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Curiosità

Lo stress? Gli italiani lo “curano” con le coccole dei loro pet

In caso di stress, gli italiani scelgono la compagnia del proprio animale domestico, preferita a quella di amici o familiari. Infatti, quando le giornate diventano pesanti e il carico emotivo si fa sentire, molti nostri connazionali trovano sollievo nella vicinanza del proprio cane o gatto.

Secondo una recente ricerca condotta da Mars Petcare in collaborazione con Calm, piattaforma dedicata alla salute mentale, oltre la metà dei proprietari italiani (55%) preferisce passare del tempo con il proprio animale nei momenti difficili, piuttosto che con partner (32%), amici (23%), familiari (20%) o figli (17%).
Lo studio ha coinvolto più di 30.000 persone in 20 Paesi ed evidenzia quanto i pet siano diventati una parte essenziale della gestione quotidiana dello stress e del benessere emotivo.

Il potere di una presenza silenziosa, ma vera

Gli animali domestici non solo accompagnano, ma contribuiscono in modo significativo al benessere mentale: l’89% degli intervistati italiani è convinto che la presenza del proprio pet abbia un impatto positivo sulla propria salute psicologica.

Per il 63%, la sola vicinanza dell’animale rappresenta una forma di conforto senza bisogno di parole, mentre il 16% dichiara di sentirsi meglio anche solo parlando con il proprio cane o gatto, come se confidarsi con loro alleggerisse le preoccupazioni.

Gli amici pelosi ci aiutano a rallentare

A sottolineare il valore di questi momenti è Tammie King, responsabile della ricerca presso il Waltham Petcare Science Institute: “I nostri animali ci offrono molto più di quanto immaginiamo. Le loro attenzioni quotidiane possono trasformarsi in veri e propri strumenti per rallentare e riconnettersi con sé stessi”.

King aggiunge che le interazioni tattili con gli animali possono aumentare i livelli di ossitocina, ormone associato a benessere e legame affettivo.

Una pausa emotiva dal tran tran digitale

Nel mondo iperconnesso di oggi, i pet rappresentano una via naturale per prendersi una pausa dal frastuono digitale. Tra lavoro, notifiche e impegni, la loro presenza ricorda l’importanza di fermarsi, respirare e vivere l’attimo.

Il messaggio della ricerca è chiaro: non sono solo animali, ma veri e propri alleati emotivi.

Bibite analcoliche e comfort food: la Gen Z ridefinisce l’aperitivo

Le nuove generazioni, in particolare i giovani tra 18 e 30 anni, sembrano apprezzare sempre più i cibi e le attività che evocano sensazioni di benessere e familiarità. Tanto che il 46% degli italiani considera le bibite analcoliche veri e propri comfort food, collocandole accanto a classici intramontabili come pizza, lasagne e cioccolato.
Non sorprende, quindi, che la Gen Z stia trasformando il brunch, o meglio, il brinner, parola nata dall’unione di brunch e dinner, nel nuovo momento social per eccellenza.

Secondo l’indagine condotta da Euromedia Research e diffusa da Tinder, le menzioni in ‘bio’ degli utenti ai ‘brunch’ dal 2024 al 2025 è aumentata del 7%.
E sempre secondo Tinder, “nel 2025, le menzioni in bio alla ‘colazione’ sono aumentate del 4,5% , mentre quelle relative ‘all’aperitivo’ sono diminuite del 16,5%”.

“Dietro un caffè si parla meglio che davanti a un Negroni”

Sempre più appartenenti alla Gen Z, infatti, preferisce la colazione fuori al classico aperitivo, perché è più economica, più varia e più ‘sincera’.
In particolare, sono convinti che ‘dietro un caffè si parli meglio che davanti a un Negroni’.

Quanto al brunch, la Gen Z lo ama perché è un momento slow in una vita fast: niente sveglie all’alba, né attese infinite per la cena.
Insomma, il brunch è considerato la coccola del weekend, ma anche il nuovo rituale per chi lavora o studia ‘in smart’.

L’happy hour tradizionale perde appeal

Una altro trend in voga è quello dei mocktail, abbreviazione inglese delle parole ‘mock’ e ‘cocktail’, che significa ‘finto cocktail’. I  mocktail sono ormai una certezza per la Gen Z, che preferisce ridurre, o eliminare, l’alcol durante le proprie uscite.

Come confermato dai dati di Tinder in Italia, le menzioni in bio ai ‘drink’ sono diminuite del 25% rispetto allo scorso anno.
Anche per questo, riporta Ristorazionenews, l’aperitivo tradizionale sta perdendo appeal, confermando la tendenza già rilevata nel report Future of Dating del 2023. Ovvero, la diffusione del ‘dry dating’, fatto di connessioni più autentiche e senza alcol.

Zebra striping: la  nuova frontiera del gusto

Nasce così lo ‘zebra striping’, una nuova frontiera del beverage che alterna cocktail e mocktail in un’unica esperienza gustativa.
Si tratta di un nuovo modo di vivere la socialità, più consapevole e attento alla salute.

Nel frattempo nascono anche nuovi format, dalle colazioni condivise ai brunch matchati fino alle community food events, luoghi in cui ci si incontra davvero, mescolando cibo e connessioni umane.

Come riconoscere le red flag nelle relazioni digitali?

Nelle relazioni digitali, il confine tra ‘avere attenzione’ e ‘controllare’ è sottile: lo stalking online viene spesso frainteso con interesse o attenzione. Se da un lato la tecnologia offre nuovi strumenti per costruire la fiducia, dall’altro solleva importanti questioni riguardo la privacy e lo spazio personale nelle relazioni.

Nelle relazioni basate sulla fiducia, la privacy digitale è un valore importante, e la decisione di condividere le password o le credenziali di login deve essere volontaria, e non un obbligo o una prova di lealtà.
Secondo i dati raccolti da Kaspersky, il 14% degli italiani ha subito stalking online da parte di una persona con cui usciva di recente. Ma sebbene il 58% degli italiani conceda al partner l’accesso completo al proprio dispositivo, il 14% preferisce non farlo.

Condividere la posizione vs tracciamento segreto

La condivisione della posizione in una relazione può essere una scelta consensuale per motivi di convenienza o sicurezza. Quando, invece, la condivisione della posizione diventa obbligatoria, eccessiva o viene rilevata di nascosto, si trasforma in un comportamento di stalking e controllo.

Un campanello d’allarme si accende quando un partner monitora ossessivamente gli aggiornamenti della posizione, mettendo in dubbio qualsiasi variazione di percorso. Secondo Kaspersky, il 6% degli intervistati è stato tracciato senza il proprio consenso, e il 4% ha scoperto che sui dispositivi era installato senza consenso uno stalkerware. L’uso di strumenti di monitoraggio come AirTag, applicazioni GPS, stalkerware senza autorizzazione rappresenta una grave violazione della privacy.

Sostegno vs gaslighting digitale

La comunicazione digitale dovrebbe favorire la connessione e il sostegno reciproco, rafforzando la fiducia e il legame tra i partner. Al contrario, il gaslighting digitale è una forma subdola di manipolazione psicologica. In pratica, uno dei partner sfrutta la tecnologia per distorcere la realtà e far dubitare l’altro delle proprie percezioni o ricordi.

In Italia il 31% degli intervistati ha subito violenze o abusi, anche digitali, da parte di un partner, attuale o passato. Un partner manipolatore potrebbe cancellare messaggi per nascondere prove, modificare screenshot per alterare i fatti o negare di aver inviato determinati messaggi. Questo comportamento crea confusione e dubbi, compromettendo la sicurezza della vittima nei confronti dei propri ricordi e della propria capacità di giudizio.

Incoraggiare la sicurezza vs sfruttare la sicurezza

Un partner sano sostiene la sicurezza e l’indipendenza digitale, perché ha interesse a proteggere il partner, non a controllarlo.
Al contrario, un partner dominante sfrutta la fiducia per entrare negli account, scoprire le password o installare stalkerware per monitorare costantemente l’attività digitale dell’altro.

Alcuni strumenti permettono di leggere i messaggi, tracciare le chiamate o attivare telecamere e microfoni a distanza, senza che la vittima se ne accorga. In realtà, questi strumenti vengono utilizzati per monitorare e controllare, non per proteggere.
L’8% degli intervistati ha ammesso di aver installato o configurato uno stalkerware sul telefono del partner, mentre il 7% si è sentito obbligato a installare un’app di monitoraggio.

Camminare un’ora al giorno allunga la vita di 6 ore

Un’ora di camminata al giorno potrebbe allungare la vita di sei ore. È quanto emerge da uno studio condotto da un team di ricercatori della Griffith University in Australia. La ricerca, basata sui dati raccolti tramite fitness tracker, mostra che i benefici di un’attività fisica regolare sono particolarmente evidenti per chi conduce una vita sedentaria: coloro che appartengono al 25% meno attivo della popolazione americana potrebbero trarre vantaggi significativi con semplici cambiamenti nello stile di vita.

I ricercatori sottolineano che, se tutti adottassero i livelli di attività del 25% più attivo della popolazione, le persone di età superiore ai 40 anni potrebbero vivere mediamente 5,3 anni in più. In particolare, per i meno attivi, ogni ora in più di camminata quotidiana potrebbe aggiungere oltre sei ore di aspettativa di vita.

L’importanza dello studio

L’indagine ha preso in esame i dati del National Health and Nutritional Examination Survey (NHANES), che ogni anno coinvolge circa 5.000 volontari negli Stati Uniti, riporta Adnkronos. Per lo studio specifico, sono stati analizzati i dati di coloro che hanno indossato i fitness tracker per un periodo sufficiente, mentre 824 partecipanti sono stati esclusi.

Gli studiosi hanno utilizzato i dati NHANES insieme a modelli di tabelle di vita, che monitorano i tassi di mortalità a diverse età, e a precedenti ricerche sugli effetti dell’esercizio fisico sulla longevità. I risultati mostrano chiaramente che anche piccoli aumenti nei livelli di attività fisica possono ridurre il rischio di mortalità, migliorando la qualità e la durata della vita.

Come introdurre l’attività fisica nella propria routine

Lennert Veerman, professore di salute pubblica alla Griffith University, invita a riflettere su quanto sia semplice diventare più attivi. “Raggiungere il livello di attività di quel 25% di popolazione più dinamica non è impossibile: bastano meno di tre ore di camminata al giorno o altre forme di esercizio equivalente”, afferma.

Sebbene sia ampiamente dimostrato che l’esercizio fisico giovi alla salute, quantificare i benefici potrebbe motivare più persone a intraprendere un percorso di cambiamento. Anche pochi minuti di movimento al giorno possono fare la differenza, abbassando la pressione sanguigna, migliorando la salute muscolare e allungando la vita. Non è necessario compiere grandi sforzi: iniziare con piccoli passi può trasformarsi in un’abitudine preziosa e duratura.

Tech failure e smartphone: quali sono gli errori tecnologici più temuti dagli italiani?

Qual è l’impatto dei malfunzionamenti tecnologici sulla vita quotidiana degli utenti italiani? Lo rivela un sondaggio condotto da Honor su un campione di 1000 italiani: il 45% degli intervistati teme che gli errori della tecnologia possano mettere a rischio eventi importanti della vita. E il 72% sostiene di avere avuto a che fare con un ‘tech failure’ almeno una volta nel corso della propria vita. Soprattutto in ambito lavorativo.

Ma quali sono i rischi tech più temuti? La batteria dello smartphone scarica, la chiamata accidentale e la rottura dello schermo del telefonino. Ma anche la videochiamata può essere fonte di stress. Soprattutto se si scorda di spegnere l’audio o il video durante una call importante.

Batteria, se mi lasci non vale

Secondo i risultati del sondaggio, il 36% degli intervistati vede nella batteria degli smartphone uno dei ‘pericoli’ principali. Tanto che secondo l’82% delle persone la batteria del telefono è una delle caratteristiche fondamentali che indirizzano la scelta di acquisto di un dispositivo.

Tra gli errori tecnologici più comuni in cui può incorrere lo smartphone si annoverano poi le chiamate accidentali a qualcuno, indicata dal 26% degli intervistati, dimenticare a casa il caricabatterie quando si parte, una preoccupazione per il 23%, e la rottura dello schermo del telefono, potenziale problema che affligge il 19% del campione.

Videochiamate, che fonte di stress

Le videochiamate sembrano rappresentare un’altra grande fonte di stress per gli italiani. Infatti, il 48% degli intervistati ammette di essere in ansia quando spegne il microfono o la telecamera durante una call di lavoro importante.

Metà di questi ultimi ha perfino confessato di avere detto o fatto qualcosa di imbarazzante durante una videochiamata quando pensava di non essere visto o ascoltato.

Meglio spendere di più ma disporre di un dispositivo durevole e affidabile

Sempre secondo il sondaggio condotto dalla società cinese impegnata nello sviluppo, produzione e commercializzazione di prodotti elettronici, emerge come più della metà del campione intervistato sia disposto a spendere di più per poter disporre di un dispositivo quanto più durevole possibile. E che al contempo garantisca accesso a tecnologie affidabili che permettano di gestire la quotidianità senza preoccupazioni.
“Le persone devono poter contare sulla tecnologia, il nostro HONOR Magic V3 può essere un valido alleato grazie alla lunga durata della batteria, a prestazioni eccellenti e a una resistenza di alto livello”, ha dichiarato Roger Liyun, General Manager di Honor Italia.

Milano tra le migliori destinazioni workation del 2024

Anche nel 2024, Milano si conferma come una delle mete migliori al mondo per il “workation”, un termine che descrive la pratica di combinare lavoro e tempo libero, prolungando così le vacanze. Questo dato emerge dal secondo Barometro annuale “Work from Anywhere” (WFA) dell’International Workplace Group, realtà mondiale nella gestione di spazi di lavoro flessibili e ibridi.

I criteri di valutazione del Barometro

Il gruppo, che gestisce oltre 4.000 sedi in più di 120 paesi, ha selezionato 30 città leader per le “workation” e le ha valutate in base a 10 criteri chiave. Tra questi, spiccano il clima, la cultura, la qualità degli alloggi, i trasporti, la gastronomia, la felicità dei residenti, la velocità della banda larga, la sostenibilità e la disponibilità di spazi di lavoro flessibili.

Ogni città ha ricevuto un punteggio da 1 a 10 in ciascuna categoria, e Milano è entrata nella top 10 globale.

Budapest in vetta alla classifica

In cima alla classifica delle destinazioni preferite per il 2024 troviamo Budapest, che ha ottenuto un punteggio complessivo di 75 su 100. La capitale ungherese si distingue per i bassi costi dei trasporti e degli alloggi, un’ottima velocità della banda larga e la disponibilità di spazi di lavoro flessibili. Situata nel cuore dell’Europa centrale e famosa per la sua architettura storica, Budapest offre un ambiente ideale per i nomadi digitali grazie anche ai suoi numerosi musei, gallerie d’arte e spazi verdi.

Barcellona e Rio de Janeiro: secondo posto parimerito

Barcellona, che nel 2023 occupava la prima posizione, si trova ora al secondo posto con un punteggio di 73,5 su 100. La città catalana rimane una meta ambita per il clima soleggiato, l’architettura unica e l’atmosfera cosmopolita. Il visto per nomadi digitali offerto dalla Spagna e l’efficiente infrastruttura di trasporti mantengono alta la sua attrattiva.

Anche Rio de Janeiro, che condivide il secondo posto, ha scalato la classifica grazie a eccellenti valutazioni su alloggi, cibo, trasporti e banda larga. La città brasiliana offre un mix di spiagge, vita notturna e attività all’aperto, risultando ideale per chi desidera combinare lavoro e svago.

Le città emergenti del 2024

Tra le nuove città emergenti, il Barometro segnala Austin, Podgorica, Marrakech e La Valletta. Austin, in Texas, è riconosciuta come “capitale mondiale della musica dal vivo” e offre un ambiente tecnologico dinamico. Podgorica, in Montenegro, attrae per la sua tranquillità e convenienza, mentre Marrakech affascina per la sua combinazione di tradizione e modernità. La Valletta, capitale di Malta, è apprezzata per la sua architettura storica e il clima mite.

Una tendenza in crescita

La “workation” è ormai una tendenza consolidata, con l’84% dei lavoratori ibridi che ha già esteso o prenderebbe in considerazione di estendere una vacanza per lavorare da remoto. Con l’espansione del lavoro ibrido, sempre più aziende adotteranno politiche WFA (Work From Anywhere) per migliorare l’equilibrio tra lavoro e vita privata dei dipendenti.

Lavoro e burnout: perché il modello ibrido fa bene alla salute dei dipendenti?

Il 72% dei lavoratori ha avuto episodi di burnout sul posto di lavoro prima di passare a un modello ibrido, e complessivamente, oltre due terzi (68%) hanno dichiarato che con il passaggio alla modalità di lavoro flessibile la loro salute fisica è migliorata.

Il burnout, la sindrome derivante dallo stress cronico sul posto di lavoro, si combatte con la flessibilità. Lo dimostrano i dati di uno studio condotto da International Workplace Group (Iwg) su oltre 1.000 lavoratori ibridi.
Con la ripartizione del tempo tra ufficio, spazi di coworking flessibili locali e la propria abitazione, il 75% degli intervistati ha infatti riportato una drastica riduzione dei sintomi da burnout.

Tornare in ufficio 5 giorni a settimana? Mai più!

Secondo lo studio, l’aumento del tempo libero ha portato a un migliore work-life balance (86%), a fare più esercizio fisico (54%), alla preparazione di pasti più salutari (58%) e a una migliore qualità del sonno (68%), fattori che contribuiscono a ridurre il rischio di burnout. 

I lavoratori hanno anche riferito di sentirsi meno esausti (79%), meno stressati (78%) e meno ansiosi (72%), con un’ampia maggioranza (86%) che ha affermato di affrontare meglio le giornate grazie al lavoro flessibile.
Considerato l’impatto positivo di questo modello sulla salute mentale e fisica dei dipendenti, non sorprende che per tre quarti degli intervistati (76%) il ritorno in ufficio cinque giorni a settimana influirebbe negativamente sul loro benessere.

L’ impatto è positivo anche su produttività e motivazione

Il 74% dei lavoratori ha dichiarato di essere più produttivo quando lavora in modo ibrido, e altrettanti (76%) hanno riferito di sentirsi più motivati. L’85% dei dipendenti ha inoltre affermato che il lavoro ibrido ha effettivamente migliorato la propria soddisfazione lavorativa.

Le opinioni degli HR leader confermano questi dati: per l’86% il lavoro ibrido è uno dei benefit più richiesti e aumenta la produttività dei dipendenti (85%).

Benefici per lavoratori e aziende, nessun effetto collaterale

Ulteriore conferma arriva dalla ricerca condotta dalla Banca d’Inghilterra, dalla Stanford University, dal King’s College di Londra e l’Università di Nottingham, riporta Adnkronos, che ha rilevato come per ogni giorno lavorato in modo ibrido la produttività dell’azienda aumenta di circa 19 mila dollari.

“Il passaggio globale al lavoro ibrido porta non solo forti vantaggi finanziari e di produttività alle aziende e il miglioramento dell’equilibrio vita-lavoro dei dipendenti, ma anche significativi benefici per la salute fisica e mentale – commenta Mark Dixon, ceo di Iwg -. Le aziende devono tenere presente che offrendo la possibilità di lavorare in modo flessibile non solo avranno dipendenti più felici e in salute, ma anche più produttivi e motivati”.

Climate change: colpa del comportamento umano, ma le istituzioni non fanno abbastanza

È quanto ha rilevato WIN – Worldwide Independent Network, l’associazione mondiale indipendente di ricerca di mercato e sondaggi:  Il 41% dei cittadini a livello globale ritiene il comportamento umano il principale responsabile del riscaldamento globale. E le donne (44%) sono più propense degli uomini (37%) a sostenere questa opinione. Gli italiani, in particolare, attribuiscono la principale causa del riscaldamento globale all’industria e al mondo produttivo. Ma secondo i nostri concittadini governo e istituzioni potrebbero fare di più per contrastare il fenomeno.

Lo studio annuale di WIN sul Climate Change, svolto in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente dello scorso 5 giugno, ha coinvolto circa 34 mila persone in 39 paesi. 

Che ruolo assume il governo in questo contesto?

Dal focus sull’Italia della ricerca, realizzato in collaborazione con BVA Doxa, emerge che poco più di un terzo degli italiani ritiene che le istituzioni preposte stiano attuando misure utili per l’ambiente. Ma solo il 5% si dichiara molto d’accordo che i governi stiano facendo abbastanza.

Non la pensa così il 60% degli intervistati italiani, per i quali i governi non stanno facendo abbastanza.
A livello globale, però, la fiducia negli organismi governativi che intraprendono azioni necessarie per la tutela dell’ambiente è salita dal 39% nel 2023 al 44% nel 2024, con gli uomini (46%) più fiduciosi delle donne (41%).

Quali comportamenti e azioni individuali sono più efficaci per combattere il fenomeno?

Tornando ai dati italiani, il 30% degli intervistati pensa che i comportamenti delle persone rappresentino una causa significativa del cambiamento climatico.
Il 74% conferma la sua disponibilità ad adottare comportamenti di riciclo e riutilizzo, mentre altre azioni includono la rinuncia alla fast fashion (31%), la riduzione dell’uso dell’auto (24%), l’acquisto di prodotti bio (20%) e la riduzione dei viaggi aerei (18%).

A livello globale, il 64% delle persone preferisce il riciclaggio come best practice da adottare per contrastare il fenomeno, e il 29% rinuncia all’acquisto di prodotti di fast fashion.

È una sfida globale che si vince solo con un approccio mirato e diversificato

Se le opinioni e le azioni a contrasto del cambiamento climatico variano ampiamente tra gli intervistati dei diversi Paesi, evidenziando la necessità di approcci diversificati e mirati per affrontare questa sfida globale, dalla ricerca emerge però chiaramente una richiesta forte e pressante da parte dei cittadini nei confronti delle istituzioni.

In particolare, i cittadini chiedono politiche più efficaci, investimenti in energie rinnovabili, incentivi per comportamenti sostenibili e una maggiore trasparenza sulle azioni intraprese.
Insomma, è arrivato il momento di agire con decisione per la salvaguardia dell’ambiente.

Caffè: perchè la tazzina Made in Italy mette tutti d’accordo?

Con un giro d’affari di 2,259 miliardi di euro (+6,8% sul 2022) il caffè è tra i prodotti agroalimentari italiani più esportati nel 2023. Considerato da sempre un simbolo del Made in Italy nel mondo, è tra le poche le cose che mettono d’accordo gli italiani. La quasi totalità degli abitanti del Belpaese conferma il legame indissolubile con questa bevanda. Oltre a essere considerato una ‘sveglia’ (91%), il caffè è anche un momento d’incontro (92%), e un gesto d’amore rivolto alle persone a cui si offre (91%). Non meno importante è il concetto di tradizione a cui rimanda (92%) e la precisa gestualità della preparazione (91%) e del gustarlo (90%).

Emerge dall’indagine realizzata da AstraRicerche per Consorzio Promozione Caffè (‘Se è italiano… si sente! – Gli Italiani e il Caffè’). Uno degli aspetti che gli italiani apprezzano di più è infatti la ritualità di un’abitudine che scandisce i momenti della giornata (92%).

Un mix straordinario di tradizione e creatività

Soprattutto per chi ha tra 25 e 34 anni (95%) il caffè scandisce anche le occasioni di convivialità, e ne apprezzano la varietà offerta in termini di miscele e tipologie (91%i).
E se la qualità del caffè è ben rappresentata da marchi famosi (92%) e piccole torrefazioni (87%), la celebre bevanda è considerata un mix straordinario di tradizione e creatività (91%) che rappresenta il ‘saper fare italiano’ (89%).

Inoltre, gli italiani, amano trovarlo all’estero mentre viaggiano (89%) e sono convinti di poterlo riconoscere anche a occhi chiusi (81%).
Soprattutto, pensano che contribuisca a creare un’immagine positiva dell’Italia nel mondo (89%) e a esportare il nostro modo di intendere il caffè (83%). Ma qual è il simbolo del caffè italiano per gli stranieri? Non c’è dubbio, l’espresso (61%) e quello della moka (22%).

Un’esperienza che coinvolge i cinque sensi

Per gli italiani bere un caffè è un’esperienza capace di coinvolgere tutti e cinque i sensi (70%). Anzi, è un vero e proprio viaggio sensoriale del coffee lover, che segue tappe molto precise e inizia con l’olfatto.

L’aspetto più apprezzato, infatti, è il profumo del caffè appena fatto (91%), della miscela o dei chicchi appena tostati (88%). Arriva quindi il gusto, inteso come sapore (89%) e calore (84%), apprezzato anche a livello tattile (81%), seguito dall’udito, con il borbottio della moka (84%) che supera il suono della macchina del bar (68%).
Ultima tappa, la vista, in particolare quando si tratta di giudicare l’aspetto finale del caffè e dei suoi ‘fratelli’, come cappuccino o caffè macchiato (83%).

Con la moka o al bar è comunque un rito

Fondamentale è la cura nella presentazione (82%), e non meno importanti, la precisione nel dosarlo e l’attesa nel vederlo salire nella moka o scendere dalla macchina del bar (78%).

A circa 7 italiani su 10, inoltre, piace macinarlo personalmente e apprezzano l’attenzione di alcuni baristi nello scaldare la tazzina, oppure la velocità della macchina a capsule o cialde.
Ma esistono anche modalità più di nicchia di consumarlo: con la cuccuma napoletana, il caffè turco non filtrato o l’alambicco di vetro.

Enoturismo: parola d’ordine, diversificare le esperienze

Nel 2023 l’offerta enoturistica italiana è cambiata rapidamente e le aziende vitivinicole hanno mediamente proposto 6 diverse esperienze o eventi, rispetto a una media del 4,7 nel 2022. Cambiano anche i giorni di apertura e salgono al 78,1% le aziende visitabili di sabato (+30% rispetto 60,3% dell’anno precedente), e il 54,2% delle cantine si sono attrezzate per accogliere visitatori anche la domenica.

Per quanto riguarda le fasce orarie, gli slot delle 11:00 e delle 15:00 restano i più popolari, anche se queste preferenze variano a seconda delle aree vinicole. Ad esempio, nella zona DOCG del Prosecco oltre il 30% delle visite si svolge alle 10:00, mentre in Puglia più di un terzo avviene alle 16:00.
Emerge dal Report Enoturismo e Vendite Direct-to-Consumer 2024, realizzato dall’impresa tecnologica Divinea con il contributo  dell’Università Cattolica di Milano.

Un nuovo fenomeno: la destagionalizzazione

Sono due i fattori che incoraggiano le visite in cantina tutto l’anno, le temperature più miti in autunno e inverno, e un numero crescente di aziende che hanno sviluppato offerte stagionali mirate.

I dati confermano questo trend. Tra marzo, aprile, novembre e dicembre si sono registrate più del 25% del totale delle visite (+4% rispetto al 21% dello scorso anno). Un numero importante che conferma un cambiamento della stagionalità dell’enoturismo, che storicamente si è sempre focalizzato nei mesi che vanno da maggio a ottobre.

Sempre più giovani in cantina

Un altro dato importante è che, in controtendenza rispetto ai dati secondo i quali sono in aumento i giovani adulti che bevono poco o niente (dal 31 al 44%, fonte YouGov), le visite in cantina attraggono sempre più giovani in azienda.
A conferma di ciò, il 43,8% di chi ha prenotato un’sperienza in cantina nel 2023 ha tra 25 e 34 anni, segue la fascia 35-44 e 45-54, rispettivamente con il 23,1% e 15,3%, spesso costituita da famiglie.

Per quanto la nazionalità di provenienza dei visitatori sia fortemente variabile in funzione dei diversi territori vinicoli, nel complesso due terzi dei visitatori in cantina sono italiani e 1 su 10 viene dagli Stati Uniti.
Gli stranieri europei rappresentano circa il 20%, di cui la maggioranza proveniente da Germania, Paesi Bassi, Svizzera e Regno Unito.

Il Direct to Consumer si fa strada nel mondo del vino

I dati del report evidenziano come una strategia ben implementata verso il consumatore finale possa non solo portare ad una crescita significativa delle vendite dirette, ma anche a un incremento, fino al raddoppio, dei margini di vendita delle cantine.
Per quanto riguarda il tema delle vendite dirette in cantina, il 76,5% di visitatori effettua acquisti dopo un’esperienza, testimoniando un aumento rispetto al 73,8% dell’anno precedente. 

Inoltre, lo scontrino medio di un ordine effettuato nel punto vendita in azienda è di 140 euro, +19% rispetto al 2022. Le vendite online non sono da meno, segnalando un incremento del 30% nel valore medio degli ordini e-commerce, che salgono da 141 euro (2022) a 184 (2023).