Vai al contenuto

Francesca Ghermandi

Il settore assicurativo cerca 7mila profili tech e digital

Qual è il livello di competenze digitali dei professionisti della filiera assicurativa? E come si pone il settore in rapporto all’evoluzione del mercato? A queste domande risponde il Report competenze 2022 realizzato da Iia-Italian insurtech association, dal quale emerge che il mercato assicurativo è alla ricerca di profili professionali con competenze tech e digital. Secondo le previsioni di Iia-Italian insurtech association entro il 2024 saranno inseriti all’interno della filiera 7mila nuovi profili con competenze tecnologiche avanzate, tra ingegneri robotici, esperti di analisi dei dati e di cybersecurity, e cloud architect. Ma per superare il gap si punterà anche sulla formazione di top manager, intermediari e dipendenti.

Allineare il mercato al ruolo sempre più strategico dell’insurtech

L’indagine, condotta su oltre 150 soggetti del settore assicurativo relativi a 85 aziende, evidenzia come il 50% dei profili ricercati oggi non è mai stato impiegato in azienda, ma nei prossimi 3 anni avrà un ruolo strategico nella transizione digitale del settore. Allo stesso tempo, per allineare il mercato assicurativo ai nuovi trend e al ruolo sempre più strategico dell’insurtech, il settore dovrà investire in formazione. Nei prossimi 3 anni infatti saranno formati circa 50 mila profili professionali. Il rapporto evidenzia però un forte gap di competenze tecnologiche, soprattutto tra gli intermediari, che rivestono un ruolo centrale all’interno della catena del settore, ma anche tra i dipendenti delle compagnie assicurative.

Per intermediari e dipendenti serve più formazione digitale 

Tra gli intermediari, riferisce Adnkronos, l’85% ritiene che la propria organizzazione non abbia competenze tech e digital adeguate al mercato (percentuale che scende al 65% presso i dipendenti) e la metà, il 54% degli intermediari e il 45% dei dipendenti, è molto preoccupato del divario in relazione ai cambiamenti in atto nel settore. Per questo motivo, per rimanere al passo con l’evoluzione del mercato, circa 7 intermediari e dipendenti su 10 nei prossimi 12 mesi auspicano di ricevere una formazione digitale. Il 57% degli intermediari è infatti convinto che sotto la spinta dell’insurtech il settore cambierà molto nei prossimi 2-3 anni e il 52% teme di non essere preparato per stare al passo con i nuovi trend.

Il top management segue l’evoluzione del mercato

Uno scenario differente viene fornito dalle risposte ottenute dal top management, secondo il quale le competenze tech e digital della propria organizzazione sono in linea con l’evoluzione del mercato (45%), ma concordano (73%) sul fatto che la creazione di queste competenze sia una priorità elevata.
Insomma, la ricerca mostra una forte consapevolezza da parte del settore assicurativo sull’importanza di aumentare le competenze tecnologiche e digitali. Anche perché in Italia nei prossimi dieci anni le polizze digitali aumenteranno in maniera esponenziale, soprattutto in settori oggi poco sensibili all’utilizzo di prodotti assicurativi.

Bambini e adolescenti sempre più vittime di cyberbullismo

Uno studio europeo evidenzia come in Italia il 20% dei ragazzi abbia avuto la percezione di essere stato infastidito o turbato online in maniera maggiore da quando è iniziata la pandemia rispetto al periodo precedente. E il 50% dei bambini e adolescenti italiani ha affermato di essere stato vittima di bullismo in maniera più frequente.
Insomma, durante la pandemia i bambini e gli adolescenti europei sono stati sempre più coinvolti in esperienze spiacevoli online. Per questo, in occasione dell’Internet Safwer Day, ToothPic, startup torinese della cybersecurity, ha condiviso 6 consigli per accompagnare i più giovani verso una maggiore sicurezza online.

Aiutare i minori a fare un uso sicuro e responsabile del web

Al primo posto dei consigli di ToothPic c’è l’importanza di un’educazione ‘cyber’, che informi i minori dotandoli delle competenze necessarie per un uso sicuro e responsabile del web. Questo è un presupposto fondamentale per poterli tutelare. Un altro alert lanciato dalla startup italiana è quello di fare attenzione alle e-mail, uno dei mezzi preferiti da chi vuole impossessarsi di informazioni e dati riservati, riporta Adnkronos. Ma un altro suggerimento di ToothPic riguarda le applicazioni di Parental Control.
“Una misura efficace che garantisce un maggiore controllo e protezione da eventuali contatti con i malintenzionati è installare applicazioni di parental control sui dispositivi dei propri figli”, spiega il ceo & co-founder di ToothPic, Giulio Coluccia.

I consigli per rendere le reti domestiche più sicure

Inoltre, aggiunge Coluccia, “è doveroso spiegare ai ragazzi che è necessario creare password con combinazioni alfanumeriche complesse, non banali e difficili da indovinare”.
Utilizzare schemi di autenticazione multi-fattore risulta poi fondamentale per aumentare il livello di sicurezza dei propri account Internet. Gli esperti di ToothPic puntano anche sulla necessità di rendere le reti domestiche più sicure. Come? Dall’aggiornamento del firmware del router all’installazione di firewall fino all’utilizzo di una rete virtuale privata che si interpone tra i propri dispositivi e Internet, e che permetta di mascherare il proprio indirizzo IP e nascondere le proprie attività online.

“La sicurezza online per i più giovani è un tema sempre più attuale”

“Quello della sicurezza online per i più giovani è un tema sempre più attuale: i bambini, infatti, cominciano a collegarsi a Internet a un’età sempre più giovane, e a passare sempre più tempo navigando sul web, totalmente inconsapevoli dei rischi in cui incorrono – sottolinea il ceo -. È dovere di genitori e insegnanti fornire ai ragazzi gli strumenti necessari per utilizzare la rete in maniera più sicura e consapevole”.

Credito alle imprese: nel 2021 richieste a -14,5%, ma aumentano i volumi 

Nel 2021 la graduale ripresa dell’economia nazionale ha contribuito a modificare l’atteggiamento delle imprese italiane rispetto al 2020, quando la contrazione di fatturati e flussi di cassa avevano stimolato le aziende a rivolgersi agli Istituti di credito per richiedere finanziamenti. Di fatto, nel 2021 il numero delle richieste di credito è diminuito del -14,5%, ma il saldo complessivo resta comunque positivo rispetto ai livelli pre-pandemia (+5,9% rispetto al 2019). Al contempo, aumenta l’importo medio dei finanziamenti, a dimostrazione di come le imprese abbiano sentito meno l’esigenza di frazionare le richieste privilegiando il rapporto con gli istituti di riferimento.
È quanto emerge dall’ultima edizione del Barometro CRIF sul credito alle imprese, basato sul patrimonio informativo di EURISC – il Sistema di Informazioni Creditizie gestito da CRIF.

Maggiore contrazione di richieste per le imprese individuali

“Dopo un 2020 in cui le imprese avevano fortemente accentuato la richiesta di finanziamenti rivolgendosi a più Istituti di credito per raccogliere le risorse necessarie a sostenere l’attività corrente compensando il crollo dei flussi di cassa, negli ultimi trimestri la situazione è andata via via normalizzandosi”, commenta Maurizio Liuti, Direttore Corporate Communication di CRIF.  Più in particolare, la dinamica in atto ha visto una significativa attenuazione nell’ultimo trimestre 2021, con una flessione assestata al -8,5% dopo i picchi di inizio anno. E le imprese individuali hanno fatto segnare una contrazione delle richieste del -25,3% contro il -7,5% delle società di capitali.

Crescita record per gli importi medi richiesti

Un dato significativo è rappresentato poi dall’ulteriore aumento dell’importo medio richiesto, che nel 2021 si attesta a 105.109 euro (+29,4% rispetto a 81.256 euro del 2020) nell’aggregato di società di capitali e ditte individuali.
In linea con l’anno precedente, anche per il 2021 la maggioranza delle richieste ha riguardato importi inferiori a 5.000 euro, in virtù del peso preponderante delle richieste presentate dalle imprese di piccola e piccolissima dimensione, nonostante una robusta crescita (+9%) degli importi superiori a 50.000 euro.
Per le società di capitali l’importo mediamente richiesto è pari a 139.846 euro (+24,0% rispetto al 2020) contro i 38.464 euro richiesti delle imprese individuali (+27,3%).

Il PNRR consentirà di rilanciare i programmi di investimenti

Per quanto riguarda le imprese individuali, il peso delle richieste di finanziamento con importo inferiore a 10.000 euro rappresenta il 44,1% del totale, a conferma di come le micro imprese tendano a rivolgersi agli Istituti di credito soprattutto per importi di piccolo taglio, spesso per far fronte ad esigenze di liquidità.
Per le società di capitali, invece, più della metà delle richieste (il 54,8% del totale) vede un importo superiore ai 20.000 euro.
“Sul fronte dell’offerta, nell’ultimo anno gli Istituti di credito hanno beneficiato di una rischiosità fortemente attutita dalle misure straordinarie varate dal Governo – aggiunge Liuti -. Per l’anno corrente l’implementazione del PNRR contribuirà a determinare il consolidamento di uno scenario congiunturale favorevole, che consentirà alle imprese di rilanciare anche i propri programmi di investimenti”.

Pmi pronte ad assumere, nonostante le difficoltà nella ricerca

Secondo l’Indagine di InfoJobs sui trend mercato del lavoro 2022, lo scenario si presenta con segnali di apertura e propensione all’incremento delle risorse in azienda.
“Quello che emerge è uno spaccato del mondo del lavoro dal punto di vista delle Pmi, che nel 2021 hanno assunto e continueranno a farlo quest’anno, anche in un contesto dove trovare lavoratori è spesso complesso, così come trattenerli – spiega Filippo Saini, head of job di InfoJobs -. Anche le piccole e medie imprese italiane iniziano a interrogarsi sul fenomeno ‘great resignation’, soprattutto in ottica di ricambio generazionale. Ed è per questo che tra i trend che caratterizzeranno il mercato del lavoro nel 2022 al primo posto troviamo attraction&retention, leva fondamentale per mantenere l’azienda sana e competitiva in questo contesto ancora di profonda incertezza”.

Nuove assunzioni per il 50% delle imprese

Nel 2022 il 50% delle imprese è quindi disposto ad assumere, sebbene in numero limitato, e il 31,1% è aperta a un numero elevato di assunzioni. C’è poi chi pensa di sostituire eventuali dimissionari (11,7%), e solo il 6,1% non prevede nuove assunzioni. Per il 45,7% delle imprese nelle nuove assunzioni rimarranno gli stessi criteri e contratti del passato, ma c’è un 40,1% che nella scelta del tipo di risorse vede come prioritaria la qualità dei profili più che la quantità, e un 14,2%, che preferisce puntare all’assunzione di figure con contratti flessibili.
Rispetto al problema della difficoltà di reperimento, l’88,7% dichiara di essere d’accordo. E se il 54,4% dichiara di non trovare persone in linea con esperienze e competenze richieste, il 24,2% imputa le difficolta al cambiamento di atteggiamento verso il lavoro generato dalla pandemia, e per il 10,1% la causa è una maggiore offerta per il candidato.

Aumentano i profili “papabili”

All’opposto, c’è chi dichiara che con la ripresa del mercato sia tornata in auge anche la volontà delle persone di mettersi in gioco (9,4%), così come la perdita di posti di lavoro portata dalla pandemia (2%) abbia aumentato di fatto i profili ‘papabili’.
L’attenzione ai propri desiderata e la predisposizione al benessere personale hanno portato nel panorama di ricerca e selezione del personale fenomeni più o meno transitori, anche per quanto riguarda l’argomento dimissioni. Attualmente ha preso spazio il fenomeno delle dimissioni di massa, ormai noto come great resignation, tipico soprattutto all’interno delle grandi aziende, ma rilevato anche dalle Pmi.

Perché i giovani si dimettono?

Analizzando i dati emersi dall’indagine, anche se per il 36,9% degli intervistati sembra essere rimasto invariato il numero di dimissioni rispetto agli anni precedenti, sono proprio i giovani che secondo il 31,2% hanno contribuito a registrare un incremento nel numero di dimissioni rispetto al passato, poiché motivati dalla ricerca di una posizione migliore e dalla rincorsa al perfetto work-life balance. Inoltre, i profondi mutamenti dei due anni appena trascorsi per il 24,1% hanno dato maggiore coraggio di cambiare lavoro per rincorrere il sogno professionale, o per cercare un’azienda più affine ai propri valori. 

Pandemia, il digitale ha salvato il 71% delle piccole e medie imprese globali

La pandemia ha messo a durissima prova la resistenza delle piccole e medie imprese a livello globale. E solo un rapido passaggio al digitale ha permesso al 71% di queste di sopravvivere. Dallo smart working alla possibilità di comunicare con i propri clienti, il digitale ha consentito di poter continuare a operare e rimanere sul mercato. Per quanto riguarda l’Italia, il 42% delle PMI ha ampliato le modalità con cui i propri clienti possono interfacciarsi con loro e il 39% ha introdotto maggiore flessibilità per soddisfare i propri clienti.Sono solo alcuni dei dati contenuti nella quinta edizione del report SMB Trends di Salesforce, realizzata dalla società di ricerca The Harris Poll e che raccoglie le risposte di oltre 2.500 imprenditori e leader di piccole e medie imprese (PMI) in tutto il mondo tra Nord e Sud America, Europa e Sud Est Asiatico.

Il ruolo di business community e del Governo
Come riferisce Adnkronos, i risultati evidenziano diversi modi in cui le piccole e medie imprese hanno successo in un mondo digitale. In Italia il 51% dei leader delle PMI intervistati afferma che il supporto della business community è stato importante per il superamento della crisi dovuta alla pandemia, e il 67% afferma che il ruolo del Governo è stato altrettanto determinante.
“Con l’arrivo della pandemia, le PMI hanno capito che avrebbero potuto garantirsi un futuro solo facendo forti investimenti in ambito digitale. In moltissimi paesi, Italia compresa, abbiamo visto un vero e proprio cambio di passo. Le aziende sono diventate più digitali e quindi più agili”, commenta Giovanni Crispino, Senior Area Vice President France, Southern Europe Middle East & Africa. “Quando l’emergenza sanitaria sarà finalmente terminata, i benefici risulteranno ancor più evidenti, la situazione sarà completamente nuova e i cambiamenti introdotti rappresenteranno il vero motore della crescita. Insomma un nuovo assetto che renderà le aziende più competitive soprattutto su scala internazionale”.

Benefici anche a lungo termine
Nonostante l’impatto economico della pandemia, la maggior parte dei leader delle PMI ritengono che i cambiamenti operativi che hanno introdotto nell’ultimo anno andranno a beneficio della loro attività a lungo termine. In particolare, le PMI si stanno anche impegnando attivamente per dare priorità alle esigenze dei clienti. In Italia, il 42% delle PMI ha ampliato i modi in cui i clienti possono entrare in contatto con loro e il 39% offre ai propri clienti maggiore flessibilità per soddisfare le loro necessità. Il 51% dei manager delle PMI in Italia afferma inoltre che il sostegno finanziario della propria comunità è stato fondamentale per la sopravvivenza del loro business.