. Una trasformazione digitale, l’adozione di regole e linguaggi comuni non è più rimandabile nel contesto odierno. Le sfide e le opportunità che la tecnologia ci mette a disposizione possono essere colte solo se sono stati assolti compiti e processi di base, che necessariamente devono essere consolidati prima di sviluppare nuove tecnologie”.

“I dati sono il petrolio del futuro”

Uno dei problemi che affligge il tessuto delle Pmi italiane è la mancanza di comunicazione tra le aree aziendali. Per questo, “serve un sistema integrato che affronti le necessità delle varie aree di business e una strategia IT di lungo termine”, aggiunge Pierpaolo Mamone, consumer products sector leader di Deloitte.

Secondo Mamone, il tema da affrontare è quello dei dati che devono essere accessibili, accurati e completi. I dati sono “Il petrolio del futuro – continua Mamone -, hanno attributi fondamentali dai quali non si può prescindere e che richiedono investimenti”.

Italia, perchè il calo demografico è diventato un’emergenza?

L’Europa, con l’Italia in particolare, sta affrontando una sfida demografica di vasta portata, con conseguenze che potrebbero ridisegnare il futuro socio-economico dell’area. Secondo un recente rapporto di Bruegel, think tank economico, la popolazione dell’Unione Europea è destinata a subire un drastico calo nei prossimi decenni.

Le stime indicano che la popolazione complessiva scenderà dagli attuali 451 milioni (2022) a circa 406 milioni entro il 2050, pari a una diminuzione del 10%. Questo declino si rifletterà soprattutto nella popolazione in età lavorativa.

Una grave riduzione della forza lavoro

Il rapporto prevede che la popolazione compresa tra i 20 e i 64 anni, considerata la fascia attiva sul mercato del lavoro, subirà una riduzione del 21%, passando da 264 milioni a 207 milioni entro il 2050. Parallelamente, aumenterà la popolazione anziana (over 65) di circa 32 milioni, mentre i giovani sotto i 20 anni diminuiranno di 21 milioni.

Questi cambiamenti peggioreranno il rapporto di dipendenza, con sempre meno lavoratori che dovranno sostenere un numero crescente di pensionati, generando forti pressioni sui sistemi di welfare e sui bilanci pubblici europei. Le spese per pensioni, sanità e assistenza a lungo termine potrebbero infatti aumentare in modo insostenibile.

L’immigrazione: una possibile soluzione?

Secondo lo studio di Bruegel, riferisce Adnkronos, un aiuto potrebbe arrivare dall’immigrazione extra-UE, che entro il 2050 potrebbe portare a un incremento di 41 milioni di persone. Questo flusso migratorio attenuerebbe in parte il declino della forza lavoro, contribuendo a mantenere l’equilibrio demografico.

Tuttavia, le previsioni sui flussi migratori sono meno certe di quelle sui cambiamenti naturali della popolazione e non possono quindi essere considerate una soluzione definitiva o totalmente affidabile.

Il “caso Italia”

Tra i Paesi europei, l’Italia si trova ad affrontare una delle situazioni più difficili. Si prevede un calo demografico tra il 15% e il 18% entro il 2050, con un aumento significativo dei costi legati all’invecchiamento della popolazione. Per mantenere la sostenibilità fiscale, l’Italia dovrà incrementare il saldo primario strutturale di circa 4 punti percentuali del PIL entro il 2031.

Senza interventi adeguati, il Paese potrebbe essere costretto ad aumentare la tassazione o a ridurre altre spese pubbliche.

Proposte per affrontare la crisi demografica

Il rapporto propone diverse politiche per mitigare questa crisi: aumentare la partecipazione al lavoro, specialmente tra donne, anziani e giovani; riformare i sistemi pensionistici e sanitari; promuovere la produttività attraverso innovazione e digitalizzazione; e incentivare la natalità con misure di sostegno alle famiglie e all’accesso ai servizi per l’infanzia. Queste iniziative potrebbero aiutare a gestire meglio l’impatto della crisi demografica in Europa.

Istat, a luglio il clima di fiducia di imprese e cittadini è contrastato

A luglio si registrano segnali contrastanti provenienti dal clima di opinione degli operatori economici: l’indice del clima di fiducia dei consumatori è stimato in aumento da 98,3 a 98,9, mentre l’indicatore composito del clima di fiducia delle imprese scende da 94,5 a 94,2. Lo rende noto l’Istat.

Sale la fiducia dei consumatori… 

Secondo l’Istat, per i consumatori si evidenzia un diffuso miglioramento delle valutazioni sulla situazione economica generale e, soprattutto, su quella personale. Il clima economico aumenta da 105,3 a 105,6 e il clima personale cresce da 95,8 a 96,5. Anche le opinioni sulla situazione futura sono improntate all’ottimismo, mentre i giudizi sulla situazione corrente sono più cauti (il clima futuro passa da 98,7 a 99,4 e il clima corrente sale da 98,1 a 98,5).

… ma cala quella delle imprese  

Per quanto riguarda le imprese, l’indice di fiducia diminuisce nelle costruzioni e nei servizi di mercato, mentre dalla manifattura e dal commercio al dettaglio provengono segnali positivi. In particolare, la fiducia peggiora nelle costruzioni e, soprattutto, nei servizi (l’indice scende, rispettivamente, da 104,5 a 103,6 e da 97,1 a 95,9) mentre nella manifattura e nel commercio si stima un aumento dell’indicatore (da 86,9 a 87,6 e da 102,2 a 102,6).

Come si compone l’analisi dell’indice di fiducia 

Nella manifattura, i giudizi sugli ordini migliorano in presenza di un lieve accumulo di scorte; le attese di produzione registrano un incremento marginale. Nelle costruzioni tutte le variabili riportano un’evoluzione negativa. Nel settore dei servizi si evidenzia un peggioramento dei giudizi sull’andamento dell’attività mentre le valutazioni sugli ordini migliorano e le relative attese rimangono stabili. Il peggioramento della fiducia è influenzato da opinioni negative nel settore del turismo e in quello dell’informazione e comunicazione.

Commercio, distribuzione e costruzioni  

Nel commercio al dettaglio, l’aumento della fiducia è trainato sostanzialmente dai giudizi positivi sulle vendite e dalle scorte di magazzino giudicate in decumulo; le attese sulle vendite diminuiscono. A livello di circuito distributivo, l’indice aumenta solo nella distribuzione tradizionale (da 108,1 a 109,4) mentre nella grande distribuzione si registra un calo (da 100,0 a 99,4).

Nelle costruzioni, in base alle attese sugli ordini e ai mesi di attività assicurata dichiarati dagli imprenditori, si prospetta una tenuta dell’attività del comparto. L’Istat commenta che a luglio 2024, il clima di fiducia delle imprese diminuisce per il quarto mese consecutivo, posizionandosi al di sotto della media degli ultimi 12 mesi (luglio 2023 – giugno 2024). La diminuzione dell’indice è dovuta al peggioramento registrato nelle costruzioni e, soprattutto, nei servizi di mercato.

Cresce l’ottimismo dei cittadini 

L’indice di fiducia dei consumatori continua a crescere, senza interruzioni, dallo scorso maggio, raggiungendo il valore più elevato da febbraio 2022. La maggior parte delle variabili che compongono il clima di fiducia migliorano, ad eccezione delle attese sulla disoccupazione, stimate in aumento, nonché delle opinioni sull’opportunità di risparmiare e di quelle sulla convenienza all’acquisto di beni durevoli, il cui saldo diminuisce.

La vacanza perfetta? In Italia, d’estate e con pagamenti digitali

Secondo il Visa Travellers Survey 2024, il 77% degli italiani ha intenzione di trascorrere le vacanze in Italia nei prossimi 12 mesi. Il 49% dei vacanzieri sceglierà un’altra località europea, mentre il 22% si recherà fuori dall’Europa. Tra le destinazioni preferite in Europa spiccano la Spagna (32%) e la Francia (21%). Per chi decide di avventurarsi fuori dal continente, l’America, e in particolare gli Stati Uniti, è la meta prediletta dal 55% degli intervistati. Per quanto riguarda l’Asia, il Giappone è il paese più gettonato. 

Quando e perchè si vuole partire

I mesi estivi di luglio e agosto sono i periodi più gettonati per le partenze. Le motivazioni che spingono gli italiani a viaggiare includono l’offerta culturale (40%), con molti che desiderano visitare città iconiche, e il mare, che attira il 38% dei viaggiatori. Gli interessi culturali rappresentano una forte spinta per il 38% degli intervistati.

Pagamenti digitali, ottimi compagni di viaggio

I pagamenti digitali accompagneranno gli italiani durante le vacanze, con una preferenza per carte di credito/debito e strumenti di mobile payment. Il 37% degli intervistati ha dichiarato di voler utilizzare una singola carta di pagamento. Questo trend si conferma sia per le vacanze in Italia sia per quelle all’estero.

Bea Larregle, Regional Managing Director Visa Southern Europe, sottolinea l’importanza dei pagamenti digitali nello sviluppo del turismo. Questi metodi di pagamento sono richiesti per la loro velocità, sicurezza e convenienza, spingendo governi, imprese e istituzioni finanziarie a digitalizzare le infrastrutture e i servizi offerti.

Il budget è in linea con l’anno precedente 

La maggior parte degli italiani (61%) ha pianificato un budget di spesa simile a quello dell’anno precedente. In media, i turisti italiani stanzieranno un budget per 2 persone, con una spesa di 1.418 euro a persona. Le destinazioni europee e extraeuropee richiedono budget più alti, rispettivamente 1.323 euro e 2.719 euro, rispetto ai viaggi in Italia (1.053 euro). Inoltre, il 51% degli italiani prevede di finanziare una parte della vacanza tramite carte di credito (54%) o linee di credito bancarie (27%).

Più pagamenti digitali e più sostenibilità

Il 60% degli italiani prevede di utilizzare i pagamenti digitali più che in passato, con il 39% che intende usarli maggiormente all’estero. La comodità (69%), la sicurezza (47%) e la velocità delle transazioni (44%) sono i principali motivi per cui i pagamenti digitali sono preferiti. Gli acquisti più frequenti con carte includono trasporti, alloggi, shopping e ristorazione.

La sostenibilità è un aspetto sempre più importante per i turisti italiani. Il 46% degli intervistati è disposto a pagare fino al 5% in più per beni e servizi eco-sostenibili. Oltre l’80% considera importanti le opzioni di trasporto green e le piattaforme che suggeriscono alloggi, servizi di ristorazione e attività eco-friendly, sia in Italia che all’estero.

Conclusione

Il Visa Travellers Survey 2024 mostra un crescente interesse degli italiani per le vacanze nazionali, l’adozione di pagamenti digitali e l’attenzione alla sostenibilità. Con l’evoluzione delle abitudini di viaggio, le infrastrutture e i servizi turistici dovranno adeguarsi per soddisfare queste nuove esigenze.

Le Pmi e la sfida della Twin transition

Nell’ultimo anno il 33% delle Pmi italiane ha aumentato gli investimenti diretti per la trasformazione digitale, a fronte del 4% che li ha ridotti. Le Pmi operano, tuttavia, in uno scenario eterogeneo a livello di connettività, anche nel caso di territori storicamente a vocazione industriale.

Il 57% delle Pmi impiega però strumenti digitali che consentono di perseguire obiettivi di sostenibilità ambientale. La transizione verde è infatti strettamente legata a quella digitale, tanto che si parla di Twin transition.
È quanto emerge dalla ricerca condotta dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM) e l’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI della School of Management del Politecnico di Milano.

Investimenti per la transizione digitale

I dati raccolti nel 2024 mostrano che il 65% delle Pmi ha usufruito di strumenti agevolativi pubblici per finanziare la propria transizione digitale, soprattutto per il supporto all’acquisto di beni strumentali (65%), lo sviluppo di competenze per la transizione digitale (36%) e l’acquisto di beni immateriali (25%).

Tuttavia, anche il ricorso a investimenti privati costituisce una fonte importante. L’utilizzo della cassa e delle disponibilità liquide rimane il principale canale (82%), seguono il ricorso a linee di debito bancario (33%), e il ricorso a prestiti garantiti e/o intermediati da enti pubblici (20%), come il Fondo di Garanzia PMI.
Risulta ancora di nicchia l’utilizzo di mezzi di finanziamento in equity o di strumenti innovativi (minibond, crowdsourcing).

La transizione verde

La transizione verde rappresenta un’opportunità per migliorare l’impatto ambientale delle tecnologie digitali. Al tempo stesso, le tecnologie digitali possono costituire un fattore abilitante per la transizione verde. Ad esempio, fornendo alle imprese strumenti per monitorare i consumi energetici o tracciare le materie prime.

Il 76% delle Pmi riconosce la transizione verde come un obiettivo prioritario, ma soprattutto per il miglioramento della reputazione aziendale, l’incremento dell’efficienza operativa e la necessità di rispondere a obblighi normativi e/o contrattuali con i propri clienti.
Secondo il 65% delle Pmi, la transizione verde dovrebbe essere supportata da più programmi di finanza pubblica, in modo da rendere più veloce il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità ambientale.

“Promuovere la diffusione di una vera e propria cultura dell’innovazione?

“Affinché le Pmi possano compiere con successo il passaggio al nuovo paradigma abilitato dalla Twin transition è fondamentale, da una parte, continuare a investire nelle competenze degli addetti e del management, e dall’altra, poter contare su un’infrastruttura di connettività adeguata alle proprie esigenze e normative in grado di offrire opportunità di investimento – commenta Claudio Rorato, Direttore dell’Osservatorio -. Tutte le parti in causa, dai fornitori tecnologici agli intermediari finanziari, dalle associazioni di categoria alle startup fino alla PA e ai professionisti devono aiutare le Pmi a navigare la complessità, favorire l’innesco di processi di contaminazione, promuovere la diffusione di know-how specialistico e di una vera e propria cultura dell’innovazione”.

Mondo del lavoro, come affrontare un colloquio in inglese?

L’inglese rimane una competenza chiave richiesta in molti ambiti professionali, come confermato da uno studio condotto da EF su oltre 10.000 annunci di lavoro. Settori come le vendite e l’accoglienza richiedono quasi implicitamente una padronanza dell’inglese, mentre professioni innovative come supporto amministrativo, sviluppo e vendita necessitano di una solida competenza linguistica. Edusogno, startup di apprendimento online fondata da giovani under 30, ha elaborato sei consigli per affrontare con successo un colloquio lavorativo in inglese.

Viva la trasparenza

L’onestà riguardo alle proprie competenze linguistiche è fondamentale. Riportare correttamente il proprio livello di inglese sul curriculum, secondo il Quadro comune europeo di riferimento per le lingue, e non mentire sulle certificazioni o esperienze all’estero è essenziale. Mostrare al recruiter la volontà di migliorare la conoscenza della lingua è un aspetto che può essere apprezzato.

Studiare l’interlocutore

Fare una ricerca sulla realtà aziendale prima del colloquio permette di essere preparati e discutere con sicurezza – anche in inglese – delle aspettative legate alla posizione lavorativa.

CV in inglese

Anche se si cerca lavoro in Italia, avere una copia del curriculum in inglese è un vantaggio. Tra l’altro, molte aziende si aspettano già una versione del CV tradotta. È importante saperlo esporre con la stessa fluidità dell’italiano.

Preparare preventivamente le risposte

Preparare domande e risposte in inglese evita di essere colti impreparati durante il colloquio. Oltre alle domande sul background professionale, è utile prepararsi anche a rispondere su interessi personali e domande più difficili.

Essere proattivi

Preparare un breve argomento personale può aiutare a evitare l’imbarazzo di non saper da dove cominciare. Tra l’altro, questo atteggiamento trasmette molta più sicurezza di sé.

Fare una simulazione

Simulare un colloquio con l’aiuto di un madrelingua o qualcuno che parla fluentemente l’inglese permette di individuare i punti deboli e migliorarli. Questo esercizio è particolarmente utile per chi ha bisogno di duqalche esercizio di “convenrsation” .

“La maggior parte dei ruoli professionali richiede una competenza linguistica intermedia, tra il livello B1 e B2 del Quadro comune europeo di riferimento per le lingue. Per posizioni più specializzate, come ingegneri o professionisti del marketing, è necessario un livello avanzato di inglese, almeno C1 o C2. Questi dati sottolineano l’importanza dell’investimento nella formazione linguistica per il successo professionale”, afferma Marco Daneri, director of education di Edusogno.

Milano, Monza Brianza, Lodi: lo scenario dell’immobiliare a fine 2023

Le rilevazioni sui prezzi immobiliari nel secondo semestre del 2023 indicano un rallentamento delle transazioni nelle zone di Milano, Monza Brianza e Lodi. Questo fenomeno è attribuibile all’incremento dei tassi di interesse e alle maggiori difficoltà nell’ottenere mutui e finanziamenti. Inoltre, si osserva una dilatazione dei tempi delle compravendite. In sintesi, il mercato appare più cauto e la domanda e l’offerta faticano a trovare un punto d’incontro.

La situazione del mercato immobiliare lombardo è emersa dall’ultima rilevazione condotta dalla Commissione Immobili della Camera di Commercio di Milano Monza Brianza Lodi.

Aumentano i prezzi nel residenziale, specie a Monza e a Lodi

I dati analizzati in collaborazione con l’Ufficio Studi di Confcommercio Milano Lodi Monza e Brianza rivelano un aumento dei prezzi nel settore residenziale: +1% a Milano, +2% a Lodi e Monza. Nel dettaglio, si registra una modesta crescita del 2% per gli appartamenti nuovi nella zona sud di Milano, del 4% nel quadrante est di Monza e del 4% nella periferia di Lodi.

A Milano, le quotazioni rimangono stabili con crescite contenute sia nel settore residenziale sia non residenziale, con un prezzo medio di 6.400 €/mq per gli appartamenti nuovi. L’andamento dei prezzi è omogeneo per tutte le zone, oscillando tra +1% e +2%, raggiungendo un massimo medio di 11.671 €/mq nel centro e 4.712 €/mq nella zona sud.

Nel nuovo, a Monza città, il prezzo medio si attesta su 3.228 €/mq, con una crescita più marcata del 4% nella zona est (2.563 €/mq) e incrementi più modesti nelle altre aree, dove i prezzi sono più elevati (5.563 €/mq nel centro storico).

A Lodi, si osserva una crescita del 2% nei prezzi medi delle nuove costruzioni (2.375 €/mq), con un aumento significativo del 4% nella periferia (2.164 €/mq) e prezzi medi di 3.075 €/mq nel centro città.

Discrepanze di aspettative fra chi vende e chi compra

Marco Zanardi, vicepresidente della Commissione Immobili della Camera di Commercio di Milano Monza Brianza Lodi, sottolinea che il mercato sta attraversando un momento di riflessione, con una discrepanza tra le aspettative dei proprietari – che si basano sui valori del 2022 – e quelle dei potenziali acquirenti, che invece sono orientate al ribasso come previsto nel 2024. E’ questa una delle principali ragione dell’allungamento dei tempi delle compravendite.

La diminuzione dei tassi di interesse, però, dalla seconda metà del 2024 potrebbe portare a una ripresa degli acquisti e degli investimenti. Nel frattempo, si assiste a una “migrazione” verso la formula della locazione da parte dei cittadini che non rispondono agli standard attuali delle banche.

Il concetto di “seconda prima casa”

Si nota inoltre un trend di acquisto di immobili fuori città, in località di solito dedite alla villeggiatura dove però risiedere per periodi anche lunghi. E’ il fenomeno della “seconda prima casa”. In questo contesto, i costi più contenuti rispetto a Milano e la qualità della vita favoriscono le quotazioni a Monza e Lodi nelle zone meglio attrezzate sul fronte dei collegamenti e dei servizi. 

Paradosso italiano: meno voglia di lavorare, ma il mercato è dinamico

È quanto emerge dal 7° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, realizzato in collaborazione con Eudaimon, e il contributo di Credem, Edison, Michelin e OVS: il 67,7% degli occupati italiani vorrebbe ridurre il tempo dedicato al lavoro in futuro. In particolare, il 65,5% dei giovani, il 66,9% degli adulti e il 69,6% degli over50.

Già oggi il 30,5% degli occupati (34,7% giovani) dichiara di impegnarsi nel lavoro lo stretto necessario, rifiutando straordinari, chiamate o mail fuori dall’orario di lavoro, ed eseguendo solo ciò che gli compete per mansione.
Quasi il 28% ha rinunciato a un lavoro migliore perché la sede era troppo distante dalla propria abitazione.
Insomma, il lavoro influenza meno la vita privata rispetto al passato (52,1%), perché ci si dedica ad attività e valori reputati più importanti. È così per il 54,2% dei giovani, il 50,1% degli adulti e il 52,6% degli anziani. 

Più occupazione, più stabilità, nessuna fuga dal lavoro

Nel 2022 gli occupati in Italia sono 23,1 milioni, il dato più alto di sempre. E il lavoro è anche più stabile. Tra il 2019 e il terzo trimestre 2023, salgono del +5,0% i contratti permanenti e scendono del -4,5% quelli a termine.

Inoltre, non c’è alcuna fuga dal lavoro, piuttosto una corsa verso lavori migliori. Infatti, i dati Inps indicano che il tasso di ricollocazione a tre mesi dei dimessi volontari con meno di 60 anni è stato pari al 67,0%, quindi più alto rispetto agli anni precedenti.

Il valore del welfare aziendale

Lo conoscono sempre più lavoratori: l’81,8% degli occupati sa cos’è il welfare aziendale (il 32,7% in modo preciso e il 49,1% a grandi linee), mentre nel 2018 era il 60,2%.

Il welfare aziendale è anche molto apprezzato e desiderato, poiché tra i lavoratori che ne beneficiano l’84,3% lo vorrebbe potenziato, e tra coloro che non ne beneficiano l’83,8% vorrebbe fosse introdotto nella propria azienda. Inoltre, il 79,5% degli occupati apprezzerebbe un aumento retributivo sotto forma di una o più prestazioni di welfare. Lo afferma il 94,2% dei dirigenti, il 78,2% degli impiegati e il 74,8% degli operai.
Il welfare aziendale di fatto può diventare uno degli strumenti migliori per trattenere o attrarre i lavoratori.

Più attenzione delle aziende verso vulnerabilità specifiche, meno al benessere generale

Il 61,5% degli occupati reputano adeguata l’attenzione aziendale in relazione alle esigenze dei lavoratori con figli, il 71,0% a quelle delle donne che rientrano dalla maternità, il 62,9% alle esigenze delle persone con una salute fragile, e il 52,3% alle condizioni base dei lavoratori.

Invece, per il 61,7% degli occupati l’azienda non è abbastanza attenta al benessere psicofisico generale di tutti i lavoratori, anche di quelli senza problematiche specifiche.
Sottolineano di più questo deficit di attenzione aziendale gli impiegati (62,3%) e gli operai (68,4%).

Prodotti non food: gli italiani non li comprano solo online o nei grandi store

Complici le dinamiche inflattive, il comparto Non Food in Italia ha chiuso il 2022 con incassi pari a 109,3 miliardi di euro (+4,3% vs 2021).
A stimarlo è l’edizione 2023 dell’Osservatorio Non Food di GS1 Italy, che ha mappato il comportamento dei consumatori in relazione ai punti vendita in 13 comparti non alimentari.

In termini di presenza e diffusione sul territorio, oggi i negozi tradizionali specializzati restano una componente importante del commercio al dettaglio. Gli italiani li prediligano quando devono comprare prodotti di cancelleria (69,0% vendite in valore), ottica (64,7%), bricolage (63,3%), mobili/arredamento (48,8%) e attrezzature sportive (38,9%).
Nel 2022 i negozi specializzati sono cresciuti in particolare nelle vendite di abbigliamento sportivo (+20,5% fatturato) e profumeria (+18,3%).

Grandi superfici specializzate e alimentari

Nonostante continuino a ridursi (-1,1% rispetto 2021) i 27.672 punti vendita della distribuzione specializzata rappresentano la spina dorsale della rete commerciale Non Food. Soprattutto grazie ad abbigliamento (27,6% totale negozi), intimo (9,9%), elettronica di consumo (7,1%), profumeria (7,0%), calzature (6,1%) e prodotti per bambini (6,0%).
In questi punti vendita si concentra oltre la metà della spesa per l’acquisto di abbigliamento (55,9%) e articoli sportivi (55,7%), e sono il canale leader anche per calzature (49,4%), intimo/calzetteria (49,2%) e prodotti tessili (39,7%), ma il ruolo maggiore è negli elettrodomestici bruni, dove sfiorano il 60% di incidenza sulle vendite totali.

I 21.399 punti vendita della GDO sono invece poco rilevanti sul totale degli acquisti non alimentari. Ricevono attenzione soprattutto in alcuni periodi dell’anno o in occasione della Fiera del bianco.

Factory outlet e grandi superfici non specializzate

Nel 2022 la rete delle grandi superfici non specializzate è arrivata a 2.206 grandi magazzini (+4,6%) e 383 cash&carry (+1,1%). Sul totale del mercato Non Food, hanno un ruolo importante, in particolare nella profumeria (di cui veicolano il 31,6% delle vendite a valore), in abbigliamento/calzature (9,5%) e tessile (8,5%). In misura minore, giocattoli (4,9%), mobili/arredamento (4,2%) e articoli sportivi (3,1%).

I 28 outlet village presenti in Italia si sono avvantaggiati della ricerca di convenienza che ha caratterizzato il 2022, e sono diventati un punto di riferimento per gli acquisti di diversi prodotti Non Food. In particolare, abbigliamento/accessori, dove costituiscono il 62,9% del numero di negozi presenti in questi agglomerati commerciali.

e-commerce

Dopo anni di crescita, nel 2022 il web ha rallentato, in particolare, per gli acquisti di articoli sportivi (-1,8%), libri non scolastici (-1,3%) e abbigliamento/accessori (-1,0%). Ha però registrato una crescita annua rilevante nei prodotti di automedicazione (+0,8%) e profumeria (+0,8%).
L’e-commerce poi resta il canale preferito dagli italiani per gli acquisti di prodotti di edutainment (55,6%), siprattutto videogiochi (83,9%), supporti musicali (75,8%), ed elettronica di consumo (28,1%), dove si conferma primo canale di vendita.

L’online ha un peso significativo anche sulle vendite di piccoli elettrodomestici (43,2%), apparecchi e accessori fotografici (32,1%), ed è leader nel mondo homevideo (63,8%).