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Curiosità

Come una start-up italiana ha trasformato la telemedicina: il caso di VitaLink

Negli ultimi cinque anni la telemedicina è passata dall’essere un complemento marginale a un pilastro emergente dei servizi sanitari. La crescita della domanda, accelerata dalla pandemia e dalla ricerca di modelli più efficienti, ha creato spazio per innovatori che sanno coniugare tecnologia clinica, normativa e mercato. Il caso di VitaLink, start-up italiana fondata nel 2018, offre una lezione concreta su come si costruisce una scale-up sanitaria capace di espandersi oltre confine.

VitaLink è nata come progetto universitario per digitalizzare il triage a distanza. L’idea di base era semplice: creare una piattaforma che integri visite video, anamnesi digitale e algoritmi di prioritarizzazione basati su linee guida cliniche aggiornabili. Nei primi due anni il team ha validato il prototipo con tre ASL regionali, raccogliendo dati d’uso e feedback clinico fondamentali per affinare l’algoritmo e l’interfaccia.

Dal punto di vista finanziario, VitaLink ha seguito un percorso tipico ma ben eseguito: seed round di 1,2 milioni di euro nel 2019, dedicato a sviluppo prodotto e studi pilota; Series A da 12 milioni di euro nel 2021, che ha accelerato la commercializzazione in ambito B2B. Oggi l’azienda dichiara un tasso di crescita annuale del fatturato del 180% e un ARR (Annual Recurring Revenue) superiore ai 6 milioni di euro. Sono numeri che non solo raccontano successo, ma anche una strategia chiara: focalizzazione sul mercato ospedaliero e partnership strategiche con assicurazioni private.

Analizzando i fattori che hanno determinato la scalabilità di VitaLink emergono tre scelte decisive. Primo, product-market fit clinico verificato tramite studi con dati reali: oltre 25.000 consulti nei primi tre anni hanno permesso di calibrare sensibilità e specificità degli algoritmi, riducendo le visite non urgenti del 28% nelle strutture partner. Secondo, architettura modulare e interoperabile: integrare standard come HL7 e FHIR ha reso l’adozione più rapida per gli ospedali che già investivano in cartelle cliniche elettroniche. Terzo, un modello commerciale B2B con contratti pluriennali che ha migliorato la prevedibilità dei ricavi e l’unit economics.

VitaLink non è però stata esente da ostacoli. La compliance GDPR e le rigidità normative sanitarie italiane hanno richiesto investimenti rilevanti in governance dei dati e certificazioni cliniche. Inoltre, la vendita a istituzioni pubbliche si è rivelata lunga: il ciclo commerciale medio con una ASL si è attestato sui 9–12 mesi. Per aggirare questi limiti, l’azienda ha sviluppato due leve: una strategia di co-finanziamento con partner privati e pilot rapidi in regioni più aperte all’innovazione digitale, che hanno fatto da vetrina per le gare nazionali.

Esempi concreti aiutano a capire l’impatto: in un ospedale di medie dimensioni del Nord Italia l’adozione di VitaLink ha ridotto le visite ambulatoriali non necessarie del 22% nel primo anno, liberando risorse per pazienti con patologie croniche. In ambito aziendale, un’assicurazione sanitaria ha incorporato il servizio in una polizza digitale, registrando un miglioramento del Net Promoter Score (NPS) del 15% e una riduzione dei costi per sinistro del 9%.

Per gli investitori e gli imprenditori, il caso VitaLink disegna alcune implicazioni pratiche. Sul fronte degli investimenti, il potenziale di mercato è elevato: l’invecchiamento demografico e la pressione sui sistemi sanitari pubblici favoriscono soluzioni che migliorano l’efficienza clinica. Tuttavia, la redditività richiede contratti stabili e una stretta integrazione con gli attori istituzionali. Per le start-up, la raccomandazione è chiara: costruire la credibilità clinica prima di scalare, investire nella sicurezza dei dati e prevedere cicli di vendita lunghi verso il settore pubblico.

Guardando al futuro, la telemedicina in Italia è destinata a consolidarsi ma cambierà pelle: vedremo maggiore integrazione con intelligenza artificiale per decision support, crescita dei modelli pay-per-use e possibili aggregazioni tra attori tecnologici e reti sanitarie. Per VitaLink l’obiettivo dichiarato è l’internazionalizzazione nel 2026, sfruttando la modularità del prodotto e replicando i piloti successi in mercati con normative simili. Se la start-up riuscirà a mantenere rigore clinico e stabilità finanziaria, il modello potrà diventare un template per altre imprese italiane che vogliono trasformare innovazione digitale in impatto sanitario reale.

In sintesi, il percorso di VitaLink conferma che la strada dalla sperimentazione alla scale-up nel settore healthtech è possibile purché si mettano al centro validazione clinica, interoperabilità tecnica e capacità di navigare il contesto regolatorio. Per chi osserva il settore, il messaggio è chiaro: investire nella credibilità clinica oggi significa avere accesso al mercato sanitario di domani.

Dispositivi per il lavoro ibrido: come scegliere il laptop e lo smartphone giusti senza sbagliare

Lo smart working ha cambiato le regole del gioco: non si tratta più solo di potenza, ma di equilibrio tra portabilità, autonomia e affidabilità. Ogni scelta tecnologica per il lavoro ibrido — dal laptop allo smartphone — è un investimento sulla produttività quotidiana. Questa guida pratica aiuterà a valutare i criteri decisivi, confrontare le opzioni sul mercato e prendere una decisione che duri nel tempo.

Contesto

Negli ultimi anni i produttori hanno spinto su design sottili, chip a elevata efficienza energetica e connettività avanzata. Questo ha ampliato le possibilità ma reso più complesso il confronto: CPU diverse (Apple Silicon vs Intel/AMD), tipologie di schermo (OLED, Mini-LED, IPS), e ecosistemi software che condizionano flessibilità e compatibilità. Per un professionista, la scelta corretta nasce da un’analisi pragmatica dei bisogni, non dal desiderio del modello più caro.

Analisi: criteri chiave e scelte pratiche

1) Definire l’uso primario. Se il lavoro è principalmente documentale, videoconferenze e navigazione, prediligere leggerezza e autonomia. Per editing video o calcoli complessi servono CPU/GPU più potenti e ventilazione efficiente. Se si lavora con software specifici, verificare compatibilità con l’ecosistema scelto (macOS, Windows, ChromeOS).

2) Processore e memoria. Oggi i chip ad alta efficienza hanno ridotto il divario tra mobilità e prestazione. Per lavoro d’ufficio 8–16 GB di RAM e unità SSD da 256–512 GB sono spesso sufficienti; per attività professionali scegli 16–32 GB e SSD più capienti. I chip ARM di ultima generazione offrono un eccellente rapporto autonomie/prestazioni, mentre le CPU x86 restano più versatili per alcuni software legacy.

3) Display e ergonomia. Uno schermo nitido e con buona resa cromatica riduce l’affaticamento. Per chi fa editing fotografico o video, calibrazione e copertura sRGB/AdobeRGB sono fondamentali. Valuta anche refresh rate e antiriflesso: per lunghe videoconferenze o viaggi frequenti, un pannello luminoso e con angoli di visione stabili fa la differenza.

4) Batteria e ricarica. L’autonomia reale varia con l’uso: gestione browser, videoconferenze e app in cloud consumano più energia. Cerca test di autonomia e tecnologie di ricarica rapida: una porta USB-C che supporta Power Delivery è ormai essenziale per la mobilità.

5) Connettività e porte. Per la massima flessibilità preferisci almeno due porte USB-C/Thunderbolt, una HDMI o adattatore, e jack audio se ancora utile. La presenza di LTE/5G integrato è un vantaggio per chi si sposta spesso senza hotspot.

6) Webcam, microfono e sicurezza. Videoconferenze di qualità richiedono webcam decenti e microfoni con riduzione del rumore. Per dati sensibili valuta moduli TPM, lettori di impronte e supporto per autenticazione hardware.

7) Ecosistema e assistenza. Il valore reale di un dispositivo passa anche dall’assistenza e dalla facilità di aggiornamento. I dispositivi con buona rivendibilità e programmi di assistenza dedicati riducono il costo totale di possesso.

Esempi pratici per fasce d’uso

– Professionista mobile leggero: laptop sottile con CPU efficiente, 8–16 GB RAM, SSD 256–512 GB, display 13–14 pollici. Smartphone con buona autonomia, supporto 5G e fotocamera performante per documentare lavoro sul campo.
– Creativi e professionisti tecnici: laptop 14–16 pollici con GPU dedicata o chip integrato potente, 16–32 GB RAM e SSD capiente; monitor esterno consigliato per postazione fissa.
– Budget e studenti: Chromebooks o laptop Windows entry-level con bilanciamento tra prezzo e qualità costruttiva; valuta upgrade della memoria o SSD quando possibile.

Implicazioni future

La tendenza è verso dispositivi sempre più integrati con servizi cloud e intelligenza artificiale: funzionalità come trascrizione live, ottimizzazione energetica intelligente e sincronizzazione contestuale tra device diventeranno standard. Per il comprador informato questo significa privilegiare hardware con aggiornamenti software garantiti e un ecosistema aperto. Inoltre, la sostenibilità giocherà un ruolo crescente: modularità, ricondizionamento e politiche di trade-in influenzeranno il valore residuo dei dispositivi.

In conclusione, la scelta migliore nasce da un match tra esigenze reali, durata prevista dell’investimento e attenzione all’ecosistema software. Valuta prima d’acquistare: creare una checklist con priorità (prestazioni, portabilità, autonomia, assistenza) ti consentirà di scegliere con criterio e massimizzare la produttività nel lavoro ibrido.

PMI e transizione verde in Italia: opportunità pratiche e ostacoli da superare

L’Italia si trova a un bivio economico: la necessità di rilanciare la crescita post-pandemia si intreccia con l’urgenza della transizione ecologica. Al centro di questa sfida ci sono le piccole e medie imprese (PMI), che costituiscono la spina dorsale del tessuto produttivo nazionale. Capire come le PMI possano beneficiare — o essere ostacolate — dalla transizione verde è fondamentale per valutare il futuro dell’economia italiana.

Introduzione: contesto e urgenza

Le PMI italiane rappresentano la maggioranza delle imprese del Paese e occupano una quota rilevante dell’occupazione. Negli ultimi anni la pressione normativa e di mercato per ridurre emissioni, migliorare l’efficienza energetica e adottare pratiche sostenibili è aumentata. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e gli incentivi statali hanno aperto canali di finanziamento per investimenti green, ma l’accesso e la capacità di implementazione variano molto tra settori e territori.

Analisi: dati, trend e esempi concreti

Sul fronte degli investimenti, molte PMI guardano alle rinnovabili, all’efficientamento degli impianti e alla digitalizzazione dei processi come leve per ridurre i costi operativi e migliorare la competitività. Aziende manifatturiere nelle regioni del Nord stanno installando impianti fotovoltaici sui capannoni e introducendo sistemi di recupero energetico; nel Sud, cooperative agricole sperimentano impianti di biogas e pratiche di agricoltura rigenerativa per aumentare resilienza e valore del prodotto.

Tuttavia, le barriere rimangono significative. Prima fra tutte la dimensione finanziaria: molte imprese faticano a sostenere gli investimenti iniziali nonostante gli incentivi. La complessità dei bandi e la frammentazione dell’offerta di servizi di consulenza sono ulteriori ostacoli. Inoltre, la carenza di competenze interne sulla gestione energetica e sulle tecnologie green rallenta l’adozione su larga scala.

Un altro tema cruciale è la filiera: le PMI spesso dipendono da grandi committenti esteri che richiedono certificazioni ambientali e standard di sostenibilità sempre più stringenti. Questo può essere una spinta positiva — trasformando obblighi in opportunità di mercato — ma anche un fattore di esclusione per chi non riesce a conformarsi rapidamente.

Esempi virtuosi aiutano a tracciare una strada concreta. Piccole imprese del settore ceramico e meccanico hanno ottenuto riduzioni significative dei costi energetici combinando interventi di efficientamento con contratti di fornitura di energia da fonti rinnovabili. Start-up energetiche e aggregatori locali stanno offrendo soluzioni di finanziamento e project management che rendono gli interventi più accessibili alle PMI, spesso aggregandole in progetti comuni per superare le economie di scala sfavorevoli.

Implicazioni future: cosa aspettarsi e come orientarsi

Nel breve-medio periodo, la transizione verde rappresenterà una fonte di competitività per le PMI in grado di investire e innovare. Le imprese che adotteranno strategie di efficienza energetica, digitalizzazione e diversificazione dei fornitori potranno ridurre i costi e aprire nuovi mercati. Per il Paese, sostenere questa trasformazione significa non solo ridurre le emissioni, ma anche consolidare la base produttiva e creare occupazione qualificata.

Per ottenere questo risultato servono interventi coordinati: semplificazione dei bandi e degli incentivi, strumenti finanziari mirati per micro e piccole imprese, programmi di formazione tecnica e manageriale, e reti territoriali che favoriscano la collaborazione tra imprese, università e centri di ricerca. Anche la digitalizzazione amministrativa e la trasparenza dei processi di accesso a fondi pubblici saranno determinanti per accelerare le adesioni.

Infine, la dimensione culturale è centrale: la sostenibilità deve essere percepita come opportunità di valore e non solo come costo o obbligo normativo. Le storie di PMI che hanno trasformato la sfida in vantaggio competitivo possono diventare modelli replicabili su scala nazionale.

In sintesi, la transizione verde è un banco di prova per le PMI italiane: offre opportunità concrete ma richiede politiche mirate, nuovi strumenti finanziari e un salto nelle competenze. Il modo in cui imprese e istituzioni risponderanno a questa sfida condizionerà la capacità dell’Italia di crescere in modo sostenibile e di difendere il proprio ruolo nelle catene globali del valore.

Vacanze in bici: dove andare, come viaggiare e quando partire nel 2026

La bicicletta è diventata uno strumento per esplorare paesaggi, cultura ed eccellenze enogastronomiche in modo lento e autentico, spesso integrato con treni o altri mezzi di trasporto.

Secondo anticipazioni del Rapporto Nazionale sul Cicloturismo 2025 di Isnart–Legambiente, che verrà presentato a Padova durante la 5^ edizione della Fiera del Cicloturismo (27-29 marzo 2026) tra le mete del 2026 l’Italia si conferma la destinazione più richiesta, seguita da Francia e Germania.
La durata media del viaggio è compresa tra 4-8 giorni, e per vacanze in bicia con pernottamento sono sempre più diffusi i bike hotel, strutture specializzate che offrono servizi ad hoc dedicati ai ciclisti.

Bicicletta tradizionale, gravel, mountain bike o e-bike?

Il cicloturismo si conferma quindi una delle forme di vacanza più dinamiche, trans-generazionale e capace di unire benessere e scoperta del territorio.
Dal punto di vista dei mezzi, l’80% dei cicloturisti utilizza la propria bici, mentre il 20% ricorre al noleggio. Inoltre, la diffusione delle e-bike ha ampliato la platea dei cicloturisti. Secondo ANCMA Confindustria, una bicicletta su cinque vendute in Italia è a pedalata assistita. Restano centrali anche bici tradizionali, gravel e mountain bike, fondamentali per la valorizzazione dei territori rurali e montani.

Per quanto riguarda la stagionalità, primavera e autunno sono i periodi ideali per viaggiare in bicicletta in Italia, mentre l’estate è particolarmente indicata per le aree montane e collinari. Anche l’inverno offre opportunità, grazie a destinazioni con climi più miti o un’adeguata attrezzatura tecnica.

Avventura, benessere, lentezza: le scelte generazionali

Il cicloturismo è un fenomeno tras-generazionale che conferma il ruolo strategico della bici nello sviluppo di un turismo sostenibile e di qualità. Se la Generazione Z (18-29 anni) privilegia esperienze avventurose, social e digitali, i Millennials (30-44 anni), che rappresentano il 47,7% dei cicloturisti, scelgono il viaggio in bicicletta per il benessere e la scoperta del territorio, spesso in coppia o in famiglia.

La Generazione X (45-60 anni), pari al 35,4% dei cicloturisti, predilige itinerari più lunghi e contenuti culturali/enogastronomici, mentre la diffusione delle e-bike ha favorito la crescita dei Boomers cicloturisti (60+ anni), orientati a un turismo lento, confortevole e accessibile.

Esplorare territori per riconnettersi alle proprie radici

Una ricerca condotta da Data Appeal sulle tendenze del turismo 2026 individua tra i trend emergenti il concetto di viaggio intenzionale, in cui la scelta non riguarda soltanto la destinazione, ma soprattutto lo scopo dell’esperienza. Rigenerazione personale e riconnessione con sé stessi sono tra le motivazioni centrali: la bicicletta consente di modulare ritmi, soste e itinerari, trasformando la vacanza in un’esperienza di benessere, condivisione familiare e immersione nella natura.

Cresce anche l’interesse verso il turismo delle radici e dei borghi, inteso come percorso emotivo alla riscoperta delle proprie origini e dell’identità culturale. La mobilità in bicicletta favorisce l’incontro con le comunità locali, la conoscenza delle tradizioni, soprattutto enogastronomiche, rafforzando il senso di appartenenza ai territori.

Parte la corsa ai saldi: sì alle occasioni, ma anche al buon senso

Sono iniziati i saldi in tutta Italia. Ma come si comportano i nostri connazionali? Con misura e soprattutto prudenza. La fotografia arriva da un’indagine di Confcommercio, realizzata con Format Research, che racconta un Paese ancora attento alle spese, ma pronto a cogliere le occasioni giuste.

Quasi sei italiani su dieci dichiarano di voler approfittare degli sconti: un dato che esprime una certa fiducia, anche se cauta, più che una vera e propria corsa all’acquisto.

Comprare solo ciò che serve e si desidera davvero

Per molti consumatori i saldi restano soprattutto il momento giusto per togliersi uno sfizio rimasto nel cassetto. Il 47,3% li vive come l’occasione per acquistare prodotti desiderati da tempo, senza cedere agli impulsi. La parola d’ordine è selezione.

Oltre la metà degli intervistati (53,3%) comprerà solo ciò che serve davvero, mentre una quota non trascurabile guarda prima alla qualità (19,3%) o alla convenienza (18,9%). È il segno di una maturità nei comportamenti d’acquisto, figlia di anni difficili sotto il profilo economico ed etico.

Abbigliamento e scarpe al top

Nonostante tutto, moda e calzature dominano la classifica dei prodotti più desiderati. L’abbigliamento è in cima alla lista degli acquisti per oltre nove consumatori su dieci, seguito dalle scarpe, scelte dall’80,1%. Più a distanza, ma comunque rilevanti, accessori e articoli sportivi, entrambi intorno al 40%.

Il guardaroba resta una priorità, dunque, anche se cambia il modo di riempirlo.

Negozi e web, una binomio indissolubile

Il confine tra fisico e digitale è sempre più sottile. Circa sette consumatori su dieci adotteranno un comportamento “ibrido”, alternando negozi tradizionali e acquisti online. Solo una minoranza si affiderà esclusivamente all’e-commerce.

Il negozio resta un luogo di esperienza e confronto, mentre il web offre comodità e possibilità di paragone. Insieme funzionano alla grande.

Clima e consumi: l’inverno non è più quello di una volta

Il clima è uno dei fattori che ha contribuito al cambiamento delle abitudini di spesa. Gli inverni più miti rispetto al passato incidono sulle scelte: il 18,9% ha rimandato l’acquisto di capi pesanti, mentre il 21,5% preferisce abbigliamento più leggero. Una tendenza confermata anche dalle imprese, l’80% delle quali segnala un ritardo nella domanda di articoli invernali.

Le aspettative dei negozianti

Dal lato dell’offerta, i commercianti si dimostrano realisti. Il 65% proporrà riduzioni fino al 30% e oltre la metà prevede l’arrivo di nuovi clienti. Per otto imprese su dieci i saldi peseranno fino al 20% del fatturato annuo.

L’atteggiamento però resta prudente: il 38% degli imprenditori segnala ricavi in calo nel 2025 rispetto all’anno precedente. I saldi, insomma, sono una boccata d’ossigeno, ma non risolvono tutte le criticità di un anno difficile.

“Burnout season”: perché gli ultimi 36 giorni dell’anno sono così difficili?

La fine dell’anno? Dovrebbe essere magica, con l’avvicinarsi del Natale. Invece è incredibilmente faticosa. In questo periodo, ci raccontiamo la stessa favola: dicembre è il mese delle luci, dei sorrisi, dei brindisi e dei buoni propositi. In realtà, gli ultimi giorni dell’anno sono un periodo che prosciuga energie.

Lo conferma una ricerca di OnePlus, secondo cui il tratto compreso tra il 25 novembre e il 31 dicembre è il più stressante dell’anno per milioni di italiani. Ben 17 milioni di persone, in queste cinque settimane, vivono con la sensazione di avere la testa piena come un armadio che non si chiude più.

Dicembre ci travolge: troppi impegni, troppe aspettative

Lo studio racconta una cosa che molti, in fondo, sanno già: non è solo il lavoro a far salire la pressione. È l’insieme di tutto. Le cene da organizzare, gli inviti a cui rispondere, i regali da scegliere, i progetti da chiudere e quella strana idea – tutta culturale – che a dicembre bisogna essere ovunque, fare tutto, sentirsi felici per forza.

Una persona su tre avverte un aumento dello stress proprio in questo periodo. E le giornate più corte non aiutano: arrivi a sera con la sensazione che il tempo ti sia scivolato dalle mani.

Quando la mente dice “basta”: i piccoli segnali da non sottovalutare

La ricerca evidenzia un dettaglio curioso, e un po’ inquietante: più della metà degli intervistati si sente schiacciata dagli appuntamenti, mentre il 44% teme di affrontare dicembre senza energie. E così fioccano i piccoli “blackout”: c’è chi esce senza telefono o senza portafoglio, chi perde oggetti, chi gira per parcheggi alla ricerca dell’auto come in un gioco a premi.

Non è distrazione, è il classico sovraccarico mentale: troppe schede aperte nella testa e… il cervello va in tilt.

Anche le relazioni subiscono “l’effetto fatica”

Questa corsa a ostacoli travolge inevitabilmente anche le relazioni. Molti dicono di sentirsi meno presenti, più nervosi o semplicemente stanchi.
Le cosiddette buone abitudini vanno a farsi benedire: si cena al volo, ci si muove poco, si perde ritmo. Il “burnout delle feste” esiste, ed è tutt’altro che un fenomeno sporadico.

Alleggerire il carico: quando la tecnologia viene in aiuto

OnePlus ha coinvolto la dottoressa Claire Ashley, specialista del burnout, che mette il dito nella piaga: non è tanto la quantità delle cose da fare a mandarci in tilt, quanto la necessità di ricordarle tutte.

Delegare, dice, è la chiave. Anche alla tecnologia. Ad esempio la società che ha condotto l’indagine sottolinea che il nuovo OnePlus 15 presenta Plus Mind, un “cassetto digitale” dove finiscono al volo appunti, foto, documenti e screenshot, poi ordinati automaticamente dall’AI.

Travel trend 2026: viaggi attenti, intelligenti, orientati al valore

Nonostante le tante incertezze, la voglia di viaggiare rimane forte. Con l’aumento del costo della vita, viaggiare tanto è diventato più impegnativo, ma non impossibile.
Secondo il report annuale NowNext ’25 di Omio, condotto in collaborazione con YouGov in 8 Paesi, il 38% degli intervistati darà priorità a viaggiare rispetto ad altre spese non essenziali. Ma per il turismo si apre una nuova era di viaggi attenti, intelligenti e orientati al valore.

Fra i travel trend per i prossimi mesi emerge la passione per l’Europa. Il 56% dei britannici intende prenotare vacanze in Europa, e lo stesso vale per tedeschi (45%), italiani (42%) e spagnoli (42%). La storia d’amore del mondo con il Vecchio Continente continuerà.

World of Mouth

I viaggiatori stanno voltando le spalle a Internet per cercare ispirazione in modi più ‘umani’. Sebbene social media (29%) e AI (9%) abbiano un ruolo, la maggior parte preferisce scegliere la prossima meta basandosi su viaggi passati (42%) o raccomandazioni per passaparola (39%).

Interessante notare che il 23% è influenzato da film o serie Tv. Il turismo guidato dallo schermo è in piena espansione e sta rimodellando il settore.
Nel 2026 però le vacanze al mare saranno ancora più protagoniste, con la ricerca di relax in spiaggia (46%) e il desiderio di tornare a casa rigenerati (51%).
Le capitali e i grandi viaggi avventurosi sono state le mete preferite degli ultimi anni, ma il prossimo porterà un mood più calmo e consapevole.

Fuori dai sentieri battuti

Il turismo sostenibile è qui per restare, ma in modi diversi dal previsto. Il 20% dei viaggiatori cercherà tempo per sé e riflessione, mentre il 18% esperienze legate al benessere e alla cura di sé.

Italiani (41%) e spagnoli (39%) sono i più interessati a esplorare mete meno affollate e fuori dai circuiti più noti, probabilmente come reazione diretta all’overtourism nei loro Paesi.
Nel 2026, il 21% dei viaggiatori vuole spostarsi verso capitali meno battute. I motivi per visitare metropoli più piccole sono prezzi più bassi (51%), meno folla (44%) e attrazioni uniche (40%).
Omio conferma questa tendenza: le prenotazioni verso le città secondarie sono aumentate del 34% rispetto all’anno scorso.

The Gender (Off)Balance

Nei prossimi mesi il 19% degli uomini sarà più propenso a viaggiare da solo alla ricerca di disconnessione dalla vita frenetica. Le donne, invece, saranno più inclini a viaggiare per connettersi (30%), con il 34% che prevede di partire per trascorrere tempo in famiglia o per riunioni, e il 22% più propense ad andare via con le amiche.

La GenZ poi sta reinventando il panorama dei viaggi come lo conosciamo. Nei prossimi 12 mesi il 31% dei giovani viaggiatori pianificherà in anticipo, e con maggiore attenzione, per gestire la spesa destinata alle vacanze.
Una scelta sensata, considerando che il 34% vuole viaggiare di più, il 26% restare via più a lungo e il 23% scegliere mezzi di trasporto più sostenibili.

Qual è il luogo più iconico della casa per gli italiani? La cucina

Per gli italiani la casa è il centro della socialità, perché tra le mura domestiche si condividono momenti di relax e di incontro. Tanto che l’84% degli italiani considera la casa il luogo privilegiato per la socialità. Ma è la cucina il luogo privilegiato per condividere momenti speciali con parenti e amici. La cucina infatti non è solo un luogo funzionale, ma un vero e proprio spazio identitario, dove si intrecciano convivialità, creatività e tradizione.
E per oltre la metà degli italiani cucinare non è soltanto un’attività quotidiana, ma diventa occasione di benessere e condivisione.

È quanto emerge dalla nuova ricerca condotta per IKEA Italia da Doxa nell’ambito dell’Osservatorio CasaDoxa, che ha indagato i valori, le abitudini e le sfide legate alla vita domestica, con un focus proprio sul rapporto tra le persone, il cibo e la cucina.

Spazi ridotti, problemi di organizzazione e difficoltà nella pulizia

Accanto ai tanti aspetti positivi, emergono anche alcune difficoltà pratiche. In particolare, la cucina viene spesso percepita come una delle aree più critiche della casa. Ma qual è il motivo?

Secondo i dati raccolti dalla ricerca, gli italiani dichiarano di scontrarsi con spazi ridotti, problemi di organizzazione e difficoltà nella pulizia. Inoltre, si registra un divario tra il desiderio di adottare stili di vita sostenibili e la possibilità concreta di farlo, soprattutto a causa di vincoli economici.

Il legame con il cibo

Il rapporto con il cibo resta, comunque, molto forte. Il 66% degli italiani lo percepisce come più radicato rispetto ad altri Paesi. L’82% associa infatti la convivialità al tempo trascorso con familiari e amici, e il 40% a cucinare insieme.

Ma le percezioni variano sul territorio: se a Napoli il 62% del campione considera la preparazione dei pasti un atto creativo a Milano una persona su dieci vive questo momento più come un impegno o un’incombenza da sbrigare.

La tavola come spazio di espressione

Non solo cucina in senso stretto: è la tavola a occupare un ruolo simbolico fondamentale. Il 70% degli intervistati dichiara infatti di curare la scelta degli accessori e dell’illuminazione per creare atmosfera, il 61% arricchisce lo spazio in cui mangiare con i tessili, e oltre tre quarti prestano attenzione alle stoviglie, con set di piatti e bicchieri coordinati.

Del resto, con l’aumento del costo della vita cresce anche la tendenza a vivere la convivialità tra le mura domestiche. Così, il 40% del campione intervistato preferisce organizzare pranzi e cene casalinghe come alternativa economica al più costoso andare a mangiare al ristorante.

Influencer, professione o passione? Il profilo dei creator italiani

Creator, influencer, professionisti digitali: sono le persone che lavorano sulle piattaforme, un “esercito” che aumenta di numero di anno in anno. Ma si tratta di un lavoro “vero”? E quali sono le leve che spingono tanti individui ad intraprenderlo? E quanti sono in Italia? A queste e ad altre domande risponde un recente studio europeo firmato Kolsquare.

Dietro a reel, post sponsorizzati e contenuti virali, si nasconde infatti un’industria in piena evoluzione: quella dei creator digitali. In Europa, l’Italia spicca per numero di content creator che fanno di questa attività il loro lavoro principale: il 35%, la percentuale più alta tra i Paesi analizzati. Il dato emerge dallo studio “Creator Economy 2025”, realizzato da Kolsquare, società francese esperta in influencer marketing, che ha coinvolto mille creator attivi in 14 settori.

Il rapporto con il brand non è legato (solo) al budget 

Per i creator italiani, riferisce Askanews, il legame con i brand non si costruisce solo intorno al budget. A influenzare la scelta di una collaborazione, per il 62% conta soprattutto l’allineamento valoriale.

La retribuzione è l’aspetto prioritario solo per poco più di un terzo degli intervistati. A dominare, invece, sono la trasparenza nei confronti dei follower (citata dal 70%) e la coerenza etica, con una crescente attenzione alla sostenibilità e ai temi sociali.

Guadagni bassi, ma l’impegno è alto

La maggior parte dei creator guadagna poco: il 74% rimane sotto i 5.000 euro al mese, e ben il 35% non supera i 1.000 euro. Le disuguaglianze colpiscono soprattutto le donne, che hanno il doppio delle probabilità di restare sotto i 500 euro rispetto agli uomini.

Una situazione che mette in luce la fragilità economica del settore, spesso mascherata da visibilità online.

Multitasking e AI: come si lavora dietro le quinte

Solo il 28% dei creator si dedica esclusivamente ai contenuti digitali. Molti combinano più attività, spesso nel marketing o nella comunicazione. Il supporto dell’intelligenza artificiale è ormai la norma: l’80% la usa per creare testi, gestire commenti o prevedere le performance dei contenuti.

Instagram la piattaforma che rende di più

Instagram resta la piattaforma regina per i guadagni (53%), seguita da TikTok e YouTube. Emergono però nuove fonti di reddito, come i programmi di affiliazione e la vendita tramite live streaming. Le micro community diventano il terreno più fertile per le aziende, che puntano sempre di più su influencer “di nicchia”.

Il futuro? All’insegna di professionalità, responsabilità e trasparenza

Secondo Federico Spinelli, country manager per l’Italia di Kolsquare, il settore è maturo per un cambio di passo: maggiore professionalità, strumenti evoluti e relazioni più trasparenti con i brand.

In un mercato che cerca risultati misurabili, i creator più autentici e vicini alla propria community saranno i protagonisti dei prossimi anni.

Perchè entro cinque anni sempre meno italiani sceglieranno l’auto come mezzo principale?

Si sa che gli italiani sono fan dell’automobile. Eppure, qualcosa sta cambiando in questo rapporto che sembrava inattaccabile. Per decenni, l’auto ha rappresentato molto più di un semplice mezzo di trasporto per gli italiani: simbolo di indipendenza, status e comodità.
Ma, secondo una recente analisi condotta da Eumetra, questo legame sembra destinato a indebolirsi in modo sostanziale.

Oggi il 40% degli italiani utilizza l’auto come mezzo principale per spostarsi. Però, entro i prossimi cinque anni, questa quota potrebbe scendere al 24%. Una riduzione netta, superiore a quanto previsto in altri Paesi europei: in Germania, ad esempio, si stima un calo più moderato (dal 48% al 41%), mentre in Francia il dato scenderebbe dal 53% al 39%. In Regno Unito la flessione sarà lieve (dal 52% al 48%), mentre la Spagna registrerà una delle riduzioni più drastiche, passando dal 38% al 21%.

Le cause del cambiamento: più che una “semplice” questione ambientale

La diminuzione dell’uso dell’auto privata deriva da un insieme di fattori che vanno ben oltre la sola attenzione all’ambiente. Da una parte, normative europee e nazionali stanno spingendo verso l’abbandono dei veicoli a combustione. Dall’altra, molte città stanno restringendo l’accesso ai centri urbani, favorendo trasporti pubblici e mezzi alternativi.

A incidere è anche il contesto economico: l’aumento del costo del carburante, l’incertezza sul futuro dell’auto elettrica e il peso crescente delle spese di manutenzione spingono molti a riconsiderare la necessità di possedere un’auto. A ciò si aggiunge un cambiamento culturale: cresce l’interesse per biciclette, monopattini e mezzi condivisi.

Una trasformazione che investe l’intero settore

Il mondo dell’automotive sta affrontando una rivoluzione profonda. La transizione verso l’elettrico ridisegna le filiere produttive, aprendo spazi a nuovi attori e mettendo in crisi i modelli tradizionali.

Il futuro sarà sempre più legato a soluzioni integrate: infrastrutture di ricarica, componentistica specializzata e servizi di mobilità sostenibile.

Biciclette e trasporto pubblico protagonisti del domani

Secondo le previsioni, entro il 2030 oltre il 10% degli italiani utilizzerà la bicicletta come mezzo principale. Un trend in crescita anche in Francia e Germania, con numeri più contenuti in Spagna e Regno Unito.

Affrontare questa transizione richiederà visione e cooperazione. Solo un dialogo aperto tra istituzioni, imprese e cittadini permetterà di costruire una mobilità efficiente, equa e sostenibile per tutti.